Un anno difficile per Cécile

RAZZISMO: KYENGE, LAVORO TRASVERSALE TRA MINISTERI

Chi nasce e/o cresce in Italia è italiano!”. Il nervo scoperto del nostro Paese non è lo ius soli (peraltro temperato), ma Cécile Kyenge. La mattina di Natale il ministro dell’Integrazione ha visitato il Centro Astalli di Roma – importante luogo di ritrovo per richiedenti asilo politico e rifugiati – e insieme alla propria famiglia ha dato una mano in mensa, servendo gli ospiti della struttura. Peccato che ai giornalisti interessasse solo far notare che il marito di Kyenge “è stato in disparte tutto il tempo” (a quanto pare la coppia sarebbe in crisi) e che il ministro indossava un orologio da 23mila euro. A nulla sono valse le spiegazioni del marito (“Macché, è un Lorenz da 200 euro che le ho comprato io a Modena”). Lo “scandalo” ha subito infiammato il web, in particolare Twitter, dando il via alla prevedibile furia contro la Casta cui si sono subito aggiunte le solite venature di razzismo che accompagnano da sempre le uscite pubbliche del ministro. Nulla di sorprendente in un Paese che ritiene accettabile celebrare un criminale di guerra come il gerarca fascista Rodolfo Graziani col sacrario di Affile, e non ha alcuna memoria del proprio passato coloniale. Il razzismo è profondamente radicato nel nostro DNA. Una lettura per tutte: “Italiani, brava gente?” di Angelo Del Boca. Detto ciò, a costo di incorrere nell’accusa di cerchiobottismo, vanno rilevate le responsabilità del ministro Kyenge. La prima: militare in un partito che, a parte il recente gesto di Khalid Chaouki (rinchiudersi per protesta nel centro di accoglienza di Lampedusa), sul tema dell’immigrazione predica spesso bene, ma in passato ha razzolato malissimo, come dimostra la Legge Turco-Napolitano del 1998. La seconda: non avere l’intelligenza politica per capire che il suo ruolo simbolico in un governo di larghe intese indebolisce le stesse battaglie per le quali è stata premiata con un posto in Parlamento. Se non ha la forza per affermare che i CIE sono irriformabili e l’immigrazione non si affronta imprigionando per mesi le persone dovrebbe fare un passo indietro. Per quanto riguarda lo ius soli va infine ammesso che, da un punto di vista comunicativo, ha vinto la linea terroristica del centrodestra. Il ministro dell’Interno Alfano paventa la trasformazione dell’Italia in un’immensa “sala parto” e la Lega Nord di Salvini per racimolare voti soffia sulla xenofobia, mettendo intenzionalmente insieme “clandestini” e giovani di origine straniera che vivono e studiano qui fin da piccoli e sono in molti casi più italiani dei cultori della superiorità padana. Al momento sostano in Parlamento una ventina di proposte di legge sulla cittadinanza e quella sostenuta da Kyenge è una delle più prudenti in materia. Purtroppo ai media interessano di più le beghe matrimoniali del ministro o l’ultimo insulto rivoltole. È ingiusto farle una colpa di queste attenzioni morbose, ma un tweet per ribadire l’ovvio – e cioè che chi cresce qui è italiano, checché ne dicano i puristi della razza italica – non basta più. Cara Cécile, i fischi e i buu razzisti arriveranno qualunque cosa tu faccia. A questo punto tanto vale “meritarseli” battendosi a viso aperto per i diritti dei “nuovi italiani”. Non solo nelle aule del Parlamento, ma soprattutto dentro la compagine governativa.

Un insulto alla Kyenge non si nega mai

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Basta un virgolettato palesemente falso attribuito a Cécile Kyenge (“Prendiamo i cani e i gatti degli italiani per sfamare gli immigrati“) per scatenare commenti tanto beceri quanto razzisti.

Mi associo all’ultimo commento selezionato: questo è “davvero uno spettacolo”. Uno spettacolo deprimente.

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L’assordante silenzio di Cécile

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Il conduttore la incalza, ripete un paio di volte la domanda sulla legge Bossi-Fini (“andrebbe abrogata?”), ma lei non cede. Si rifiuta di rispondere a quella che lei considera la “semplificazione” di un problema assai più complesso. Sarà.

Il collega deputato Nicola Fratoianni di SEL, mosso dalle migliori intenzioni, interviene interpretando il suo silenzio sulla questione come una necessaria difesa d’ufficio delle “larghe intese” (“il ministro non può dire che la Bossi-Fini è una schifezza altrimenti cade il governo”). Lei non sembra apprezzare il gesto del deputato di Sinistra, Ecologia e Libertà.

La frase che spariglia le carte e la geografia del confronto politico sulla Bossi-Fini, nello studio del programma Agorà, è di Renata Polverini: “La Bossi-Fini non va cancellata ma cambiata… Il reato di clandestinità va tolto”. Fa impressione che una tale affermazione provenga da una rappresentate del Pdl la cui storia politica è chiaramente riconducibile alla destra italiana più identitaria e oltranzista.

La cosiddetta “stabilità” cui anelano il governo e i suoi ministri ha anche questo prezzo: il silenzio assordante di chi, come Cécile Kyenge, è stata eletta promettendo di fare tutto quanto in suo potere per abolire la Bossi-Fini e oggi, in nome della “responsabilità”, si rimangia la parola data trincerandosi dietro un mutismo che non fa onore né a lei né al suo partito.

La fedeltà al governo Letta viene prima di tutto. Anche prima delle lotte portate avanti per anni nella società civile e degli impegni presi durante la campagna elettorale.

Un’altra prospettiva su Cécile Kyenge

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Dal giorno del suo insediamento il ministro dell’Integrazione Cécile Kyenge è oggetto di un incessante e vergognoso tiro al bersaglio da parte della destra italiana più becera e razzista. Di fronte al dato di fatto incontrovertibile, per quanto in Italia sia un’impresa difficile, è necessario uscire dal pantano linguistico al quale leghisti e neofascisti hanno improntato il dibattito sull’immigrazione. Gli insulti rivolti a Kyenge (“nullità” e “orango”, per citarne solo un paio) qualificano in maniera inequivocabile i suoi aggressori, ma poco ci dicono sul conto del ministro e della sua agenda politica. “Non è Rosa Parks, ma una Condoleeza Rice dall’aspetto più mite”. Terry McDermott, nel suo articolo del 29 luglio, apre un’altra prospettiva sulla questione. Il ministro Kyenge non sarebbe una paladina dei diritti civili, nonostante l’impegno decennale nell’associazionismo interculturale e la resistenza alle offese disgustose ricevute negli ultimi mesi, bensì una libera professionista che dal 2004 milita nel partito che pochi anni prima, con la legge Turco-Napolitano, aveva voluto e istituito i Centri di Permanenza Temporanea in seguito ribattezzati C.I.E. (Centri di Identificazione ed Espulsione). L’analisi di McDermott può non convincere, tuttavia ha un indubbio pregio: rappresenta la prima vera critica al politico Kyenge. Non è infatti (e non vuole essere) un attacco alla persona, quanto semmai la denuncia di un meccanismo anche mediatico che rischia di ridurre il ministro dell’Integrazione a un vuoto e inutile “santino”. Un pericolo peraltro intravisto anche da altri. La scrittrice Igiaba Scego, pur se con affettuoso rispetto, ha chiesto a Cécile Kyenge se non ritenga opportuno dimettersi vista l’impossibilità di ottenere risultati concreti rappresentando un governo ostaggio del Popolo della Libertà e amico della Libia, nazione che notoriamente detiene in condizioni disumane i migranti. Al netto delle oscenità leghiste il confronto sull’immigrazione è appena all’inizio. L’auspicio è che il ministro Kyenge, accanto ai reiterati (e finora inascoltati) appelli al Parlamento per l’approvazione di una legge sullo ius soli, aggiunga alla sua lodevole pacatezza maggiore fermezza nel pretendere il superamento dell’approccio paternalistico all’immigrazione che ha caratterizzato, anche a sinistra, la politica italiana degli ultimi anni.

“L’emergenza razzismo non esiste”

Così dice l’eterno bastian contrario Giuseppe Cruciani. Ha ragione, non c’è nessuna emergenza… In fondo basta solo voltare lo sguardo per negare l’evidenza. Peccato che nel caso di Cécile Kyenge (un ministro della Repubblica italiana) sia praticamente impossibile nascondere sotto il tappeto il razzismo dilagante che sta avvelenando la nostra società.