Balotelli: ribelle senza causa

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Quando si parla di Mario Balotelli gran parte dei “60 milioni di allenatori” che popolano il nostro Paese ama improvvisarsi anche esperta di sociologia e storia, rassicurandoci sull’inconsistenza delle accuse di razzismo che il calciatore italiano di origine ghanese sovente denuncia. I giudizi, più o meno irriverenti, sulle evidenti mediocri prestazioni agonistiche offerte dal nostro durante i mondiali di calcio in Brasile, si traducono spesso in insulti che di sportivo non hanno più nulla. Per quanto si provi, magari anche in buona fede, a scindere la comprensibile antipatia verso un giovane calciatore ricco e arrogante dal colore della sua pelle, la veemenza delle aggressioni rivolte alla sua persona non lascia alcun dubbio: a Mario Balotelli vengono negate anche le attenuanti generiche concesse a tante altre “teste calde” dello sport nazionale. Ad altri atleti insultano madri, mogli e sorelle ma per venire bersagliati da banane e buu che dovrebbero richiamare (almeno nella mente bacata di chi vi ricorre) i suoni emessi dalle scimmie ci vuole qualcosa di più dell’antipatia: serve una pelle scura. Perché in fondo il problema è tutto qui: agli occhi di molti suoi connazionali Mario è e resta un corpo estraneo, uno straniero che solo a 18 anni ha ottenuto per vie burocratiche la cittadinanza. Ma come sottolineato dallo stesso Balotelli in uno dei (pochi) passaggi lucidi del suo recente sfogo consegnato ai social network, il calciatore nato a Palermo e cresciuto nel bresciano ha scelto di vestire la maglia della nazionale italiana. Una dichiarazione che avrebbe anche solleticato il patriottismo dei suoi più beceri contestatori, se a pronunciarla non fosse stato un giovane uomo dalla pelle “nero carbone” (parole utilizzate da un giornalista del TgLa7). Un ventitreenne strafottente e allo stesso tempo assai ingenuo quando afferma che i “fratelli” neri non l’avrebbero “scaricato” alla stessa maniera degli italiani. Balotelli si sente ed è italiano a tutti gli effetti. Purtroppo, complice la giovane età, dà anche l’impressione di essere privo – come tanti suoi coetanei – della voglia di appropriarsi degli strumenti culturali per gestire con maggiore avvedutezza il delicato ruolo di personaggio pubblico. Peraltro, nessuno si aspetta da lui la consapevolezza politica di un Muhammad Ali: sarebbe già un grande risultato se imparasse a incanalare più utilmente la rabbia che a volte lo domina. Tuttavia, al di là delle sue ricorrenti intemperanze, il ragazzo ha spesso pagato e continua a pagare un prezzo molto più alto delle sue eventuali “colpe”.

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Contro la repressione

Galleria fotografica della manifestazione nazionale contro la repressione svoltasi a Roma il 15 marzo.

Un anno difficile per Cécile

RAZZISMO: KYENGE, LAVORO TRASVERSALE TRA MINISTERI

Chi nasce e/o cresce in Italia è italiano!”. Il nervo scoperto del nostro Paese non è lo ius soli (peraltro temperato), ma Cécile Kyenge. La mattina di Natale il ministro dell’Integrazione ha visitato il Centro Astalli di Roma – importante luogo di ritrovo per richiedenti asilo politico e rifugiati – e insieme alla propria famiglia ha dato una mano in mensa, servendo gli ospiti della struttura. Peccato che ai giornalisti interessasse solo far notare che il marito di Kyenge “è stato in disparte tutto il tempo” (a quanto pare la coppia sarebbe in crisi) e che il ministro indossava un orologio da 23mila euro. A nulla sono valse le spiegazioni del marito (“Macché, è un Lorenz da 200 euro che le ho comprato io a Modena”). Lo “scandalo” ha subito infiammato il web, in particolare Twitter, dando il via alla prevedibile furia contro la Casta cui si sono subito aggiunte le solite venature di razzismo che accompagnano da sempre le uscite pubbliche del ministro. Nulla di sorprendente in un Paese che ritiene accettabile celebrare un criminale di guerra come il gerarca fascista Rodolfo Graziani col sacrario di Affile, e non ha alcuna memoria del proprio passato coloniale. Il razzismo è profondamente radicato nel nostro DNA. Una lettura per tutte: “Italiani, brava gente?” di Angelo Del Boca. Detto ciò, a costo di incorrere nell’accusa di cerchiobottismo, vanno rilevate le responsabilità del ministro Kyenge. La prima: militare in un partito che, a parte il recente gesto di Khalid Chaouki (rinchiudersi per protesta nel centro di accoglienza di Lampedusa), sul tema dell’immigrazione predica spesso bene, ma in passato ha razzolato malissimo, come dimostra la Legge Turco-Napolitano del 1998. La seconda: non avere l’intelligenza politica per capire che il suo ruolo simbolico in un governo di larghe intese indebolisce le stesse battaglie per le quali è stata premiata con un posto in Parlamento. Se non ha la forza per affermare che i CIE sono irriformabili e l’immigrazione non si affronta imprigionando per mesi le persone dovrebbe fare un passo indietro. Per quanto riguarda lo ius soli va infine ammesso che, da un punto di vista comunicativo, ha vinto la linea terroristica del centrodestra. Il ministro dell’Interno Alfano paventa la trasformazione dell’Italia in un’immensa “sala parto” e la Lega Nord di Salvini per racimolare voti soffia sulla xenofobia, mettendo intenzionalmente insieme “clandestini” e giovani di origine straniera che vivono e studiano qui fin da piccoli e sono in molti casi più italiani dei cultori della superiorità padana. Al momento sostano in Parlamento una ventina di proposte di legge sulla cittadinanza e quella sostenuta da Kyenge è una delle più prudenti in materia. Purtroppo ai media interessano di più le beghe matrimoniali del ministro o l’ultimo insulto rivoltole. È ingiusto farle una colpa di queste attenzioni morbose, ma un tweet per ribadire l’ovvio – e cioè che chi cresce qui è italiano, checché ne dicano i puristi della razza italica – non basta più. Cara Cécile, i fischi e i buu razzisti arriveranno qualunque cosa tu faccia. A questo punto tanto vale “meritarseli” battendosi a viso aperto per i diritti dei “nuovi italiani”. Non solo nelle aule del Parlamento, ma soprattutto dentro la compagine governativa.

Che fine ha fatto lo ius soli?

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Un articolo sul cricket può provocare commenti carichi di odio. Com’è possibile? Niente di più semplice; è sufficiente che i protagonisti della storia siano giovani atleti d’origine straniera che vogliano “indossare con orgoglio la maglia azzurra”. Colpa imperdonabile, per molti. Il tema dello ius soli, nonostante non occupi più da parecchio tempo le prime pagine dei giornali è ancora vissuto da molti italiani come una minaccia: basta farne cenno nel titolo di un articolo per attirare orde di furiosi difensori della “purezza” italica. Questo è quanto capita nel sottobosco del web, dove commenti del genere sono purtroppo la consuetudine. C’è tuttavia da chiedersi come mai la politica e i mass-media abbiano dimenticato il tema della cittadinanza dei figli di stranieri nati o cresciuti in Italia. Ma a ben vedere è così che va il mondo (sia dei media che della politica): ci si occupa di un argomento solo se ne ha parlato, possibilmente con toni accesi, un leader politico o, come è accaduto nel caso di Lampedusa e del reato di clandestinità, se molte persone hanno perso la vita. Sembra che soltanto così la notizia “buchi”, ammettiamolo. Nel caso dello ius soli ci sono volute le parole di Grillo per scatenare una sottospecie di dibattito che alla fine si è rivelato per quel che era fino dall’inizio: una sterile polemica tra il leader del MoVimento 5 Stelle e il Partito democratico, identificato come il “mandante” di una legge sullo ius soli che per il comico ligure non rivestiva alcun carattere di priorità. È d’altronde risaputo che un’altra sciagurata costante della politica italiana (M5S incluso) è il benaltrismo. Il problema è sempre un altro e c’è sempre “ben altro” da fare prima. In un Paese normale parleremmo invece di priorità da rispettare e di impegni assunti da onorare. Pier Luigi Bersani, durante l’ultima campagna elettorale, aveva inserito lo ius soli tra i punti qualificanti del suo programma di governo: sappiamo bene come è poi andata a finire. Con le attuali “larghe intese” la strada sembra, se possibile, ancora più in salita. Ciononostante la vita va avanti e il milione (circa) di ragazzi e ragazze di origine straniera che frequentano le nostre scuole, e sono quotidianamente ignorati dalle istituzioni, si apprestano a diventare l’ennesima occasione persa di una classe politica sempre più miope.