Renzi come Blair?

renzi-selfie-il-manifestoNon esageriamo. Nonostante la brillante vignetta di Mauro Biani (+ Antonella Marrone) l’ex sindaco di Firenze e attuale presidente del Consiglio, a differenza di Tony Blair, non ha sulla coscienza centinaia di migliaia di morti.

TonyBlair

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Più nudità su Repubblica.it

Provocazioni: più nudi (artistici e maschili) su Repubblica.it

Sgombriamo immediatamente il campo da moralismi fuori luogo: il problema non sono le chiappe al vento delle tre donne immortalate di spalle in questa foto. Ciò che risulta insopportabile è l’ipocrisia di un quotidiano che lancia petizioni contro lo sfruttamento e la mercificazione del corpo femminile, salvo poi intasare la famigerata “colonna destra” del proprio sito con tette e culi che di “artistico” e “socialmente impegnato” hanno ben poco ma il cui unico scopo è quello di raccogliere i clic di tanti affezionati e arrapati lettori. Maschi, soprattutto.

Se la versione online del quotidiano diretto da Ezio Mauro volesse però mostrare in home page nudi artistici (magari quelli maschili di Robert Mapplethorpe, per rompere un vero tabù) ne saremmo felicissimi.

Phillip, Legs on Toes, 1979

Ministri serpenti e dissidenti mansueti

Ministri serpenti e dissidenti all'acqua di rose

Con ministri del genere (Mogherini agli Esteri e Franceschini alla Cultura) chi ha bisogno di avversari politici? Auguri al presidente del Consiglio Matteo Renzi.

P.s. Stendiamo infine un velo sul “non voterei la fiducia al governo Renzi, ma devo” di Giuseppe Civati. Con la sua scelta sofferta ma “responsabile” oggi è caduta l’ultima foglia di fico di un Partito democratico irriformabile.

Il grande comunicatore del PD

Il grande comunicatore del PD

Critichiamo (giustamente) gli attacchi sguaiati di Claudio Messora e Rocco Casalino (comunicatori ufficiali del Movimento 5 Stelle), ma in questo campo il fuoriclasse indiscusso è senza dubbio l’ex web-hooligan renziano e attuale responsabile comunicazione del Partito democratico Francesco Nicodemo. Un vero fenomeno.

Sfogo 99

fuckVogliamo raccontare le seconde generazioni in maniera anticonformista”. Quando sento questa frase avrei voglia di mettere mano alla pistola, ma non viviamo negli USA e per fortuna da noi non è altrettanto facile procurarsi un’arma. Sì, devo ammetterlo, la mia salute mentale è a rischio. Dopo anni (parecchi) passati cercando di sfidare l’ottusità di etichette stantie quali “nuovo italiano” e “seconda generazione” avrei dovuto imparare la lezione: se ti chiedono di raccontare qualcosa “in maniera anticonformista” vogliono in realtà l’opposto. Si aspettano e quasi pretendono che tu confermi le loro tesi preconfezionate. Per farlo devono però fidarsi di te, ritenerti rassicurante e avere già letto qualcosa di tuo (magari sul Sole 24 Ore, noto faro dei diritti civili in questo Paese). Devono essere del tutto sicuri che la descrizione che farai della faticosa e complessa vita degli immigrati (in particolare quella dei loro figli, italiani di fatto nonostante le lamentele leghiste) corrisponda agli stereotipi che hanno in mente. Per ottenere il risultato magari si affideranno a una giornalista/blogger di origine magrebina – una sorta di Souad Sbai in fieri – che tiri fuori Hina e Sanaa (le vittime di famiglie oppressive e violente come ce ne sono tante tra gli “italiani brava gente”), sappia condire la pietanza richiesta con calzanti interventi di sociologi, pedagogisti e (per dare un po’ di colore) del giovane ragazzo di origine senegalese che lotta per vedersi pienamente riconosciuta l’identità italiana. Alla collega in questione e ai tanti altri di origine straniera che si prestano a questa dolosa riproposizione di luoghi comuni voglio dire soltanto grazie. Grazie, perché leggendovi apprezzo il valore della mia battaglia contro i mulini a vento, visto che ho deciso da anni (consapevolmente e, forse, follemente) di non piegarmi a questa rappresentazione stereotipata della società in cui viviamo. Accade a molti miei colleghi giornalisti – anche agli italiani “purosangue” – di doversi piegare fino a spezzarsi e diventare riproduttori seriali di banalità trite e ritrite, come queste mie. So di non aver scoperto nulla (mi è noto che il marcio non alberga soltanto nel vituperato mondo del giornalismo), e tuttavia fa male. Fa male ritrovarsi a 33 anni ancora impegnato e in assai scarsa compagnia in una battaglia dove i tentativi di raccontare l’Italia che cambia in maniera realmente “diversa” non hanno diritto di cittadinanza. Non ce l’hanno perché nessun editore o direttore di (tele)giornale è interessato alle opinioni di un italiano di origine straniera sulla politica di casa nostra. A noi “seconde generazioni” o “nuovi italiani”, quando viene riconosciuta l’abilità di scrivere si chiede di raccontare i “nuovi italiani” in maniera brillante, evitando sia la cronaca nera che l’esaltazione di esempi troppo positivi per essere credibili. Nell’area giornalistica che per comodità definirò “di sinistra” abbiamo raggiunto nuove vette di ipocrisia: non si può parlare male degli stranieri (ci mancherebbe!) ma neanche troppo bene, altrimenti si viene tacciati di buonismo. I più scaltri non ti chiedono né l’una né l’altra cosa: vogliono che “racconti le come stanno, senza filtri”. Ecco la categoria più infida. Non gliene frega un accidenti della realtà. Perdonate la rozzezza, ma per definizione uno sfogo non cerca l’approvazione di qualche sepolcro imbiancato. Non ho soluzioni per rovesciare il modo malato di raccontare l’immigrazione in Italia. Oggi ho solo voglia di mandarvi a quel paese, con tutta la rabbia che ho in corpo. La rabbia di una generazione definita “perduta”. Perduta sì, ma non accondiscendente né complice. Spero soltanto, cari editori e colleghi della carta stampata, di avervi condotto fino a qui per indirizzarvi un liberatorio “fottetevi”.

12 anni schiavo

12annischiavoAllontanato dalla propria famiglia con una falsa proposta di lavoro, drogato, sequestrato, privato dei documenti che ne attestavano l’identità (e lo status di uomo libero) e infine venduto in Louisiana come uno schiavo fuggitivo della Georgia. La storia di Solomon Northup, afroamericano nato libero nello Stato di New York e ridotto in schiavitù per 12 anni ha dell’incredibile, anche se al tempo (siamo nel 1841, vent’anni prima dell’inizio della guerra di secessione) non era infrequente che la “forza lavoro” destinata alle piantagioni del Sud venisse così recuperata. Il terzo lungometraggio del quarantaquattrenne cineasta inglese Steve McQueen, vivida e accurata discesa agli inferi dello schiavismo (peccato originale degli USA insieme alla decimazione dei nativi americani), è anche il viaggio nell’anima di un uomo strappato agli affetti più cari (per 12 anni la moglie e i due figli di Solomon non ebbero sue notizie) che deve ricorrere all’astuzia per non soccombere alla brutalità dell’uomo bianco. Ne è documento esemplare l’interpretazione di Michael Fassbender nei panni del fanatico proprietario della piantagione di cotone Edwin Epps, il più crudele e sadico tra i padroni che Northup incontra durante la sua odissea. Quella di affidare il ruolo principale ad un attore inglese e poco conosciuto (Chiwetel Ejiofor) è stata una scelta felice. Il tormento di Solomon non viene mai ostentato; oltre allo studio necessario per calarsi nella parte, con una recitazione asciutta Ejiofor ci restituisce lo spirito combattivo di un uomo che ha tentato la fuga più volte e non si è mai arreso davanti alle indicibili violenze vissute e all’impossibilità di potersi fidare di qualcuno. Lo stesso Northup non è esente da lati oscuri. Il suo rapporto con la schiava Patsey (la “preferita” di Epps) è drammaticamente irrisolto; quando lei gli chiede di aiutarla a togliersi la vita per sfuggire ai ripetuti stupri del suo padrone, il cristiano Solomon rifiuta. Nei confronti del pastore battista William Ford, suo primo padrone in Lousiana, Northup ha parole più che buone nonostante fosse anch’egli un convinto sostenitore della schiavitù. Il buon cuore di Ford (interpretato da Benedict Cumberbatch, lo Sherlock Holmes della recente serie BBC) viene evidenziato anche da McQueen, ma senza però calcare la mano sulle evidenti contraddizioni di un uomo di Dio che considerava comunque i neri esseri inferiori da redimere e salvare. Tuttavia a McQueen l’aspetto religioso della vicenda sembra non interessare molto: l’uso strumentale che anche Epps fa delle Sacre Scritture non aggiunge spessore al personaggio di Fassbender che alla fine viene trasformato in una sorta di caricatura. La forza di 12 anni schiavo è tutta nei dettagli: una fotografia eccezionale (la natura incontaminata e impassibile della Louisiana dove Northup si muove) e i tanti comprimari (su tutti la bravissima Lupita Nyong’o, l’attrice che interpreta Patsey) volti a ricreare un mondo di sopraffazione e sofferenza che ha coinvolto e stravolto le vite di milioni di esseri umani. L’unico cedimento emotivo di McQueen contrassegna l’ultima scena; ma se pianto deve essere, che almeno sia catartico e liberatorio come quello che sgorga alla fine di un film che forse non garantirà ai suoi attori principali l’Oscar (a Hollywood già stravedono per l’accoppiata McConaughey-Leto vista nell’ottimo Dallas Buyers Club), pur potendo legittimamente aspirare – se c’è ancora un po’ di giustizia a Los Angeles – almeno al premio per il miglior film.