Sarò il prossimo?

black-lives-matter

 

Alla soglia dei quarant’anni, dopo una vita intera vissuta in Italia, è dura sentirsi quasi “persona non grata” nel Paese in cui si è nati e cresciuti.

Mi aggrappo con forza al “quasi” della frase precedente perché la sensazione di essere un corpo estraneo a malapena tollerato è assai sgradevole.

Attribuire la responsabilità di questo mio stato d’animo soltanto all’attuale ministro dell’Interno sarebbe scorretto, anche se non credo sia possibile ignorare il ruolo giocato dal leader della Lega, dominus dell’attuale esecutivo.

La martellante propaganda quotidiana del ministro Salvini sulla pelle di migranti e rom, accompagnata dall’incessante derisione di chiunque osi criticarlo a colpi di “bacioni” e faccine sorridenti, sta contribuendo a creare un clima d’odio.

In questi giorni mi tocca constatare come la sua continua retorica xenofoba stia erodendo in misura significativa l’innegabile privilegio che mi ha tenuto finora “al sicuro”: la cittadinanza italiana.

Padre italiano, madre somala. Episodi di razzismo ne ho subiti in vita mia, ma riconosco che il privilegio – perché di questo si tratta, dovremmo sempre tenerlo a mente – di un passaporto europeo mi ha difeso e tutelato in molte occasioni.

Lo ha fatto così bene e a lungo che per gran parte della mia vita mi sono dimenticato di essere nero.

Ripeto: episodi di intolleranza li ho vissuti anch’io. Mi hanno chiamato “negro”, per strada come all’università e a volte ho viaggiato più comodo di altri sui mezzi pubblici, grazie a qualche passeggero che temeva non si sa bene cosa.

Detto ciò, mi spiace per il capo del Viminale ma l’idea di essere picchiato o colpito dal pallino di un fucile ad aria compressa perché sono nero, quindi un bersaglio tutto sommato “accettabile” in quest’Italia incattivita, non mi entusiasma affatto.

“Da papà” premuroso quale ama descriversi, Matteo Salvini dice di avere a cuore la sicurezza degli italiani e delle italiane.

Oggi non mi sento più sicuro di qualche mese fa in un Paese dove il ministro dell’Interno nega l’evidenza, liquida l’inquietante successione di recenti aggressioni razziste come “invenzioni della sinistra” e utilizza i social per dettare l’agenda ai media, monopolizzando il dibattito pubblico e aizzando i suoi sostenitori contro il nemico del giorno: ieri i rom, oggi i venditori ambulanti e domani di nuovo i migranti e le ong.

Su una cosa sono tuttavia d’accordo con Salvini: “La pazienza degli italiani è finita”.

La mia lo è di certo.

Annunci

Rimini Firenze – Solo andata

img_0095

I recenti fatti di Rimini e Firenze hanno riportato al centro del dibattito pubblico il tema della violenza contro le donne e ispirato una inattesa quanto profonda autocritica nel mondo politico e in quello dell’informazione, troppe volte protagonisti in passato di uscite improvvide destinate a sobillare gli istinti più retrivi, xenofobi e sessisti della nostra società.

Non è andata così, ovviamente.

Quei fatti hanno semmai confermato i peggiori timori: in Italia non esiste un dibattito serio sulla violenza contro le donne. Quando la cronaca irrompe col suo carico di brutalità, i loro corpi vengono usati come arma impropria per colpire l’avversario di turno. È quasi sempre una rissa senza esclusione di colpi, bassezze morali, politiche e giornalistiche che vedono protagoniste anche molte donne, a ulteriore conferma che il problema – vedi alla voce “patriarcato” – non riguarda solo gli uomini.

Il pensiero va alle donne, davvero tante, che in queste ore stanno dando delle “ragazze facili” – per non dire peggio – alle due studentesse americane violentate a Firenze perché “se ti ubriachi, te la vai a cercare”. Nel caso fiorentino molti difensori dei carabinieri indagati adombrano anche oscuri complotti (Soros, Boldrini… Chi più ne ha, più ne diffonda), gridando da tutti i social che il doppio stupro di Firenze non “pareggia” quello di Rimini.

Un modo di ragionare incivile che, nella mente di chi ha fatto dell’odio verso gli stranieri quasi una ragione di vita, avrebbe un’irrefutabile prova regina nei particolari più brutali delle sevizie inflitte alla giovane donna polacca e all’altra vittima spesso dimenticata da media e cittadini “indignati”, una donna transessuale peruviana.

Già, perché in quella che è una vera e propria discesa negli abissi della mente umana gli stupri non sono tutti uguali. Quello delle “bestie africane” ai danni della donna polacca (la donna transessuale peruviana resta sullo sfondo, lei mal si adatta alla narrazione xenofoba da far circolare) è stato infatti raccontato con una spaventosa dovizia di particolari gratuiti e morbosi. Nel caso delle studentesse americane i giornalisti hanno invece mostrato pudore, riservatezza e grande misura nell’uso delle parole. Tanti condizionali, troppi; un eccesso di garantismo che in più di un’occasione ha danneggiato le due vittime. Basti pensare a tutti gli articoli dove il fatto che fossero ubriache, un’aggravante per i carabinieri indagati, è stato utilizzato per minare la credibilità delle loro accuse.

Di questi drammatici eventi, per quanto riguarda il cosiddetto dibattito pubblico, rimane l’odiosa doppiezza di tutti i razzisti (politici, giornalisti e cittadini comuni) che hanno invocato la pena di morte o la castrazione per le “bestie” di Rimini e oggi a proposito dei carabinieri di Firenze nella migliore della ipotesi parlano di “mele marce” o, nella peggiore, continuano ad attaccare le due giovani.

Va certamente denunciato questo ipocrita e insopportabile doppio standard, soprattutto se a promuoverlo sono giornalisti e politici, ma non ci si deve fermare qui perché il nodo centrale resta la violenza contro le donne. Una violenza antica e profondamente radicata anche nella nostra società. Una verità inaccettabile per chi è alla continua ricerca di un “mostro” (possibilmente straniero) da additare e incolpare di tutto ciò che non va in Italia.

Tuttavia fino a quando non inizieremo a parlare in maniera diffusa e partecipata di “patriarcato”, “cultura dello stupro” ed “educazione al consenso” il livello della discussione sulla violenza di genere continuerà imperterrito a volare bassissimo, tra un “se l’è cercata” se la vittima era ubriaca o indossava una minigonna e qualche “mela marcia” se a stuprare è un uomo in divisa.

Migranti o rifugiati? L’importanza delle parole

unhcr

Il tweet di Carlotta Sami, portavoce per il Sud Europa dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (Unhcr), è linguisticamente insidioso. I siriani al confine macedone non sono, vocabolario alla mano, migranti bensì rifugiati o a voler esser pignoli profughi e potenziali richiedenti asilo. È tuttavia comprensibile che agli occhi di molti questa sua distinzione abbia una forte matrice escludente, il cui principale effetto è quello di dividere le persone che premono alle porte della Fortezza Europa in meritevoli e meno meritevoli. I rifugiati possono restare – sorvoliamo, per motivi di spazio, sul percorso accidentato che li attenderà una volta “accolti” –, ma i migranti devono andarsene. In quest’ultimo caso i governi europei, supportati da un’assordante grancassa mediatica, ricorrono spesso all’etichetta assolutoria (per chi l’attribuisce) del “migrante economico”. Definizione ambigua assai cara alla classe politica di un intero continente perennemente restio a fare i conti sia col proprio passato, sia col presente. Mentre l’Europa utilizza il termine migrante per rispedire a casa chi fugge da fame e povertà l’emittente del Qatar al Jazeera ha recentemente deciso di non utilizzarlo più in quanto “disumanizzante”. Il dibattito è dunque vivo e sarebbe da ingenui negare le implicazioni a volte contraddittorie che può generare. Chi utilizza il termine “rifugiati” per i siriani che fuggono dalle violenze di Assad e dell’Isis è complice della Fortezza Europa che ne accoglie alcuni “buoni” a scapito degli altri “meno buoni”? È altrettanto evidente che l’etichetta prescelta esclude de facto chi va alla ricerca di un futuro migliore e ha la “sfortuna” di non lasciarsi dietro uno scenario di guerra. Un dibattito sulle parole giuste, o almeno più accurate, quando si parla di migranti e rifugiati è necessario e non più rinviabile. Soprattutto in un paese come il nostro dove il pressapochismo di alcuni giornalisti può alimentare o, peggio ancora, incoraggiare i peggiori istinti xenofobi.

E.

migranti baobab

Nei pressi della stazione Tiburtina, uno dei principali snodi ferroviari romani, è facile imbattersi in piccoli gruppi di migranti, perlopiù eritrei. In questi giorni senza sole ma assai afosi cercano riparo sotto gli alberi, accovacciati tra le macchine parcheggiate o sulle poche panchine disponibili. A chi offre loro una bottiglietta d’acqua o del cibo rispondono con un “thank you” comprensibilmente circospetto. Non serve una laurea in psicologia per riconoscere in quegli sguardi la diffidenza di chi è provato, non solo fisicamente, da un viaggio durissimo che non è ancora finito.

Per arrivare al centro di accoglienza Baobab, situato a poche centinaia di metri dalla stazione, percorriamo una via interna ed è lì che incontriamo E., un giovane eritreo sulla trentina arrivato da Taranto. La prima domanda che ci pone, in un ottimo inglese che farebbe arrossire il nostro premier, riguarda l’imponente dispiegamento di polizia che in questi giorni ha stretto a tenaglia lui e gli altri numerosi migranti. Al suo stupore corrisponde il nostro imbarazzo.

Proviamo a spiegargli che per molti politici e amministratori locali i flussi migratori sono una mera questione di ordine pubblico e, in alcuni casi, una remunerativa e criminale opportunità economica. Ma E. non ha intenzione di rimanere qui ancora a lungo. Si trova a Roma da quattro giorni e presto partirà alla volta di Ventimiglia dove, al prezzo di 60 euro un tassista gli farà oltrepassare il confine; potrà così raggiungere Parigi e da lì Amsterdam, sua destinazione finale.

Come molti altri migranti, E. ha trascorso le sue “notti romane” dormendo all’aperto e appoggiandosi di giorno al centro di accoglienza Baobab di via Cupa, una struttura al collasso da settimane che accoglie oltre 800 persone a fronte di una capienza ufficiale di 210 unità.

Ieri, 11 giugno, ricorreva un mese dallo sgombero dell’insediamento di Ponte Mammolo. Oggi tocca alla stazione Tiburtina salire agli “onori” della cronaca. La prossima tappa della via crucis inflitta ai migranti potrebbe essere, salvo un improbabile intervento risolutore del Comune, lo sgombero a fine giugno del centro d’accoglienza di via Scorticabove dove, per lo scadere del contratto d’affitto 120 tra rifugiati e richiedenti asilo rischiano di finire anch’essi sulla strada.