Siamo tutti Anna Frank?

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Atto disumano”, dichiara il Presidente della Repubblica Mattarella. Il ministro dell’Interno Minniti assicura che i responsabili saranno “perseguiti secondo la legge e definitivamente esclusi dagli stadi”. “Siamo tutti Anna Frank”, scrive il direttore de La Repubblica.

Lo sgomento e l’indignazione per gli adesivi raffiguranti il volto di Anna Frank con la maglia della Roma, attaccati da alcuni tifosi durante il match Lazio-Cagliari non accennano a diminuire. Il presidente della società Lotito si è precipitato in Sinagoga per dissociarsi, promettendo di organizzare ogni anno viaggi della memoria ad Auschwitz per 200 tifosi della Lazio.

La Federcalcio ha aperto un’inchiesta, la Procura di Roma un fascicolo per istigazione all’odio razziale. È stata inoltre annunciata dalla Federcalcio, d’intesa con l’UCEI (Unione delle Comunità Ebraiche Italiane), la decisione di osservare un minuto di silenzio e leggere un brano del Diario di Anna Frank. Copie del Diario e di Se questo è un uomo di Primo Levi saranno donate ai bambini che accompagnano i calciatori sul campo.

Lo sdegno, seppur tardivo (questi adesivi circolano fuori degli stadi almeno dal 2013), avrebbe una qualche utilità se non si limitasse alla solita retorica sui tifosi di calcio brutti, sporchi e cattivi. Il problema va ben oltre la piaga incancrenita di tifoserie spesso legate a doppio filo con ambienti che si rifanno dichiaratamente all’ideologia fascista.

L’episodio non darà vita a nessuna riflessione seria e approfondita sulla questione: i tifosi di calcio, anche quelli di sinistra, si arroccheranno sulla difensiva davanti all’ondata di luoghi comuni scagliati da persone che hanno visto la curva soltanto in televisione. Non occorre essere cresciuti allo stadio per poter criticare episodi del genere, sarebbe tuttavia opportuno accantonare i pregiudizi e constatare l’ovvio: antisemitismo e razzismo non sono un’esclusiva degli stadi e dei tifosi di calcio.

Si può peraltro affermare il contrario: curve e tifoserie rappresentano lo specchio impietoso di una società dove molti, anche chi non abbia mai frequentato lo stadio, considerano elementi quasi naturali del paesaggio urbano scritte omofobe, razziste e inneggianti all’olocausto.

Stilare classifiche, decidendo che per l’adesivo con Anna Frank ci si indigna ma che “Anna non l’ha fatta Frank” sul muro di periferia è solo opera di qualche “idiota”, rende soltanto più accettabili l’odio e il razzismo cui veniamo sottoposti ogni giorno.

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#Quellavoltache

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#Quellavoltache è un hashtag molto utilizzato in questi giorni su Twitter. Un lunghissimo elenco delle quotidiane violenze e molestie subite dalle donne. Un modo per ampliare la luce dei riflettori su una questione gravissima che non riguarda solo le attrici (tra loro anche l’italiana Asia Argento) prese di mira dal predatore sessuale Harvey Weinstein, potentissimo produttore di Hollywood.

Accantonando l’odioso quanto scontato (nella nostra società maschilista) processo alle vittime, vale la pena di interrogarsi sul vero “elefante nella stanza” dell’ennesima storia di violenze contro le donne: noi uomini. Tutti, nessuno escluso, avremmo potuto contribuire all’hashtag, anche solo raccontando #quellavoltache non abbiamo risposto per le rime al nostro amico/collega che dava della “facile” alla donna con la quale era uscito la sera prima. Ogni giorno a scuola o sul posto di lavoro ci capita di sentire epiteti offensivi (“troia”, “puttana”…) e spesso non diciamo una parola, accettando quel tipo di linguaggio.

Detto ciò, le reazioni anche al più blando invito a fare autocritica sono quasi sempre violente: “Come ti permetti! Io non sono un maniaco/porco/violento… Parla per te!”. La verità è che non bisogna essere un “maniaco” (parola rassicurante, come se la violenza fosse appannaggio dei folli…) o puntare un coltello alla gola di una donna per essere violento.

A volte può bastare un plumcake; nel corso di una lite con una mia partner ne scagliai uno contro la parete. Quel gesto contribuì alla fine del rapporto e per molto tempo ritenni la sua reazione eccessiva… Ho compreso in seguito una verità evidente per molte donne ma difficile da cogliere per tanti uomini: c’è violenza anche nel più “innocuo” gesto di stizza.

Basta insultare (anche con toni solo apparentemente pacati), alzare la voce o avvicinarsi troppo durante una discussione per intimidire l’altra persona. Scagliare oggetti, perfino un soffice plumcake, non è accettabile. Non lo è per me oggi, ma pochi anni fa mi sarei trincerato dietro qualche “è vero, non si lanciano oggetti ma…”. No, non c’è “ma” che tenga.

Per arrivare a queste piccole consapevolezze sul proprio comportamento e su come funzionano i rapporti con l’altro sesso non è richiesta un’illuminazione divina. Serve la volontà di confrontarsi, ascoltare e nei casi più gravi chiedere aiuto.

Rimini Firenze – Solo andata

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I recenti fatti di Rimini e Firenze hanno riportato al centro del dibattito pubblico il tema della violenza contro le donne e ispirato una inattesa quanto profonda autocritica nel mondo politico e in quello dell’informazione, troppe volte protagonisti in passato di uscite improvvide destinate a sobillare gli istinti più retrivi, xenofobi e sessisti della nostra società.

Non è andata così, ovviamente.

Quei fatti hanno semmai confermato i peggiori timori: in Italia non esiste un dibattito serio sulla violenza contro le donne. Quando la cronaca irrompe col suo carico di brutalità, i loro corpi vengono usati come arma impropria per colpire l’avversario di turno. È quasi sempre una rissa senza esclusione di colpi, bassezze morali, politiche e giornalistiche che vedono protagoniste anche molte donne, a ulteriore conferma che il problema – vedi alla voce “patriarcato” – non riguarda solo gli uomini.

Il pensiero va alle donne, davvero tante, che in queste ore stanno dando delle “ragazze facili” – per non dire peggio – alle due studentesse americane violentate a Firenze perché “se ti ubriachi, te la vai a cercare”. Nel caso fiorentino molti difensori dei carabinieri indagati adombrano anche oscuri complotti (Soros, Boldrini… Chi più ne ha, più ne diffonda), gridando da tutti i social che il doppio stupro di Firenze non “pareggia” quello di Rimini.

Un modo di ragionare incivile che, nella mente di chi ha fatto dell’odio verso gli stranieri quasi una ragione di vita, avrebbe un’irrefutabile prova regina nei particolari più brutali delle sevizie inflitte alla giovane donna polacca e all’altra vittima spesso dimenticata da media e cittadini “indignati”, una donna transessuale peruviana.

Già, perché in quella che è una vera e propria discesa negli abissi della mente umana gli stupri non sono tutti uguali. Quello delle “bestie africane” ai danni della donna polacca (la donna transessuale peruviana resta sullo sfondo, lei mal si adatta alla narrazione xenofoba da far circolare) è stato infatti raccontato con una spaventosa dovizia di particolari gratuiti e morbosi. Nel caso delle studentesse americane i giornalisti hanno invece mostrato pudore, riservatezza e grande misura nell’uso delle parole. Tanti condizionali, troppi; un eccesso di garantismo che in più di un’occasione ha danneggiato le due vittime. Basti pensare a tutti gli articoli dove il fatto che fossero ubriache, un’aggravante per i carabinieri indagati, è stato utilizzato per minare la credibilità delle loro accuse.

Di questi drammatici eventi, per quanto riguarda il cosiddetto dibattito pubblico, rimane l’odiosa doppiezza di tutti i razzisti (politici, giornalisti e cittadini comuni) che hanno invocato la pena di morte o la castrazione per le “bestie” di Rimini e oggi a proposito dei carabinieri di Firenze nella migliore della ipotesi parlano di “mele marce” o, nella peggiore, continuano ad attaccare le due giovani.

Va certamente denunciato questo ipocrita e insopportabile doppio standard, soprattutto se a promuoverlo sono giornalisti e politici, ma non ci si deve fermare qui perché il nodo centrale resta la violenza contro le donne. Una violenza antica e profondamente radicata anche nella nostra società. Una verità inaccettabile per chi è alla continua ricerca di un “mostro” (possibilmente straniero) da additare e incolpare di tutto ciò che non va in Italia.

Tuttavia fino a quando non inizieremo a parlare in maniera diffusa e partecipata di “patriarcato”, “cultura dello stupro” ed “educazione al consenso” il livello della discussione sulla violenza di genere continuerà imperterrito a volare bassissimo, tra un “se l’è cercata” se la vittima era ubriaca o indossava una minigonna e qualche “mela marcia” se a stuprare è un uomo in divisa.

Confessione di un maschilista pentito

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Sabato scorso ho partecipato alla manifestazione nazionale “Non Una Di Meno” contro la violenza maschile sulle donne. Di questa iniziativa, costruita assemblea dopo assemblea con impressionante caparbietà da tante donne appartenenti alle più disparate realtà (collettivi femministi, associazioni, centri antiviolenza…), si è parlato a lungo online.

Pochi giorni prima della manifestazione alcuni “compagni” – le virgolette in questo caso sono d’obbligo – si sono interrogati con inutile spirito polemico sulla volontà espressa dalle organizzatrici di avere solo donne alla testa del corteo. Questo, almeno in apparenza, è stato l’unico rilevante “contributo” maschile al dibattito che ha preceduto la manifestazione: una querelle di cui tutte e tutti avremmo fatto volentieri a meno.

Per quanto mi riguarda ho cercato di fare mio l’invito/auspicio di Lorenzo Gasparrini: “Andare al corteo, disporsi in un rispettoso ascolto, partecipare ma anche chiedersi: cosa faccio per combattere la cultura patriarcale imperante?”. Mi sono posto seriamente quest’ultima domanda solo nelle ultime ore e la risposta è stata deludente: poco, molto poco. Nel privato sono un impiastro come molti altri uomini: gelosia, possesso e insicurezza sono demoni con i quali mi confronto quotidianamente. Tuttavia, parafrasando (e stravolgendo un po’) un vecchio slogan, “il personale è politico” e scindere ciò che si predica – e ritiene giusto – da ciò che si agisce ogni giorno non è possibile né accettabile.

Denunciando il maschilismo che cova dentro di me e che in alcune occasioni anche recenti ha avvelenato i miei rapporti con l’altro sesso, non cerco né approvazione per un coming out che in sé ha ben poco di interessante né tantomeno aiuto (un blog non è il luogo per affrontare il problema). Mi auguro però che altri uomini, soprattutto quelli presenti alla manifestazione del 26 novembre, provino a mettersi realmente in discussione.

Dobbiamo guardarci allo specchio e farci le domande scomode che molti di noi hanno evitato a lungo di porsi; non bastano infatti letture giuste e una seppur apprezzabile cura del linguaggio che usiamo per esorcizzare il mostro dentro di noi che a volte definiamo con liquidatorio distacco patriarcato, quasi non ci riguardasse.

Sorry

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Si sta scusando”. “No, è semplicemente dispiaciuto”. La foto del piccolo migrante che regge il cartello “Sorry for Brussels” vicino a Idomeni, al confine tra Grecia e Macedonia, si presta a diverse interpretazioni. Qualsiasi riflessione sull’immagine non può però trascurare il contesto in cui è stata scattata. A Idomeni migliaia di migranti sono ammassati in condizioni disumane da settimane. A queste persone disperate la Fortezza Europa, un continente di 500 milioni di abitanti, non offre accoglienza bensì accordi (al ribasso) con la Turchia del despota Erdogan, il secondino cui abbiamo demandato lo sporco compito di “contenere” le centinaia di migliaia di rifugiati siriani in fuga. Senza questa doverosa premessa è difficile spendere parole sensate sulla foto di Idomeni. I detrattori xenofobi vedranno nell’immagine una smaccata e ruffiana “captatio benevolentiae”, altri il genuino dispiacere di chi le bombe le ha sentite deflagrare giorno e notte per mesi se non addirittura anni. È vero invece che dovremmo essere noi europei a scusarci e mostrarci dispiaciuti per avere in questi mesi apertamente dichiarato guerra ai migranti. Prima con l’oziosa distinzione tra rifugiati e migranti economici, e in questi giorni con l’ipocrita accordo siglato tra Ue e Turchia. Se non fossimo un continente impaurito e meschino le scuse dovremmo farle proprio oggi che siamo stati colpiti dallo stesso odioso fanatismo che perseguita da anni le persone tenute fuori dai nostri confini, come il bambino che ci esprime solidarietà. La solidarietà che noi continuiamo imperterriti a negargli.