Rimini Firenze – Solo andata

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I recenti fatti di Rimini e Firenze hanno riportato al centro del dibattito pubblico il tema della violenza contro le donne e ispirato una inattesa quanto profonda autocritica nel mondo politico e in quello dell’informazione, troppe volte protagonisti in passato di uscite improvvide destinate a sobillare gli istinti più retrivi, xenofobi e sessisti della nostra società.

Non è andata così, ovviamente.

Quei fatti hanno semmai confermato i peggiori timori: in Italia non esiste un dibattito serio sulla violenza contro le donne. Quando la cronaca irrompe col suo carico di brutalità, i loro corpi vengono usati come arma impropria per colpire l’avversario di turno. È quasi sempre una rissa senza esclusione di colpi, bassezze morali, politiche e giornalistiche che vedono protagoniste anche molte donne, a ulteriore conferma che il problema – vedi alla voce “patriarcato” – non riguarda solo gli uomini.

Il pensiero va alle donne, davvero tante, che in queste ore stanno dando delle “ragazze facili” – per non dire peggio – alle due studentesse americane violentate a Firenze perché “se ti ubriachi, te la vai a cercare”. Nel caso fiorentino molti difensori dei carabinieri indagati adombrano anche oscuri complotti (Soros, Boldrini… Chi più ne ha, più ne diffonda), gridando da tutti i social che il doppio stupro di Firenze non “pareggia” quello di Rimini.

Un modo di ragionare incivile che, nella mente di chi ha fatto dell’odio verso gli stranieri quasi una ragione di vita, avrebbe un’irrefutabile prova regina nei particolari più brutali delle sevizie inflitte alla giovane donna polacca e all’altra vittima spesso dimenticata da media e cittadini “indignati”, una donna transessuale peruviana.

Già, perché in quella che è una vera e propria discesa negli abissi della mente umana gli stupri non sono tutti uguali. Quello delle “bestie africane” ai danni della donna polacca (la donna transessuale peruviana resta sullo sfondo, lei mal si adatta alla narrazione xenofoba da far circolare) è stato infatti raccontato con una spaventosa dovizia di particolari gratuiti e morbosi. Nel caso delle studentesse americane i giornalisti hanno invece mostrato pudore, riservatezza e grande misura nell’uso delle parole. Tanti condizionali, troppi; un eccesso di garantismo che in più di un’occasione ha danneggiato le due vittime. Basti pensare a tutti gli articoli dove il fatto che fossero ubriache, un’aggravante per i carabinieri indagati, è stato utilizzato per minare la credibilità delle loro accuse.

Di questi drammatici eventi, per quanto riguarda il cosiddetto dibattito pubblico, rimane l’odiosa doppiezza di tutti i razzisti (politici, giornalisti e cittadini comuni) che hanno invocato la pena di morte o la castrazione per le “bestie” di Rimini e oggi a proposito dei carabinieri di Firenze nella migliore della ipotesi parlano di “mele marce” o, nella peggiore, continuano ad attaccare le due giovani.

Va certamente denunciato questo ipocrita e insopportabile doppio standard, soprattutto se a promuoverlo sono giornalisti e politici, ma non ci si deve fermare qui perché il nodo centrale resta la violenza contro le donne. Una violenza antica e profondamente radicata anche nella nostra società. Una verità inaccettabile per chi è alla continua ricerca di un “mostro” (possibilmente straniero) da additare e incolpare di tutto ciò che non va in Italia.

Tuttavia fino a quando non inizieremo a parlare in maniera diffusa e partecipata di “patriarcato”, “cultura dello stupro” ed “educazione al consenso” il livello della discussione sulla violenza di genere continuerà imperterrito a volare bassissimo, tra un “se l’è cercata” se la vittima era ubriaca o indossava una minigonna e qualche “mela marcia” se a stuprare è un uomo in divisa.

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Confessione di un maschilista pentito

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Sabato scorso ho partecipato alla manifestazione nazionale “Non Una Di Meno” contro la violenza maschile sulle donne. Di questa iniziativa, costruita assemblea dopo assemblea con impressionante caparbietà da tante donne appartenenti alle più disparate realtà (collettivi femministi, associazioni, centri antiviolenza…), si è parlato a lungo online. Pochi giorni prima della manifestazione alcuni “compagni” – le virgolette in questo caso sono d’obbligo – si sono interrogati con inutile spirito polemico sulla volontà espressa dalle organizzatrici di avere solo donne alla testa del corteo. Questo, almeno in apparenza, è stato l’unico rilevante “contributo” maschile al dibattito che ha preceduto la manifestazione: una querelle di cui tutte e tutti avremmo fatto volentieri a meno. Per quanto mi riguarda ho cercato di fare mio l’invito/auspicio di Lorenzo Gasparrini: “Andare al corteo, disporsi in un rispettoso ascolto, partecipare ma anche chiedersi: cosa faccio per combattere la cultura patriarcale imperante?”. Mi sono posto seriamente quest’ultima domanda solo nelle ultime ore e la risposta è stata deludente: poco, molto poco. Nel privato sono un impiastro come molti altri uomini: gelosia, possesso e insicurezza sono demoni con i quali mi confronto quotidianamente. Tuttavia, parafrasando (e stravolgendo un po’) un vecchio slogan, “il personale è politico” e scindere ciò che si predica – e ritiene giusto – da ciò che si agisce ogni giorno non è possibile né accettabile. Denunciando il maschilismo che cova dentro di me e che in alcune occasioni anche recenti ha avvelenato i miei rapporti con l’altro sesso, non cerco né approvazione per un coming out che in sé ha ben poco di interessante né tantomeno aiuto (un blog non è il luogo per affrontare il problema). Mi auguro però che altri uomini, soprattutto quelli presenti alla manifestazione del 26 novembre, provino a mettersi realmente in discussione. Dobbiamo guardarci allo specchio e farci le domande scomode che molti di noi hanno evitato a lungo di porsi; non bastano infatti letture giuste e una seppur apprezzabile cura del linguaggio che usiamo per esorcizzare il mostro dentro di noi che a volte definiamo con liquidatorio distacco patriarcato, quasi non ci riguardasse.

Sorry

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Si sta scusando”. “No, è semplicemente dispiaciuto”. La foto del piccolo migrante che regge il cartello “Sorry for Brussels” vicino a Idomeni, al confine tra Grecia e Macedonia, si presta a diverse interpretazioni. Qualsiasi riflessione sull’immagine non può però trascurare il contesto in cui è stata scattata. A Idomeni migliaia di migranti sono ammassati in condizioni disumane da settimane. A queste persone disperate la Fortezza Europa, un continente di 500 milioni di abitanti, non offre accoglienza bensì accordi (al ribasso) con la Turchia del despota Erdogan, il secondino cui abbiamo demandato lo sporco compito di “contenere” le centinaia di migliaia di rifugiati siriani in fuga. Senza questa doverosa premessa è difficile spendere parole sensate sulla foto di Idomeni. I detrattori xenofobi vedranno nell’immagine una smaccata e ruffiana “captatio benevolentiae”, altri il genuino dispiacere di chi le bombe le ha sentite deflagrare giorno e notte per mesi se non addirittura anni. È vero invece che dovremmo essere noi europei a scusarci e mostrarci dispiaciuti per avere in questi mesi apertamente dichiarato guerra ai migranti. Prima con l’oziosa distinzione tra rifugiati e migranti economici, e in questi giorni con l’ipocrita accordo siglato tra Ue e Turchia. Se non fossimo un continente impaurito e meschino le scuse dovremmo farle proprio oggi che siamo stati colpiti dallo stesso odioso fanatismo che perseguita da anni le persone tenute fuori dai nostri confini, come il bambino che ci esprime solidarietà. La solidarietà che noi continuiamo imperterriti a negargli.