Contro la repressione

Galleria fotografica della manifestazione nazionale contro la repressione svoltasi a Roma il 15 marzo.

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Se potessi scegliere…

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Se potessi scegliere mi troverei proprio dove sono.
Tra i sentieri della Valle, per le vie di Torino, con i miei compagni o specchiandomi negli occhi di donne e uomini sconosciuti, imparando ad ascoltare, scegliendo di aspettare, correndo più veloce.
Mi troverei dove si scopre il sapore dolce e intenso della lotta, qualcuno ti stringe la mano che trema e si getta il cuore oltre l’ostacolo. Lì dove il caldo, continuo e tenace abbraccio della solidarietà non permette a chi è isolato di sentirsi solo, libera la passione di chi è prigioniero e riempie la stanza di presenze amiche.
Mi sono chiesta qualche volta perché non accontentarmi del privilegio di cittadinanza, avere quasi di sicuro una casa, qualche figlio, qualche modo di mettere la pagnotta a tavola. Ma quando scopri che la libertà e l’umanità sono un’altra cosa, quando ti accorgi che gli unici motori della politica e dei gruppi di potere sono il privilegio e il saccheggio, è troppo tardi per tornare indietro. Sei entrato in un altro mondo, che è dove sono io adesso.
In questo luogo non c’è spazio per coloro che misurano la propria misura morale su codici e leggi. Buttare in strada chi non paga l’affitto o in un lager chi non ha documenti, produrre scorie nucleari, salvare il capitale e distribuire miseria, militarizzare e devastare territori. Tutto a norma di legge, in democrazia. Anche il dissenso a condizione che non si metta davvero di traverso alla realizzazione dei piani inesorabili del progresso e del profitto.
Ma quando troppi zoccoli inceppano l’ingranaggio, se un uomo, una piazza o una popolazione diventano imprevedibili ed efficaci, è possibile sentire il rumore delle lame che si affilano. Il corpo delle leggi a difesa delle proprietà pubblica e privata, gonfia tutti i suoi muscoli. Se si scende in strada il giorno sbagliato (o giusto?), insieme ai sampietrini si può raccoglier il macigno della Devastazione e Saccheggio. Se si assume una pratica radicale contro il sistema sociale, è pronta la scure dell’Associazione Sovversiva (o, con un salto in più di fantasia, dell’Associazione a Delinquere). Per tutto il resto si prepara la gabbia del Terrorismo. Qualunque opposizione reale procura danni e rallenta l’avanzata dei progetti, alla fine ogni azione e lotta efficace potrebbero essere imbrigliate in questa categoria di repressione. Lo scopo è facile da individuare: una punizione esemplare per qualcuno, un monito lanciato a tutti gli altri.
Certo, l’idea di tutti gli anni di carcere evocati da tutte quelle parole stringe lo stomaco in una morsa. È molto più doloroso però immaginarsi inermi a guardare il mondo devastato per il vantaggio di pochi. Da tutti noi, che abbiamo imparato la differenza tra giusto e legale e assaporato il gusto di riprenderci le strade e i boschi, con la minaccia della galera non otterranno un granché. E neanche ci inganneranno con il valore simbolico delle loro accuse, perché sappiamo da dove nasce il terrore e ne conosciamo i manganelli, i gas, le reti. E gli eserciti, le armi, le sbarre.
Non dobbiamo avere paura. Lasciamola respirare a quelli che vivono blindati in un’esistenza spesa a difesa dei propri privilegi e delle proprie mire di saccheggio.
Io, in questa gabbia ho i polmoni pieni della libertà che ho imparato ad amare lottando, tra i sentieri e per le vie.
E come me molti altri. Voi. Solidali, complici e inarrestabili.

Chiara

Fonte: Macerie

Testimone a Gezi Park: la storia di un çapulcu

Protests in Istanbul

Io sono solo un testimone”, ripete più volte Luca Tincalla. Non è falsa modestia, bensì la consapevolezza di essersi infilato in un vero e proprio ginepraio. Come per gli alberi del parco che dà il titolo al suo libro, le ramificazioni di Testimone a Gezi Park sono infatti numerosissime. Dalle vasche fatte per le strade di Istanbul con gli occhialini da nuoto – necessari per attenuare l’effetto di gas urticanti e getti d’acqua “naturalmente frizzante” – si finisce in alcuni centri sociali italiani (le uniche realtà interessate a ciò che accade in Turchia), passando prima per il rapporto spesso conflittuale di Luca con editori (turchi e italiani) e media (spassoso il suo incontro con una troupe francese alla ricerca di scoop rigorosamente “autoctoni”). Il libro è suddiviso in tre parti. La prima descrive il mese di scontri avvenuti a Taksim dalla fine di maggio alla terza settimana di giugno, spiegandoci in maniera esaustiva le ragioni di una protesta che viene da lontano. La seconda copre il mese di luglio e la partenza alla volta dell’Italia, dove Luca ha modo di passare del tempo con i suoi familiari e di raccontare, durante alcuni incontri organizzati a Napoli e Roma, ciò che ha visto a Gezi Park. La terza e ultima parte coincide col suo ritorno a Istanbul. Come accade nella vita reale, una sintesi così schematica e scarna non può restituire la complessità e la ricchezza di un racconto che contiene mille altre battaglie oltre a quelle vissute in prima persona dall’autore. Ad esempio, durante la parentesi romana e grazie alla “rivoltosa” Laura, il nostro scopre Communia, centro sociale di San Lorenzo che di lì a poco verrà sgomberato dalla nuova amministrazione del sindaco “amico” (si fa per dire) Ignazio Marino. A Ferragosto, “quando l’opinione pubblica va in vacanza”. Altro passaggio di rilievo è il legame che Luca instaura durante le giornate di Gezi Park con Manolo, un compagno che “fa filmini” e, tra le varie attività, documenta le lotte dei No Muos in Sicilia. Non mancano inoltre riflessioni sul primo ministro turco Erdoğan, il movimento No Tav, la vicenda di Pippa Bacca, il ruolo dell’informazione turca (“in generale dai media mainstream giungono splendidi documentari di accoppiamenti di pinguini”), l’omicidio di Stefano Cucchi e il G8 di Genova. Queste ultime due citazioni ormai ineludibili quando si parla di violenza delle forze dell’ordine. Tra le varie critiche mosse al mondo dell’informazione sono particolarmente condivisibili quelle rivolte a “certi pseudo-cronisti italiani che, al posto di scendere in piazza a vedere cosa succede, si trincerano in casa e parlano solo tramite agenzie stampa tradotte dall’inglese all’italiano e, quando fanno finta di partecipare agli scontri, scrivono il contrario di quanto avviene realmente”. Gli spunti sono davvero tanti e a volte, inseguendo per le pagine di Testimone a Gezi Park la scrittura nervosa di Luca, l’impressione è che siano troppi. Tuttavia l’urgenza che traspare da ogni singola pagina di questa testimonianza riesce miracolosamente a tenere il tutto insieme, evitando che la storia deragli o si perda nei mille sentieri indicati dal çapulcu (letteralmente “straccione”, ma ormai termine utilizzato per descrivere “colui il quale si batte per i suoi diritti”) Luca Tincalla.

 

14 dicembre, alle 19:00 da Libreria Antigone, Roma

17 dicembre, alle 18:30 da Libreria Altroquando, Roma

20 dicembre, alle 21:00 da Dischivolanti, Milano

23 dicembre, alle 21:00 da Corto Circuito, Firenze