Che fine ha fatto lo ius soli?

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Un articolo sul cricket può provocare commenti carichi di odio. Com’è possibile? Niente di più semplice; è sufficiente che i protagonisti della storia siano giovani atleti d’origine straniera che vogliano “indossare con orgoglio la maglia azzurra”. Colpa imperdonabile, per molti. Il tema dello ius soli, nonostante non occupi più da parecchio tempo le prime pagine dei giornali è ancora vissuto da molti italiani come una minaccia: basta farne cenno nel titolo di un articolo per attirare orde di furiosi difensori della “purezza” italica. Questo è quanto capita nel sottobosco del web, dove commenti del genere sono purtroppo la consuetudine. C’è tuttavia da chiedersi come mai la politica e i mass-media abbiano dimenticato il tema della cittadinanza dei figli di stranieri nati o cresciuti in Italia. Ma a ben vedere è così che va il mondo (sia dei media che della politica): ci si occupa di un argomento solo se ne ha parlato, possibilmente con toni accesi, un leader politico o, come è accaduto nel caso di Lampedusa e del reato di clandestinità, se molte persone hanno perso la vita. Sembra che soltanto così la notizia “buchi”, ammettiamolo. Nel caso dello ius soli ci sono volute le parole di Grillo per scatenare una sottospecie di dibattito che alla fine si è rivelato per quel che era fino dall’inizio: una sterile polemica tra il leader del MoVimento 5 Stelle e il Partito democratico, identificato come il “mandante” di una legge sullo ius soli che per il comico ligure non rivestiva alcun carattere di priorità. È d’altronde risaputo che un’altra sciagurata costante della politica italiana (M5S incluso) è il benaltrismo. Il problema è sempre un altro e c’è sempre “ben altro” da fare prima. In un Paese normale parleremmo invece di priorità da rispettare e di impegni assunti da onorare. Pier Luigi Bersani, durante l’ultima campagna elettorale, aveva inserito lo ius soli tra i punti qualificanti del suo programma di governo: sappiamo bene come è poi andata a finire. Con le attuali “larghe intese” la strada sembra, se possibile, ancora più in salita. Ciononostante la vita va avanti e il milione (circa) di ragazzi e ragazze di origine straniera che frequentano le nostre scuole, e sono quotidianamente ignorati dalle istituzioni, si apprestano a diventare l’ennesima occasione persa di una classe politica sempre più miope.

Un insulto alla Kyenge non si nega mai

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Basta un virgolettato palesemente falso attribuito a Cécile Kyenge (“Prendiamo i cani e i gatti degli italiani per sfamare gli immigrati“) per scatenare commenti tanto beceri quanto razzisti.

Mi associo all’ultimo commento selezionato: questo è “davvero uno spettacolo”. Uno spettacolo deprimente.

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La strage di Lampedusa e l’ipocrisia della politica

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Lampedusa. Un’imbarcazione con oltre 500 migranti prende fuoco e si rovescia nei pressi dell’isola dei Conigli. Telegiornali e quotidiani online fanno un primo bilancio parlando di oltre 90 morti e circa 250 migranti ancora dispersi.

Esponenti leghisti alla costante ricerca di visibilità si avventano come iene sui resti dei migranti, addebitando con stolida ottusità alla presidente della Camera Laura Boldrini e al ministro dell’Integrazione Cécile Kyenge ogni responsabilità (“giustificano la clandestinità”). Riferita la notizia, non è tuttavia il caso di addentrarsi ulteriormente nella mente ottenebrata di simili personaggi.

In queste ore il governo italiano rende omaggio alle vittime di Lampedusa con la solidarietà (postuma) che si riserva ai più fortunati tra gli sfortunati: uomini, donne e bambini che sono morti e continuano a morire troppo vicini alle nostre coste e in numero così grande da non poter essere più ignorati da nessuno.

Una riflessione merita il Partito democratico che a parole si straccia le vesti per i migranti morti (alcuni suoi esponenti hanno proposto una giornata di lutto nazionale), ma nei fatti – cioè nelle aule parlamentari – non ha mai sfidato il centrodestra sulla pessima Bossi-Fini (evoluzione della legge sull’immigrazione Turco-Napolitano voluta dal centrosinistra e “madre” tra l’altro dei famigerati Cie).

Sull’altare della realpolitik (o “larghe intese”, come la chiamano adesso) il compassionevole Pd ha immolato la tutela e la difesa dei migranti: all’estero (si pensi agli scellerati accordi siglati anche dal centrosinistra con la Libia in materia di lotta all’immigrazione), come in Italia.

Il lutto nazionale è una scappatoia troppo facile. Se il Partito democratico vuole fare qualcosa di veramente utile si batta in Parlamento per abrogare la Bossi-Fini e riformare radicalmente l’intero sistema dell’accoglienza.

Basta con i pianti e gli auspici.

Un’altra prospettiva su Cécile Kyenge

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Dal giorno del suo insediamento il ministro dell’Integrazione Cécile Kyenge è oggetto di un incessante e vergognoso tiro al bersaglio da parte della destra italiana più becera e razzista. Di fronte al dato di fatto incontrovertibile, per quanto in Italia sia un’impresa difficile, è necessario uscire dal pantano linguistico al quale leghisti e neofascisti hanno improntato il dibattito sull’immigrazione. Gli insulti rivolti a Kyenge (“nullità” e “orango”, per citarne solo un paio) qualificano in maniera inequivocabile i suoi aggressori, ma poco ci dicono sul conto del ministro e della sua agenda politica. “Non è Rosa Parks, ma una Condoleeza Rice dall’aspetto più mite”. Terry McDermott, nel suo articolo del 29 luglio, apre un’altra prospettiva sulla questione. Il ministro Kyenge non sarebbe una paladina dei diritti civili, nonostante l’impegno decennale nell’associazionismo interculturale e la resistenza alle offese disgustose ricevute negli ultimi mesi, bensì una libera professionista che dal 2004 milita nel partito che pochi anni prima, con la legge Turco-Napolitano, aveva voluto e istituito i Centri di Permanenza Temporanea in seguito ribattezzati C.I.E. (Centri di Identificazione ed Espulsione). L’analisi di McDermott può non convincere, tuttavia ha un indubbio pregio: rappresenta la prima vera critica al politico Kyenge. Non è infatti (e non vuole essere) un attacco alla persona, quanto semmai la denuncia di un meccanismo anche mediatico che rischia di ridurre il ministro dell’Integrazione a un vuoto e inutile “santino”. Un pericolo peraltro intravisto anche da altri. La scrittrice Igiaba Scego, pur se con affettuoso rispetto, ha chiesto a Cécile Kyenge se non ritenga opportuno dimettersi vista l’impossibilità di ottenere risultati concreti rappresentando un governo ostaggio del Popolo della Libertà e amico della Libia, nazione che notoriamente detiene in condizioni disumane i migranti. Al netto delle oscenità leghiste il confronto sull’immigrazione è appena all’inizio. L’auspicio è che il ministro Kyenge, accanto ai reiterati (e finora inascoltati) appelli al Parlamento per l’approvazione di una legge sullo ius soli, aggiunga alla sua lodevole pacatezza maggiore fermezza nel pretendere il superamento dell’approccio paternalistico all’immigrazione che ha caratterizzato, anche a sinistra, la politica italiana degli ultimi anni.

“La precaria (Pd) contro la figlia di Ichino”. Riflessione sui media e sulla distorsione delle notizie

di Igiaba Scego

Riflessione sui media e sulla distorsione delle notizie. La mia amica Chiara Fortebraccio Di Domenico giorni fa ha parlato dal palco di una manifestazione culturale del PD (dove c’erano nomi importanti come Adriano Sofri e Chiara Saraceno). Ha detto molte cose sulla sua condizione di lavoratrice precaria della conoscenza, cose che mi hanno molto commosso. Però, e questo fa rabbia, del suo intero discorso è stato estrapolata solo una frase, quella su Giulia Ichino: “Sono stanca di vedere assunti i ‘figli di’. Faccio i nomi: Giulia Ichino, assunta a 23 anni alla Mondadori”. Cito a memoria, non testualmente. La frase Chiara l’ha detta e secondo me ha fatto bene. Ma la cosa che mi ha francamente meravigliato è che il suo discorso non sia stato riportato per intero. Chiara ha detto molto di più. Ha parlato del suo precariato, delle umiliazioni quotidiane (sue e nostre), della condanna alla gioventù perpetua che vive la generazione nata negli anni ’70 (non è bello vivere a 40 anni la vita di un ventenne, senza garanzie di farsi una famiglia). Inoltre Chiara ha sferzato la stessa sinistra. Secondo me ha avuto un grande coraggio nell’usare le parole di Majakovskij citate da Peppino Impastato “Compagno esci dalla sede del partito, scendi in strada e prendi il tram” dette guardando Bersani negli occhi. Perché questo coraggio, questa critica non è stata riportata dai media? Molti ora l’accusano di essere mercenaria della politica o di essere una ingenuotta un po’ scema usata dal potere. Chiara non è né mercenaria né ingenua. Ha detto cose scomode, guardando chi di dovere negli occhi. Non si è nascosta dietro lo schermo di un PC come fanno in tanti. Non ha fatto la polemica da salotto. È una brava ragazza, piena di coraggio. E ha detto senza filtri quello che pensava. Altro che mercenaria, la nostra Chiara è una Pasionaria. Sono davvero orgogliosa di conoscerla.