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I giorni della quarantena – Francesca Melandri / Alberto Prunetti

La criminalizzazione dei comportamenti individuali e la questione di classe ai tempi del coronavirus, l’esigenza di ascoltare i lavoratori e le lavoratrici in prima linea, lo stato di salute dell’editoria, la retorica deresponsabilizzante degli eroi, il ruolo degli intellettuali e l’importanza della solidarietĂ … Conversazione con Francesca Melandri e Alberto Prunetti.

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Gli sfruttati del virus

Con la ricercatrice in economia Marta Fana abbiamo parlato di smart working, diritto alla disconnessione, rider, braccianti, “Milano non si ferma” e l’attualitĂ  dello scontro di classe, ruolo dei sindacati, salari da fame, reddito di quarantena e blocco degli affitti.

Foto di Alessio Duranti.

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Gli invisibili del virus

Persone migranti, senza dimora, disabili, rom e sinti… Gli invisibili del virus raccontati dalla giornalista Eleonora Camilli (Redattore Sociale) e da Andrea Costa dell’associazione Baobab Experience.

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Sarò il prossimo?

Alla soglia dei quarant’anni, dopo una vita intera vissuta in Italia, è dura sentirsi quasi “persona non grata” nel Paese in cui si è nati e cresciuti.

Mi aggrappo con forza al “quasi” della frase precedente perché la sensazione di essere un corpo estraneo a malapena tollerato è assai sgradevole.

Attribuire la responsabilità di questo mio stato d’animo soltanto all’attuale ministro dell’Interno sarebbe scorretto, anche se non credo sia possibile ignorare il ruolo giocato dal leader della Lega, dominus dell’attuale esecutivo.

La martellante propaganda quotidiana del ministro Salvini sulla pelle di migranti e rom, accompagnata dall’incessante derisione di chiunque osi criticarlo a colpi di “bacioni” e faccine sorridenti, sta contribuendo a creare un clima d’odio.

In questi giorni mi tocca constatare come la sua continua retorica xenofoba stia erodendo in misura significativa l’innegabile privilegio che mi ha tenuto finora “al sicuro”: la cittadinanza italiana.

Padre italiano, madre somala. Episodi di razzismo ne ho subiti in vita mia, ma riconosco che il privilegio – perché di questo si tratta, dovremmo sempre tenerlo a mente – di un passaporto europeo mi ha difeso e tutelato in molte occasioni.

Lo ha fatto così bene e a lungo che per gran parte della mia vita mi sono dimenticato di essere nero.

Ripeto: episodi di intolleranza li ho vissuti anch’io. Mi hanno chiamato “negro”, per strada come all’università e a volte ho viaggiato più comodo di altri sui mezzi pubblici, grazie a qualche passeggero che temeva non si sa bene cosa.

Detto ciò, mi spiace per il capo del Viminale ma l’idea di essere picchiato o colpito dal pallino di un fucile ad aria compressa perché sono nero, quindi un bersaglio tutto sommato “accettabile” in quest’Italia incattivita, non mi entusiasma affatto.

“Da papà” premuroso quale ama descriversi, Matteo Salvini dice di avere a cuore la sicurezza degli italiani e delle italiane.

Oggi non mi sento più sicuro di qualche mese fa in un Paese dove il ministro dell’Interno nega l’evidenza, liquida l’inquietante successione di recenti aggressioni razziste come “invenzioni della sinistra” e utilizza i social per dettare l’agenda ai media, monopolizzando il dibattito pubblico e aizzando i suoi sostenitori contro il nemico del giorno: ieri i rom, oggi i venditori ambulanti e domani di nuovo i migranti e le ong.

Su una cosa sono tuttavia d’accordo con Salvini: “La pazienza degli italiani è finita”.

La mia lo è di certo.