Un insulto alla Kyenge non si nega mai

lercio

Basta un virgolettato palesemente falso attribuito a Cécile Kyenge (“Prendiamo i cani e i gatti degli italiani per sfamare gli immigrati“) per scatenare commenti tanto beceri quanto razzisti.

Mi associo all’ultimo commento selezionato: questo è “davvero uno spettacolo”. Uno spettacolo deprimente.

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L’assordante silenzio di Cécile

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Il conduttore la incalza, ripete un paio di volte la domanda sulla legge Bossi-Fini (“andrebbe abrogata?”), ma lei non cede. Si rifiuta di rispondere a quella che lei considera la “semplificazione” di un problema assai più complesso. Sarà.

Il collega deputato Nicola Fratoianni di SEL, mosso dalle migliori intenzioni, interviene interpretando il suo silenzio sulla questione come una necessaria difesa d’ufficio delle “larghe intese” (“il ministro non può dire che la Bossi-Fini è una schifezza altrimenti cade il governo”). Lei non sembra apprezzare il gesto del deputato di Sinistra, Ecologia e Libertà.

La frase che spariglia le carte e la geografia del confronto politico sulla Bossi-Fini, nello studio del programma Agorà, è di Renata Polverini: “La Bossi-Fini non va cancellata ma cambiata… Il reato di clandestinità va tolto”. Fa impressione che una tale affermazione provenga da una rappresentate del Pdl la cui storia politica è chiaramente riconducibile alla destra italiana più identitaria e oltranzista.

La cosiddetta “stabilità” cui anelano il governo e i suoi ministri ha anche questo prezzo: il silenzio assordante di chi, come Cécile Kyenge, è stata eletta promettendo di fare tutto quanto in suo potere per abolire la Bossi-Fini e oggi, in nome della “responsabilità”, si rimangia la parola data trincerandosi dietro un mutismo che non fa onore né a lei né al suo partito.

La fedeltà al governo Letta viene prima di tutto. Anche prima delle lotte portate avanti per anni nella società civile e degli impegni presi durante la campagna elettorale.

La strage di Lampedusa e l’ipocrisia della politica

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Lampedusa. Un’imbarcazione con oltre 500 migranti prende fuoco e si rovescia nei pressi dell’isola dei Conigli. Telegiornali e quotidiani online fanno un primo bilancio parlando di oltre 90 morti e circa 250 migranti ancora dispersi.

Esponenti leghisti alla costante ricerca di visibilità si avventano come iene sui resti dei migranti, addebitando con stolida ottusità alla presidente della Camera Laura Boldrini e al ministro dell’Integrazione Cécile Kyenge ogni responsabilità (“giustificano la clandestinità”). Riferita la notizia, non è tuttavia il caso di addentrarsi ulteriormente nella mente ottenebrata di simili personaggi.

In queste ore il governo italiano rende omaggio alle vittime di Lampedusa con la solidarietà (postuma) che si riserva ai più fortunati tra gli sfortunati: uomini, donne e bambini che sono morti e continuano a morire troppo vicini alle nostre coste e in numero così grande da non poter essere più ignorati da nessuno.

Una riflessione merita il Partito democratico che a parole si straccia le vesti per i migranti morti (alcuni suoi esponenti hanno proposto una giornata di lutto nazionale), ma nei fatti – cioè nelle aule parlamentari – non ha mai sfidato il centrodestra sulla pessima Bossi-Fini (evoluzione della legge sull’immigrazione Turco-Napolitano voluta dal centrosinistra e “madre” tra l’altro dei famigerati Cie).

Sull’altare della realpolitik (o “larghe intese”, come la chiamano adesso) il compassionevole Pd ha immolato la tutela e la difesa dei migranti: all’estero (si pensi agli scellerati accordi siglati anche dal centrosinistra con la Libia in materia di lotta all’immigrazione), come in Italia.

Il lutto nazionale è una scappatoia troppo facile. Se il Partito democratico vuole fare qualcosa di veramente utile si batta in Parlamento per abrogare la Bossi-Fini e riformare radicalmente l’intero sistema dell’accoglienza.

Basta con i pianti e gli auspici.