I giorni della quarantena – Francesca Melandri / Alberto Prunetti

La criminalizzazione dei comportamenti individuali e la questione di classe ai tempi del coronavirus, l’esigenza di ascoltare i lavoratori e le lavoratrici in prima linea, lo stato di salute dell’editoria, la retorica deresponsabilizzante degli eroi, il ruolo degli intellettuali e l’importanza della solidarietà… Conversazione con Francesca Melandri e Alberto Prunetti.

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Gli invisibili del virus

Persone migranti, senza dimora, disabili, rom e sinti… Gli invisibili del virus raccontati dalla giornalista Eleonora Camilli (Redattore Sociale) e da Andrea Costa dell’associazione Baobab Experience.

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Ignorare Salvini sui social non è la soluzione

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“In un giorno così triste, una notizia positiva. La nave Aquarius andrà a Malta… Come promesso, non in Italia”.

Nelle ore che vedono un intero Paese piangere i morti di Genova il ministro dell’Interno coglie ancora una volta l’occasione per blandire via Facebook e Twitter i suoi sostenitori, recando loro in dono “una notizia positiva” e cioè che un centinaio di esseri umani salvati in mezzo al mare non verranno accolti in Italia ma altrove.

“Non facciamogli da megafono”, “ignoriamolo”, “non diamogli visibilità”. È la replica di quanti vorrebbero ignorare messaggi odiosi come quello già citato.

Per quanto sia condivisibile l’insofferenza legata all’opprimente sovraesposizione mediatica di Matteo Salvini – non c’è tg o giornale che salti l’appuntamento con la sua immancabile dichiarazione “shock” quotidiana – come non considerare che stiamo parlando di un leader politico che alla carica di ministro dell’Interno affianca quella di vicepresidente del Consiglio e può vantare 834mila follower su Twitter e quasi tre milioni di “mi piace” su Facebook?

I social sono uno dei campi di battaglia dello scontro politico.

Smentire le fake news xenofobe che condivide, esprimere solidarietà a chi viene linciato su Facebook dalla pagina ufficiale del suo partito e censurare senza fare sconti i suoi metodi da bullo, sono azioni che hanno ancora senso.

“Ma non basta un tweet, bisogna scendere in piazza”.

È vero, l’attivismo virtuale non è sufficiente. Opporsi ai discorsi d’odio sul posto di lavoro, nella scuola e con allarmante frequenza perfino all’interno del proprio nucleo familiare resta un dovere imprescindibile, ma non così facile come potrebbe sembrare.

Tuttavia una ritirata sull’Aventino dei social network potrebbe rivelarsi miope e controproducente. Se non commentiamo i post di Salvini non c’è l’oblio ad attenderli, ma una vastissima platea di persone ossessionate da migranti, ong, Soros, burocrati europei… Senza dimenticare che nel caso del leader leghista – insediatosi nel frattempo ai vertici del Viminale e dell’attuale esecutivo – i media non hanno più bisogno di qualche risibile polemica nata sulla Rete per invitarlo e vezzeggiarlo, come peraltro accadeva già in passato.

Non si indebolisce Salvini fingendo che non esista su Twitter e Facebook,  lo si fa contrastandolo su tutti i fronti, compreso quello dei social.

Rimini Firenze – Solo andata

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I recenti fatti di Rimini e Firenze hanno riportato al centro del dibattito pubblico il tema della violenza contro le donne e ispirato una inattesa quanto profonda autocritica nel mondo politico e in quello dell’informazione, troppe volte protagonisti in passato di uscite improvvide destinate a sobillare gli istinti più retrivi, xenofobi e sessisti della nostra società.

Non è andata così, ovviamente.

Quei fatti hanno semmai confermato i peggiori timori: in Italia non esiste un dibattito serio sulla violenza contro le donne. Quando la cronaca irrompe col suo carico di brutalità, i loro corpi vengono usati come arma impropria per colpire l’avversario di turno. È quasi sempre una rissa senza esclusione di colpi, bassezze morali, politiche e giornalistiche che vedono protagoniste anche molte donne, a ulteriore conferma che il problema – vedi alla voce “patriarcato” – non riguarda solo gli uomini.

Il pensiero va alle donne, davvero tante, che in queste ore stanno dando delle “ragazze facili” – per non dire peggio – alle due studentesse americane violentate a Firenze perché “se ti ubriachi, te la vai a cercare”. Nel caso fiorentino molti difensori dei carabinieri indagati adombrano anche oscuri complotti (Soros, Boldrini… Chi più ne ha, più ne diffonda), gridando da tutti i social che il doppio stupro di Firenze non “pareggia” quello di Rimini.

Un modo di ragionare incivile che, nella mente di chi ha fatto dell’odio verso gli stranieri quasi una ragione di vita, avrebbe un’irrefutabile prova regina nei particolari più brutali delle sevizie inflitte alla giovane donna polacca e all’altra vittima spesso dimenticata da media e cittadini “indignati”, una donna transessuale peruviana.

Già, perché in quella che è una vera e propria discesa negli abissi della mente umana gli stupri non sono tutti uguali. Quello delle “bestie africane” ai danni della donna polacca (la donna transessuale peruviana resta sullo sfondo, lei mal si adatta alla narrazione xenofoba da far circolare) è stato infatti raccontato con una spaventosa dovizia di particolari gratuiti e morbosi. Nel caso delle studentesse americane i giornalisti hanno invece mostrato pudore, riservatezza e grande misura nell’uso delle parole. Tanti condizionali, troppi; un eccesso di garantismo che in più di un’occasione ha danneggiato le due vittime. Basti pensare a tutti gli articoli dove il fatto che fossero ubriache, un’aggravante per i carabinieri indagati, è stato utilizzato per minare la credibilità delle loro accuse.

Di questi drammatici eventi, per quanto riguarda il cosiddetto dibattito pubblico, rimane l’odiosa doppiezza di tutti i razzisti (politici, giornalisti e cittadini comuni) che hanno invocato la pena di morte o la castrazione per le “bestie” di Rimini e oggi a proposito dei carabinieri di Firenze nella migliore della ipotesi parlano di “mele marce” o, nella peggiore, continuano ad attaccare le due giovani.

Va certamente denunciato questo ipocrita e insopportabile doppio standard, soprattutto se a promuoverlo sono giornalisti e politici, ma non ci si deve fermare qui perché il nodo centrale resta la violenza contro le donne. Una violenza antica e profondamente radicata anche nella nostra società. Una verità inaccettabile per chi è alla continua ricerca di un “mostro” (possibilmente straniero) da additare e incolpare di tutto ciò che non va in Italia.

Tuttavia fino a quando non inizieremo a parlare in maniera diffusa e partecipata di “patriarcato”, “cultura dello stupro” ed “educazione al consenso” il livello della discussione sulla violenza di genere continuerà imperterrito a volare bassissimo, tra un “se l’è cercata” se la vittima era ubriaca o indossava una minigonna e qualche “mela marcia” se a stuprare è un uomo in divisa.

Sorry

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“Si sta scusando”. “No, è semplicemente dispiaciuto”. La foto del piccolo migrante che regge il cartello “Sorry for Brussels” vicino a Idomeni, al confine tra Grecia e Macedonia, si presta a diverse interpretazioni. Qualsiasi riflessione sull’immagine non può però trascurare il contesto in cui è stata scattata. A Idomeni migliaia di migranti sono ammassati in condizioni disumane da settimane. A queste persone disperate la Fortezza Europa, un continente di 500 milioni di abitanti, non offre accoglienza bensì accordi (al ribasso) con la Turchia del despota Erdogan, il secondino cui abbiamo demandato lo sporco compito di “contenere” le centinaia di migliaia di rifugiati siriani in fuga. Senza questa doverosa premessa è difficile spendere parole sensate sulla foto di Idomeni. I detrattori xenofobi vedranno nell’immagine una smaccata e ruffiana “captatio benevolentiae”, altri il genuino dispiacere di chi le bombe le ha sentite deflagrare giorno e notte per mesi se non addirittura anni. È vero invece che dovremmo essere noi europei a scusarci e mostrarci dispiaciuti per avere in questi mesi apertamente dichiarato guerra ai migranti. Prima con l’oziosa distinzione tra rifugiati e migranti economici, e in questi giorni con l’ipocrita accordo siglato tra Ue e Turchia. Se non fossimo un continente impaurito e meschino le scuse dovremmo farle proprio oggi che siamo stati colpiti dallo stesso odioso fanatismo che perseguita da anni le persone tenute fuori dai nostri confini, come il bambino che ci esprime solidarietà. La solidarietà che noi continuiamo imperterriti a negargli.