Migranti o rifugiati? L’importanza delle parole

unhcr

Il tweet di Carlotta Sami, portavoce per il Sud Europa dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (Unhcr), è linguisticamente insidioso. I siriani al confine macedone non sono, vocabolario alla mano, migranti bensì rifugiati o a voler esser pignoli profughi e potenziali richiedenti asilo. È tuttavia comprensibile che agli occhi di molti questa sua distinzione abbia una forte matrice escludente, il cui principale effetto è quello di dividere le persone che premono alle porte della Fortezza Europa in meritevoli e meno meritevoli. I rifugiati possono restare – sorvoliamo, per motivi di spazio, sul percorso accidentato che li attenderà una volta “accolti” –, ma i migranti devono andarsene. In quest’ultimo caso i governi europei, supportati da un’assordante grancassa mediatica, ricorrono spesso all’etichetta assolutoria (per chi l’attribuisce) del “migrante economico”. Definizione ambigua assai cara alla classe politica di un intero continente perennemente restio a fare i conti sia col proprio passato, sia col presente. Mentre l’Europa utilizza il termine migrante per rispedire a casa chi fugge da fame e povertà l’emittente del Qatar al Jazeera ha recentemente deciso di non utilizzarlo più in quanto “disumanizzante”. Il dibattito è dunque vivo e sarebbe da ingenui negare le implicazioni a volte contraddittorie che può generare. Chi utilizza il termine “rifugiati” per i siriani che fuggono dalle violenze di Assad e dell’Isis è complice della Fortezza Europa che ne accoglie alcuni “buoni” a scapito degli altri “meno buoni”? È altrettanto evidente che l’etichetta prescelta esclude de facto chi va alla ricerca di un futuro migliore e ha la “sfortuna” di non lasciarsi dietro uno scenario di guerra. Un dibattito sulle parole giuste, o almeno più accurate, quando si parla di migranti e rifugiati è necessario e non più rinviabile. Soprattutto in un paese come il nostro dove il pressapochismo di alcuni giornalisti può alimentare o, peggio ancora, incoraggiare i peggiori istinti xenofobi.

E.

migranti baobab

Nei pressi della stazione Tiburtina, uno dei principali snodi ferroviari romani, è facile imbattersi in piccoli gruppi di migranti, perlopiù eritrei. In questi giorni senza sole ma assai afosi cercano riparo sotto gli alberi, accovacciati tra le macchine parcheggiate o sulle poche panchine disponibili. A chi offre loro una bottiglietta d’acqua o del cibo rispondono con un “thank you” comprensibilmente circospetto. Non serve una laurea in psicologia per riconoscere in quegli sguardi la diffidenza di chi è provato, non solo fisicamente, da un viaggio durissimo che non è ancora finito.

Per arrivare al centro di accoglienza Baobab, situato a poche centinaia di metri dalla stazione, percorriamo una via interna ed è lì che incontriamo E., un giovane eritreo sulla trentina arrivato da Taranto. La prima domanda che ci pone, in un ottimo inglese che farebbe arrossire il nostro premier, riguarda l’imponente dispiegamento di polizia che in questi giorni ha stretto a tenaglia lui e gli altri numerosi migranti. Al suo stupore corrisponde il nostro imbarazzo.

Proviamo a spiegargli che per molti politici e amministratori locali i flussi migratori sono una mera questione di ordine pubblico e, in alcuni casi, una remunerativa e criminale opportunità economica. Ma E. non ha intenzione di rimanere qui ancora a lungo. Si trova a Roma da quattro giorni e presto partirà alla volta di Ventimiglia dove, al prezzo di 60 euro un tassista gli farà oltrepassare il confine; potrà così raggiungere Parigi e da lì Amsterdam, sua destinazione finale.

Come molti altri migranti, E. ha trascorso le sue “notti romane” dormendo all’aperto e appoggiandosi di giorno al centro di accoglienza Baobab di via Cupa, una struttura al collasso da settimane che accoglie oltre 800 persone a fronte di una capienza ufficiale di 210 unità.

Ieri, 11 giugno, ricorreva un mese dallo sgombero dell’insediamento di Ponte Mammolo. Oggi tocca alla stazione Tiburtina salire agli “onori” della cronaca. La prossima tappa della via crucis inflitta ai migranti potrebbe essere, salvo un improbabile intervento risolutore del Comune, lo sgombero a fine giugno del centro d’accoglienza di via Scorticabove dove, per lo scadere del contratto d’affitto 120 tra rifugiati e richiedenti asilo rischiano di finire anch’essi sulla strada.

Ponte Mammolo un mese dopo

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Le ruspe non sono un’invenzione di Matteo Salvini. Mentre il leader leghista raccoglie voti lanciando appelli a reti unificate per spazzare via i campi rom le amministrazioni locali di mezza Italia, in una gara bipartisan che di nobile ha ben poco, ricorrono sempre più spesso e senza troppo clamore alle ruspe per sgomberare in nome del decoro e della legalità interi nuclei familiari.

Un mese fa le ruspe sono entrate in azione nel quartiere romano di Ponte Mammolo per radere al suolo un insediamento che, nel corso degli anni, aveva dato riparo a circa duecento stranieri: rifugiati, richiedenti asilo, migranti in transito e lavoratori regolari ma privi del denaro necessario per permettersi un appartamento. L’assessora per le politiche sociali del Comune di Roma Francesca Danese, dismesso il prudente basso profilo adottato inizialmente, ha finito col rivendicare lo sgombero affermando che gli abitanti della baraccopoli vivevano in pessime condizioni igieniche. Un’indigenza innegabile e sotto gli occhi di tutti, compresi quelli del Comune, da molti anni. Una situazione che lo sgombero senza reali alternative dello scorso 11 maggio non poteva che peggiorare.

Oggi della “Comunità della Pace” di Ponte Mammolo restano solo le macerie e un accampamento di tende nel piazzale antistante dove vivono e dormono in condizioni precarie un centinaio di eritrei (in maggioranza “stanziali”, cioè gli abitanti storici dell’insediamento di via delle Messi d’Oro). Gli altri sono ospitati in centri ormai al collasso. Basti pensare che uno di questi, situato nei pressi della stazione Tiburtina, un paio di settimane fa ha accolto circa 700 persone, superando di gran lunga la capienza massima della struttura.

Agli eritrei che da un mese resistono nel parcheggio di Ponte Mammolo il Comune di Roma ha opposto l’arma più formidabile a sua disposizione: il silenzio. Ci sono stati negli scorsi giorni incontri con rappresentanti dell’amministrazione capitolina, ma con esiti poco incoraggianti. E per quanto riguarda i “transitanti” – migranti in viaggio verso altre nazioni, spesso del Nord Europa – la soluzione di un luogo a Roma dove poter sostare senza il rischio che vengano prese loro le impronte digitali resta ancora una chimera.

In questo scenario desolante va comunque ricordata la rete di solidarietà che ha abbracciato e continua a sostenere gli sgomberati di Ponte Mammolo. Centri sociali, associazioni, parrocchie e abitanti del quartiere suppliscono ogni giorno all’ostentato disinteresse dell’amministrazione comunale fornendo ai migranti cibo e beni di prima necessità. Spetta tuttavia agli eritrei di Ponte Mammolo scegliere le forme di lotta più adatte per vedere riconosciuti i propri diritti; a noi il compito di continuare a sostenerli come possiamo, manifestando al loro fianco o anche soltanto attraverso piccole donazioni.

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La storia di Oussama, il “potenziale” terrorista espulso da Alfano

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Oussama ha 30 anni. È nato in Marocco ma da più di venti viveva in Italia, fino a quando non è stato espulso dal ministro dell’Interno Angelino Alfano. Il comunicato della Questura di Varese ha del surreale. Oussama, saldatore professionale alla Petrella di Castronno, riceve un “provvedimento di espulsione basato sulla pericolosità dello stesso in ragione di una sua potenziale strumentalizzazione” da parte di organizzazioni terroristiche presenti sul web che, secondo l’accusa, “avrebbero potuto convincerlo ad effettuare azioni giustificate dal credo religioso fondamentalista”. Utente molto attivo su Twitter, Oussama ha opinioni forti e a volte discutibili. Prevedibile che a causa dell’isteria islamofoba che va prendendo piede in tutto l’Occidente il nostro Paese si sarebbe distinto per le reazioni più avventate. È da pensare che il ministro Alfano sia intervenuto più per farsi bello agli occhi dell’opinione pubblica che per sventare una reale minaccia (la stessa Questura usa il termine “potenziale”). Chi voglia onestamente farsi un’idea della “pericolosità” di Oussama può leggere i suoi tweet. Resta comunque il fatto che un giovane perfettamente “integrato” (come amano dire gli amanti del politicamente corretto), un italiano di fatto (nonostante l’assenza di una legge sulla cittadinanza per chi è nato o cresciuto qui), è stato espulso per le sue idee. A Varese Oussama aveva la sua famiglia che dipendeva economicamente anche da lui. La testimonianza della sorella ci restituisce un quadro familiare che non rinvia in alcun modo al profilo di un giovane emarginato facile preda delle sirene del fanatismo religioso. “Dicono che guardo i siti jihadisti: Twitter e Youtube! Sono rimasti al ’99. Mi hanno consegnato alle autorità marocchine pur sapendo che c’è la tortura. Io ho criticato anche il Marocco”. Le parole di Oussama tradiscono amarezza e delusione. Nonostante le rassicurazioni della politica è ormai evidente che in nome della lotta al terrore stiamo cedendo (altri) pezzi di libertà; oggi viene minacciata quella di espressione di un “potenziale” terrorista, domani potrebbe toccare a ciascuno di noi.

Il benaltrismo amorale di Salvini

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Ebola? “Un milione di contagiati in Africa”. L’operazione Mare Nostrum? “Ci è costata un miliardo di euro”. Tubercolosi? “Gli stranieri l’hanno riportata in Italia”. Matteo Salvini non ha rivali quando si tratta di cavalcare la paura dello straniero. O di raccontare frottole. Dispone di un copione ben rodato (la storia degli immigrati-parassiti ospitati in alberghi a 3 se non addirittura 4 stelle e sfamati – udite, udite – ben tre volte al giorno!), puntualmente recitato in qualsiasi discussione lo veda coinvolto. Si parla di ebola? Nessun problema! Il solerte Salvini riuscirà a infilare nel dibattito un caso di cronaca locale, possibilmente nera, che abbia come protagonista uno straniero. Lo fa con la tipica spregiudicatezza di un padre amorevole e pieno di compassione per “quelli che scappano dalle guerre”. Purché gli sventurati non bussino alla sua porta. In quel caso salvarli dalla prospettiva di annegare in mare diventerebbe complicità criminale con gli scafisti. Il benaltrismo amorale di Salvini è sconvolgente. Metterlo nell’angolo ed inchiodarlo alle sue affermazioni spesso fasulle è difficile: svicola sempre, deride l’interlocutore e lo colpisce ai fianchi ripetendo ossessivamente dati gonfiati, errati o parziali. È tuttavia preoccupante la sua sintonia con una vasta area dell’elettorato italiano: una platea che si va ampliando di giorno in giorno, grazie anche alla notevole esposizione mediatica che gli viene concessa dai programmi televisivi che lo contrappongono quotidianamente all’altro Matteo, quello che governa il Paese. Neppure l’ostentata familiarità con l’estrema destra (dal Front National di Marine Le Pen ai “fascisti del terzo millennio” di CasaPound) sembra impensierire più di tanto i suoi estimatori. Sui social media, Twitter in testa, è lo zimbello di molti, ma in televisione purtroppo “funziona”. I conduttori non riescono ad arginarlo né a sbugiardarlo. La sua ottusità, non si sa quanto voluta, lo rende impermeabile a qualsiasi appunto o critica. Si tratta di un bulldozer becero ma efficiente; sottovalutarlo sarebbe errore gravissimo.