“La precaria (Pd) contro la figlia di Ichino”. Riflessione sui media e sulla distorsione delle notizie

di Igiaba Scego

Riflessione sui media e sulla distorsione delle notizie. La mia amica Chiara Fortebraccio Di Domenico giorni fa ha parlato dal palco di una manifestazione culturale del PD (dove c’erano nomi importanti come Adriano Sofri e Chiara Saraceno). Ha detto molte cose sulla sua condizione di lavoratrice precaria della conoscenza, cose che mi hanno molto commosso. Però, e questo fa rabbia, del suo intero discorso è stato estrapolata solo una frase, quella su Giulia Ichino: “Sono stanca di vedere assunti i ‘figli di’. Faccio i nomi: Giulia Ichino, assunta a 23 anni alla Mondadori”. Cito a memoria, non testualmente. La frase Chiara l’ha detta e secondo me ha fatto bene. Ma la cosa che mi ha francamente meravigliato è che il suo discorso non sia stato riportato per intero. Chiara ha detto molto di più. Ha parlato del suo precariato, delle umiliazioni quotidiane (sue e nostre), della condanna alla gioventù perpetua che vive la generazione nata negli anni ’70 (non è bello vivere a 40 anni la vita di un ventenne, senza garanzie di farsi una famiglia). Inoltre Chiara ha sferzato la stessa sinistra. Secondo me ha avuto un grande coraggio nell’usare le parole di Majakovskij citate da Peppino Impastato “Compagno esci dalla sede del partito, scendi in strada e prendi il tram” dette guardando Bersani negli occhi. Perché questo coraggio, questa critica non è stata riportata dai media? Molti ora l’accusano di essere mercenaria della politica o di essere una ingenuotta un po’ scema usata dal potere. Chiara non è né mercenaria né ingenua. Ha detto cose scomode, guardando chi di dovere negli occhi. Non si è nascosta dietro lo schermo di un PC come fanno in tanti. Non ha fatto la polemica da salotto. È una brava ragazza, piena di coraggio. E ha detto senza filtri quello che pensava. Altro che mercenaria, la nostra Chiara è una Pasionaria. Sono davvero orgogliosa di conoscerla.

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Zero Dark Thirty

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Nel gergo militare americano “zero dark thirty” indica ciò che accade dopo la mezzanotte, ma l’oscurità evocata da Kathryn Ann Bigelow è anche quella scelta come incipit del suo film. È infatti da uno schermo totalmente nero che emergono le voci registrate delle vittime intrappolate nel World Trade Center la mattina dell’undici settembre 2001. Con un inizio così cupo e angosciante la successiva rappresentazione delle violenze inflitte ad un fiancheggiatore di Al Qaeda assume una connotazione decisamente ambigua. Le immagini durissime di waterboarding (vera e propria tortura che consiste nell’annegamento “controllato” del prigioniero) ad alcuni sembreranno un male necessario per sconfiggere i terroristi. Altri le riterranno un’ingiustificabile violazione dei diritti umani. Il resto del film, padroneggiato visivamente e narrativamente con mano fermissima dalla Bigelow, invece di sciogliere il nodo lo ingarbuglia ancora di più, offrendoci una protagonista (l’agente della CIA Maya, una magistrale Jessica Chastain già vista in The Help e The Tree Of Life) tanto convincente nella sua ossessiva caccia a Osama Bin Laden, quanto fredda se non addirittura piatta da un punto di vista umano. Infatti di Maya – nome inventato, ma figura reale nella ricerca di “OBL” – non sappiamo che lo stretto indispensabile; Bigelow non mostra alcun interesse per la vita privata della sua protagonista, né tiene a umanizzarla o renderla simpatica agli occhi dello spettatore. La scelta conferisce asciuttezza alla storia, evitando i “diversivi” che talvolta incontriamo perfino nei thriller più brillanti. Per descrivere il cinema della Bigelow si ricorre spesso al termine “muscolare”, che nel nostro caso non viene usato a sproposito poiché anche in questo film (come accadeva con i surfisti di Point Break) uno dei rarissimi squarci di umanità di Zero Dark Thirty è riservato al cameratismo tra i militari USA, prima dell’incursione che porterà all’uccisione di Bin Laden. Uno sguardo, quello della Bigelow, benevolo ma mai compiacente o compiaciuto. Il sodalizio tra la regista e lo sceneggiatore Mark Boal, dopo l’ottimo The Hurt Locker, riesce felicemente a dare vita e ritmo ad un’opera dalla suspense sempre elevatissima, pur muovendo da una storia il cui epilogo era già noto a tutti. Impresa, questa, che da sola vale il prezzo del biglietto e finisce, giustamente, col mettere in secondo piano la manifesta mancanza di una presa di posizione che attraversa buona parte del film.