Il 25 novembre di Igiaba

Igiaba+Scego

Una signora mi ha appena detto che io e lei non eravamo italiane uguali e che io lo sono perché qualche stronzo di sinistra mi ha dato la cittadinanza, e che se ci fosse stato ancora il duce avrebbe bonificato e messo la gente come me in un lager”. Ieri mattina Igiaba Scego, scrittrice italosomala nata a Roma e mia cara amica, ha condiviso sulla sua pagina Facebook questo spiacevole incontro accadutole a bordo di un autobus romano. La colpa di Igiaba? Aver preso le difese di una donna senegalese con evidenti problemi psichici. Episodi del genere capitano spesso, ma la concomitanza con la giornata mondiale contro la violenza sulle donne ha reso il “buongiorno” di Igiaba ancora più amaro poiché ci mette di fronte alla brutale arretratezza culturale del nostro Paese. La strada da percorrere per sradicare il pregiudizio è lunga e ancora più tortuosa quando a essere discriminate sono donne di origine straniera. A chi è intrappolato nella propria ignoranza bastano tratti somatici “diversi” per apostrofare il prossimo con epiteti offensivi e improvvisati deliri nostalgici, come quello che Igiaba ha dovuto subire ieri mattina. Una violenza a tutti gli effetti, come tante altre denunciate dai mass-media in occasione della giornata contro la violenza sulle donne. Violenza inaccettabile al pari di quelle fisiche e psicologiche che finiscono, nei casi più drammatici, in prima serata. Ieri è stata oggetto di un attacco razzista, ma Igiaba non è una vittima. Non tutti i passeggeri presenti sull’autobus hanno assistito in silenzio: tre ragazzi si sono esposti per darle ragione. Quel gesto, sommato alla pacatezza con la quale Igiaba ha incassato l’allucinante sequela di insulti gratuiti, la rende vincitrice. Ma ogni vittoria, per quanto apparentemente isolata e insignificante, ha sempre un costo. Le parole, pur se figlie di inciviltà, possono ferire. L’auspicio è che sempre più persone combattano la lotta quotidiana contro l’ignoranza e il pregiudizio. Anche sugli autobus di Roma.

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Jobs

jOBS (2)

Sei dannatamente bravo ma sei un testone”. Steve Jobs è tutto qui, nella battuta pronunciata dall’attore che interpreta un suo superiore alla casa di videogiochi e console Atari. Senza discostarsi troppo dalla struttura del classico biopic, la pellicola racconta alcuni passaggi fondamentali nella costruzione dell’icona Steve Jobs: il semestre da hippie scalzo al Reed College di Portland, i primi passi di Apple tra fiere locali e intere giornate trascorse nel garage dei genitori adottivi col socio Steve Wozniak, fino all’estromissione dalla sua società nel 1985 e il ritorno 12 anni dopo. I momenti alti vertiginosi (il successo dovuto a intuizioni che hanno cambiato il nostro rapporto quotidiano con la tecnologia) e quelli bassi altrettanto clamorosi (la “cacciata” da Apple) che ha dovuto affrontare rendono la sua vita perfetta per una celebrazione hollywoodiana. Il film è un’agiografia riuscita a metà: gli aspetti più riprovevoli del messia di Cupertino (l’iniziale rifiuto verso la primogenita Lisa e il cinismo col quale liquidò alcuni dei suoi primi dipendenti) vengono riportati superficialmente, passando in secondo piano davanti a un “bene superiore” non meglio identificato. Jobs viene spesso definito “visionario”, termine che nella lingua italiana ha un’accezione ben più negativa di quella americana. L’impressione però è che quest’aspetto fondamentale della sua personalità in sede di sceneggiatura sia stato declassato ad una sorta di cliché, quello del genio fricchettone amante del bello e con spiccate manie di controllo. Il mimetismo messo in scena da Ashton Kutcher – attore noto ai più come ex toy boy di lusso dell’affascinante Demi Moore – non è vuoto esercizio di stile: la somiglianza fisica col giovane Steve viene assai sfruttata, evitando tuttavia derive caricaturali. Detto ciò, l’essere arrivati per primi in sala (il progetto del film risale addirittura ad un paio di mesi prima della morte di Jobs) pagherà forse al botteghino, ma il risultato finale resta poco al di sopra della sufficienza. Il voto rispecchia la resa sul grande schermo del complesso e poliedrico cofondatore di Apple; sufficiente, per l’appunto. Regista e sceneggiatore hanno scelto il percorso più convenzionale: non hanno “pensato diversamente”, per dirla con lo stesso Jobs.

Sbatti lo scafista in prima pagina

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Del somalo arrestato a Lampedusa con l’accusa di essere uno degli organizzatori della traversata del barcone naufragato il 3 ottobre scorso sappiamo età, nome e cognome. Oggi Il Resto del Carlino, Il Giorno e La Nazione sbattono in prima pagina il suo volto con un titolo eloquente: “faccia da schiavista”. Come capita spesso in situazioni del genere, le vere notizie sono però altrove. Infatti due giorni fa, proprio mentre il primo ministro Enrico Letta si vantava del “cambio di passo sul tema dell’immigrazione” riferendosi alle “1.800 persone salvate” grazie all’operazione Mare Nostrum, il settimanale l’Espresso anticipava online un’inchiesta sul soccorso negato dalle autorità italiane ad un barcone naufragato lo scorso 11 ottobre al largo di Lampedusa. L’operazione “umanitaria” voluta dal premier non ha dunque nulla a che vedere con questa vicenda essendo partita tre giorni dopo, ma l’iniziativa precedente getta più di un’ombra sulla (passata?) gestione dei soccorsi ai barconi in difficoltà. In queste ore i principali mass-media hanno tuttavia fatto una scelta editoriale netta: dare massimo risalto allo scafista somalo arrestato a Lampedusa, ignorando la notizia delle richieste d’aiuto dei migranti siriani lasciati alla deriva per ben due ore dalla centrale di soccorso italiana. Nulla di sorprendente: la retorica degli “italiani brava gente” non contempla l’idea di soccorritori che si voltano dall’altra parte o temporeggiano mentre decine di donne, uomini e bambini annegano nel Mediterraneo. Altro cortocircuito mediatico degno di nota è l’arresto stesso dello scafista: telegiornali e quotidiani danno al riguardo ampio spazio alle testimonianze delle migranti violentate dal somalo nei “centri di raccolta” libici, occultando l’aspetto più rilevante della notizia. Stupri e torture sono avvenuti – e avvengono tuttora – in Libia, uno dei nostri principali partner nella lotta all’immigrazione. Un paese dove, nella più benevola delle ipotesi, le autorità locali non garantiscono ai migranti il rispetto dei più basilari diritti. Circostanza evidenziata anche da Amnesty International nell’accorato appello rivolto lo scorso luglio al premier italiano.

Gazebo: un bilancio tra luci e ombre

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E poi c’è Gazebo, che va benissimo. È vero che me lo sono trovato, ma l’ho anche valorizzato. È l’unico esempio in Italia di giornalismo gonzo”. Con queste parole il direttore di Rai3 Andrea Vianello si è appuntato sul petto la medaglia per aver portato la puntata settimanale del programma condotto da Diego “Zoro” Bianchi a tre appuntamenti di circa 40 minuti in onda martedì, mercoledì e giovedì. Nella sua prima stagione – dal 3 marzo al 19 maggio di quest’anno – il programma andava in onda la domenica, sempre in seconda serata e con una media di 670mila spettatori. La valorizzazione voluta dal direttore Vianello si è dimostrata un successo a metà: il martedì, dopo il talk show politico di punta della rete Ballarò (un formidabile traino, nonostante Floris “sfori” costantemente), Gazebo supera ormai con una certa regolarità il milione di spettatori. Il giovedì, con la sua media di 456mila spettatori, è il giorno più debole ma in questo caso è soprattutto la concorrenza a fare la differenza. Non è infatti un caso che gli ascolti più bassi (347mila spettatori) Gazebo li abbia fatti quando si è scontrato con la puntata di Servizio Pubblico del 17 ottobre dedicata al famigerato bunga bunga e incentrata sulle rivelazioni dell’attrice Michelle Bonev. Allontanandoci per un attimo dai freddi numeri, tutto sommato incoraggianti per il programma di Bianchi, quale potrebbe essere un provvisorio bilancio di Gazebo dopo un mese e 16 puntate? Non è un atto di lesa maestà segnalare che conduttore e personaggi fissi (l’onnipresente giornalista de l’Espresso Marco Damilano e il simpatico tassista Mirko Matteucci, “in arte” Missouri4) hanno l’aria un po’ stanca, e purtroppo lo mostrano sempre di più. La politica logora anche chi la racconta nel modo più scanzonato possibile. I tempi del programma sono troppo lunghi e il piglio sarcastico del conduttore non può sempre salvare la situazione. Inoltre nelle ultime incursioni in piazza – penso alla manifestazione del 31 ottobre svoltasi a Roma – alcuni toni paternalistici di Bianchi sulle violenze che rovinano le proteste hanno lasciato alquanto interdetti: il vecchio Zoro, nonostante la sua nota vicinanza al Partito democratico (non esattamente una formazione di estrema sinistra), non sarebbe mai incappato in commenti da “signora mia, non ci sono più i manifestanti di una volta”. Il rapporto col web e in particolar modo con Twitter strappa a volte una risata, ma nell’economia di un programma televisivo dovrebbe rappresentare un “di più” e non già il momento clou della puntata, come capita spesso quando Diego Bianchi presenta la classifica dei tweet (quasi sempre di esponenti politici) più sconclusionati. Solleticare l’ombelico del web offre dei vantaggi (Gazebo su Twitter fa tendenza, letteralmente), ma alla lunga rischia di ridursi ad un gioco gradevole quanto effimero. Pur restando una spanna sopra tutti gli altri programmi di approfondimento politico che affollano i palinsesti italiani, Gazebo sta tuttavia mostrando i limiti evidenti di un esperimento dalle gambe ancora fragili. A volte le cose belle, per essere davvero valorizzate, andrebbero pensate più a lungo e centellinate con parsimonia.

The Marshall Mathers LP 2

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Eminem avrà anche superato la boa dei quarant’anni, ma la sua penna è più affilata che mai. Le rime del rapper che ha portato la scena hip hop ad un altro livello, occupando stabilmente i piani alti delle classifiche americane degli ultimi 14 anni, sono un vero spettacolo anche per le orecchie di chi non è abituato al frenetico flusso di parole che dà vita ed energia alla musica rap. L’ultima sua fatica, oltre al titolo che ci riporta indietro al primo capitolo uscito nel 2000 (uno dei dischi più venduti di sempre con oltre trenta milioni di copie), non è una di quelle operazioni nostalgiche che di solito segnano un momento di stanchezza nella vita dell’artista. Il primo singolo Berzerk, con i suoi samples estratti da Licensed To Ill (il leggendario debutto dei Beastie Boys), è un tributo alla “vecchia scuola” che di nostalgico ha ben poco. Il risultato è reso possibile dalla presenza in cabina di regia di Rick Rubin, uno dei più importanti produttori in attività e profondo conoscitore e amante del genere (fu proprio lui a produrre Licensed To Ill). Il singolo Rap God con le sue rime supersoniche è il brano autocelebrativo di The Marshall Mathers LP 2, appuntamento immancabile nella scaletta di ogni album rap che si rispetti. Bisogna infatti dimostrare alle giovani leve come si rappa, anche se a volte si rischia di risultare ridicoli. Ma non è questo il caso. Se poi qualcuno avesse ancora qualche dubbio dovrebbe bastare la recente esibizione di Eminem ai YouTube Awards per fugarlo definitivamente. In Evil Twin, Asshole e So Much Better ritroviamo invece lo Slim Shady tagliente e sarcastico degli esordi. Legacy continua idealmente la confessione iniziata nel 2000 con Stan, uno dei maggiori successi di The Marshall Mathers LP. Il brano non è all’altezza di quello registrato tredici anni fa con Dido, ma la schiettezza delle rime di Marshall è immutata. The Monster è la canzone che nei prossimi mesi sentiremo sino allo sfinimento grazie alla partecipazione di Rihanna, ma l’ospite vocale più convincente resta la sconosciuta Sarah Jaffe sentita di sfuggita nell’iniziale Bad Guy. The Marshall Mathers LP 2, se il termine non fosse inflazionato, potrebbe essere il famoso “disco della maturità” di Eminem. Le rime sono come frecce e nessuna va a vuoto e il flow del nostro ancora oggi stupisce perché, va detto, nella scena odierna i rapper che vanno per la maggiore si sognano la sua padronanza del rapping. Si evince infine facilmente che niente è lasciato al caso: molti dei brani di The Marshall Mathers LP 2 sono stati scritti più e più volte. Questo per alcuni potrebbe tradire un eccesso di “mestiere”, tuttavia è quest’ossessione per i dettagli a rendere il rapper di Detroit uno dei migliori in circolazione. Per cui vale davvero la pena perdere un po’ di tempo per leggere e tradurre i suoi versi. Rime e basi, quelle di The Marshall Mathers LP 2, che fanno la differenza tra un disco “carino” da ascoltare per qualche mese e uno da mettere vicino ai classici del genere, insieme ai primi e (si pensava finora) irripetibili capolavori di Eminem.

Il caso Cancellieri

giulia-ligresti

Il mondo alla rovescia. Politici, giornalisti e magistrati si affannano a tratteggiare in queste ore un ritratto agiografico del ministro della Giustizia Anna Maria Cancellieri. Una sorta di santa patrona laica dei carcerati. Di contro quelli che hanno osato criticarla ora passano per spietati forcaioli che avrebbero tratto quasi godimento fisico nel veder morire Giulia Ligresti in carcere. Sembra la declinazione del famoso “odio di classe” evocato spesso da Silvio Berlusconi. Ma le cose non stanno così: sono in pochi a biasimare il ministro per la sua umanità nei confronti di una donna che rifiutava il cibo e rischiava per questo di perdere la vita. Molti le rimproverano invece l’inopportunità di un interessamento – fin troppo evidente, alla luce degli stretti rapporti con i parenti dell’indagata – che alla gran parte dell’opinione pubblica appare semplicemente come uno scambio di cortesie e favori tra potenti. E di certo non aiutano a svelenire il clima le poco lusinghiere parole riservate da Giulia Ligresti a Piergiorgio Peluso, figlio del ministro Cancellieri ed ex direttore generale di Fondiaria-SAI: “È un idiota protetto dalla madre”. Un idiota, va detto, premiato peraltro con la generosa buonuscita di 3,6 milioni di euro dopo un solo anno di lavoro. A sua difesa il ministro ha sottolineato di essere intervenuta in altre decine di casi, quando in pericolo c’erano le vite di perfetti sconosciuti e, come se non bastasse, alcuni magistrati e alti dirigenti dell’amministrazione penitenziaria coinvolti nella vicenda Ligresti si sono affrettati a “scagionarla” affermando di non aver ricevuto alcun tipo di pressione. Peccato che il problema per il ministro non abbia a che fare col diritto penale; si tratta, infatti, di una questione squisitamente politica e di opportunità, aspetti tutt’altro che secondari o trascurabili per chi ha il compito di garantire la credibilità delle istituzioni. Detto ciò, altra recente strumentalizzazione occorsa in questo continuo “ribaltamento” della realtà è quella che vede protagonista Ilaria Cucchi, la sorella di Stefano. Le sue parole, un circospetto attestato di stima nei confronti di Anna Maria Cancellieri, nei titoli di alcuni quotidiani sono diventate una granitica difesa del Guardasigilli. I sostenitori del ministro ripeteranno nelle prossime ore le sue parole (“Se Cancellieri fosse stata ministro Stefano oggi sarebbe vivo”), omettendo però un passaggio fondamentale (Se avesse saputo delle sue condizioni”). La questione è tutta qui in un Paese dove migliaia di detenuti vivono in condizioni di estremo disagio psicofisico, costretti nelle nostre incivili strutture carcerarie. Proprio come Giulia Ligresti, anche se a differenza di quest’ultima non possono vantare un filo diretto col ministro della Giustizia.