La rabbia di Ron (Dallas Buyers Club)

Film-Toronto PreviewVent’anni fa Tom Hanks vinceva l’Oscar per il miglior attore protagonista con Philadelphia, la commovente storia di un avvocato gay e sieropositivo. Matthew McConaughey potrebbe presto ripercorrere le orme di Hanks con la sua interpretazione in Dallas Buyers Club. Ron Woodroof, il personaggio di McConaughey, a differenza di tanti altri malati di Aids visti sul grande schermo sembra quasi costruito a tavolino, per quanto è sgradevole. Drogato, disonesto, avido e omofobo. Se pensate ad un difetto è assai probabile che lui ce l’abbia. Come in ogni viaggio di celluloide che si rispetti, il nostro antieroe texano perderà lungo il tragitto alcuni tratti negativi – almeno i più evidenti – grazie all’amicizia con la compassionevole dottoressa Eve Sacks (Jennifer Garner) e la fragile transessuale Rayon (Jared Leto). Quando nel 1986 gli venne diagnosticato l’HIV i medici gli diedero 30 giorni di vita. Ne passarono 2557 prima della sua morte nel settembre del 1992. Il propellente che lo tenne in vita così a lungo, ben oltre le aspettative della comunità scientifica del tempo, fu la rabbia. Questo sembra pensare McConaughey quando descrive così il “suo” Ron: amante delle donne e del rodeo, con un corpo emaciato ma sempre scattante nonostante il corso implacabile della malattia. Nel film, oltre al virus, l’altro nemico giurato di Ron è la FDA (Agenzia per gli Alimenti e i Medicinali). Agli inizi dell’epidemia le grandi case farmaceutiche trattarono i primi pazienti con dosi massicce di AZT, un farmaco che in seguito si rivelò utilissimo – purché assunto in dosi minori – nella lotta all’HIV. Ron, per cercare farmaci e cure più efficaci, girò il mondo (Messico, Giappone, Europa…) e fondò a Dallas un “club” dove, dietro pagamento di una tassa d’iscrizione, si poteva ricevere un cocktail “alternativo” di medicine. Questa è una delle scelte narrative più apprezzabili di Dallas Buyers Club: il protagonista non è un samaritano, e se alla fine diventa in qualche modo una persona migliore lo deve soltanto alla sua rabbia. Contro la malattia, la FDA e la comunità medica che “stroncava” i suoi amici con quantità industriali di AZT. La bellezza del personaggio di McConaughey è tutta qui, nella pressoché totale assenza di vittimismo che ci accompagna per l’intera durata del film. Il regista Jean-Marc Vallée non estorce allo spettatore facili lacrime: i lutti e le sofferenze che Ron deve affrontare nell’arco di sette anni vengono affrontati con estremo pudore. L’interpretazione di McConaughey è ragguardevole. La difficile trasformazione – penso ai venti chili persi per calarsi nei panni del personaggio – poteva diventare una scorciatoia per un attore pigro (basta agitarsi per il set come uno spettro per commuovere il pubblico). McConaughey ci sfida invece come avrebbe fatto Ron con i tori che amava cavalcare: con rispetto e senza sconti. Nell’ultimo anno Matthew McConaughey ha impresso una svolta impressionante alla sua carriera, lasciandosi definitivamente alle spalle in poche mosse (Dallas Buyers Club, la serie HBO True Detective e una significativa particina in The Wolf Of Wall Street di Martin Scorsese) la fama di star dal fisico scolpito, adatta solo per film d’azione e commedie sentimentali.

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The Butler: un maggiordomo alla Casa Bianca

The Butler

Strappalacrime. Didascalico. Deludente. Adattamento per il grande schermo di un articolo pubblicato nel 2008 sul Washington Post, The Butler è la biografia ampiamente romanzata di un maggiordomo afroamericano alla Casa Bianca. Eugene Allen (questo il vero nome del protagonista Cecil Gaines, interpretato da Forest Whitaker) ha servito dal 1952 al 1986 ben otto presidenti degli Stati Uniti d’America, da Harry Truman fino a Ronald Reagan. L’articolo di Aisha Harris per Slate (“Quanto c’è di vero in The Butler?”) mette a nudo le numerose “licenze” prese dal trentanovenne sceneggiatore Danny Strong, noto al grande pubblico per avere recitato nelle serie televisive Una mamma per amica e Buffy l’ammazzavampiri. Roghi, scontri, arresti e omicidi eccellenti (quelli di John Fitzgerald Kennedy e Martin Luther King) che hanno caratterizzato la lunga marcia per i diritti civili degli afroamericani vengono messi diligentemente in fila dal regista Lee Daniels, ma non colpiscono più di tanto. Buona parte della pellicola si fonda sulla contrapposizione tra Cecil, il maggiordomo quasi contento di servire i bianchi (un “negro da cortile”, per dirla con Malcolm X), e il figlio maggiore Louis, ribelle sempre in prima fila nelle proteste antisegregazioniste. Da notare un particolare di non poco conto: Louis non esiste. È questa una delle “licenze” di Strong, e la sua funzione nel contesto narrativo è più che comprensibile. Ciononostante il manicheismo di questo artificioso contrasto risulta spesso inverosimile: nel film il figlio immaginario di Cecil/Eugene non perde un solo appuntamento con la storia degli afroamericani, passando da Martin Luther King (di cui è perfino amico) alle riunioni con le Pantere Nere. Forzature destinate a finire in secondo piano grazie all’interpretazione dolente di Forest Whitaker. Il cast, malgrado il budget contenuto per gli standard hollywoodiani (“soltanto” trenta milioni di dollari), è stellare. Basti pensare ad alcuni dei presidenti di The Butler: Robin Williams (Eisenhower), John Cusack (Nixon) e Alan Rickman (Reagan). Lee Daniels sa il fatto suo ma, oltre al successo riscosso nelle sale (più di 150 milioni di dollari), c’è davvero ben poco di cui rallegrarsi. Si tratta infatti di un compitino patinato e formalmente impeccabile che non rende però giustizia alla straordinaria vita di Eugene Allen. La scrittura di Strong può andare bene per la tv (sono suoi gli ottimi prodotti televisivi Recount e Game Change), ma il grande schermo richiede maggiore personalità, se si vuole lasciare il segno.

“My week with Marilyn” (V.O.)

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Premessa. All’ultima cerimonia degli Oscar Michelle Williams – un’impressionante Marilyn Monroe – ha gareggiato ad armi pari con l’altrettanto camaleontica Meryl Streep di The Iron Lady. Se la Williams avesse vinto l’Oscar per la migliore interpretazione femminile nessuno avrebbe potuto gridare allo scandalo, visto che la mimesi (ed entrambe le pellicole sopracitate lo confermano) è senza dubbio il “quid” che i giurati dell’Academy cercano e prediligono nei film in gara.

Attraverso gli occhi del protagonista Colin Clark – autore dei diari utilizzati per il film (The Prince, The Showgirl and Me e My Week with Marilyn) – vediamo confermati tutti gli stereotipi su Marilyn, giovane donna dalla vita turbolenta alla continua ricerca di amore e comprensione. Una stella del cinema a tratti riluttante, ma fedele fino alla (tragica) fine al personaggio che le era stato cucito addosso.

Colin, un giovane cinefilo di ottima famiglia, nell’estate del ’56 realizza il suo sogno partecipando alla realizzazione de Il principe e la ballerina, commedia diretta e interpretata dal leggendario Laurence Olivier. L’arrivo agli studi di Pinewood della star hollywoodiana Marilyn Monroe innescherà, con la sua fragilità quasi ingestibile per il compassato Olivier, i momenti più divertenti e interessanti della storia. La messa in scena dello scontro fra la diva del cinema e l’uomo di teatro non rappresenta una novità, ma l’esordiente Simon Curtis ricrea con credibilità, grazie anche a caratteristi di assoluto prestigio (penso a Judi Dench e allo stesso Kenneth Branagh, un fenomenale Olivier), il rapporto tormentato fra questi due due mondi apparentemente inconciliabili.

Michelle Williams, liberatasi con successo del suo ingombrante passato televisivo (molti in Italia la ricordano ancora per il telefilm Dawson’s Creek) con un paio di eccellenti scelte d’autore (Brokeback Mountain e Shutter Island) oggi non è più l’ex compagna dello sfortunato Heath Ledger, ma una attrice di primo piano cui toccherà molto presto, continuando di questo passo, un importante riconoscimento.

My week with Marilyn, un po’ come il recente Il Discorso del Re, è soprattutto un elegante esercizio di stile. Detto ciò, alcuni dialoghi sono attraversati da momenti di sincerità capaci di scalfire l’agiografia che pervade l’intero film. Da vedere, possibilmente in lingua originale. Non per snobismo, ma per catturare appieno le sfumature – in questo caso linguistiche – che danno vita e colore a quest’indimenticabile settimana con Marilyn.