Sfogo 99

fuckVogliamo raccontare le seconde generazioni in maniera anticonformista”. Quando sento questa frase avrei voglia di mettere mano alla pistola, ma non viviamo negli USA e per fortuna da noi non è altrettanto facile procurarsi un’arma. Sì, devo ammetterlo, la mia salute mentale è a rischio. Dopo anni (parecchi) passati cercando di sfidare l’ottusità di etichette stantie quali “nuovo italiano” e “seconda generazione” avrei dovuto imparare la lezione: se ti chiedono di raccontare qualcosa “in maniera anticonformista” vogliono in realtà l’opposto. Si aspettano e quasi pretendono che tu confermi le loro tesi preconfezionate. Per farlo devono però fidarsi di te, ritenerti rassicurante e avere già letto qualcosa di tuo (magari sul Sole 24 Ore, noto faro dei diritti civili in questo Paese). Devono essere del tutto sicuri che la descrizione che farai della faticosa e complessa vita degli immigrati (in particolare quella dei loro figli, italiani di fatto nonostante le lamentele leghiste) corrisponda agli stereotipi che hanno in mente. Per ottenere il risultato magari si affideranno a una giornalista/blogger di origine magrebina – una sorta di Souad Sbai in fieri – che tiri fuori Hina e Sanaa (le vittime di famiglie oppressive e violente come ce ne sono tante tra gli “italiani brava gente”), sappia condire la pietanza richiesta con calzanti interventi di sociologi, pedagogisti e (per dare un po’ di colore) del giovane ragazzo di origine senegalese che lotta per vedersi pienamente riconosciuta l’identità italiana. Alla collega in questione e ai tanti altri di origine straniera che si prestano a questa dolosa riproposizione di luoghi comuni voglio dire soltanto grazie. Grazie, perché leggendovi apprezzo il valore della mia battaglia contro i mulini a vento, visto che ho deciso da anni (consapevolmente e, forse, follemente) di non piegarmi a questa rappresentazione stereotipata della società in cui viviamo. Accade a molti miei colleghi giornalisti – anche agli italiani “purosangue” – di doversi piegare fino a spezzarsi e diventare riproduttori seriali di banalità trite e ritrite, come queste mie. So di non aver scoperto nulla (mi è noto che il marcio non alberga soltanto nel vituperato mondo del giornalismo), e tuttavia fa male. Fa male ritrovarsi a 33 anni ancora impegnato e in assai scarsa compagnia in una battaglia dove i tentativi di raccontare l’Italia che cambia in maniera realmente “diversa” non hanno diritto di cittadinanza. Non ce l’hanno perché nessun editore o direttore di (tele)giornale è interessato alle opinioni di un italiano di origine straniera sulla politica di casa nostra. A noi “seconde generazioni” o “nuovi italiani”, quando viene riconosciuta l’abilità di scrivere si chiede di raccontare i “nuovi italiani” in maniera brillante, evitando sia la cronaca nera che l’esaltazione di esempi troppo positivi per essere credibili. Nell’area giornalistica che per comodità definirò “di sinistra” abbiamo raggiunto nuove vette di ipocrisia: non si può parlare male degli stranieri (ci mancherebbe!) ma neanche troppo bene, altrimenti si viene tacciati di buonismo. I più scaltri non ti chiedono né l’una né l’altra cosa: vogliono che “racconti le come stanno, senza filtri”. Ecco la categoria più infida. Non gliene frega un accidenti della realtà. Perdonate la rozzezza, ma per definizione uno sfogo non cerca l’approvazione di qualche sepolcro imbiancato. Non ho soluzioni per rovesciare il modo malato di raccontare l’immigrazione in Italia. Oggi ho solo voglia di mandarvi a quel paese, con tutta la rabbia che ho in corpo. La rabbia di una generazione definita “perduta”. Perduta sì, ma non accondiscendente né complice. Spero soltanto, cari editori e colleghi della carta stampata, di avervi condotto fino a qui per indirizzarvi un liberatorio “fottetevi”.

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