Cizre Calling (FOTO)

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Un corridoio umanitario per Kobane

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Sanliurfa, 12 settembre 2015.

Nell’arco di tre mesi, a partire dalle elezioni politiche del 7 giugno, la situazione in Turchia è precipitata. La “non vittoria” dell’AKP, partito islamista dell’attuale presidente della Repubblica Recep Tayyip Erdoğan, ha comportato un inasprimento del dispositivo di repressione visto in azione già due anni fa contro la popolazione turca durante gli scontri di Gezi Park. La posta in gioco si è fatta ancora più alta. Lo scorso giugno Erdoğan aveva infatti come solo obiettivo il raggiungimento della maggioranza assoluta che gli avrebbe finalmente permesso di modificare la costituzione trasformando la natura stessa della Repubblica da parlamentare a presidenziale. Al verdetto delle urne che gli ha negato i due terzi dei voti necessari allo scopo si è aggiunto lo “smacco” dell’ingresso in Parlamento di ben 80 deputati del Partito democratico dei popoli (HDP) di Selahattin Demirtas. Un partito che rappresenta bene tutti gli incubi di Erdoğan, poiché raccoglie al proprio interno non solo gli odiati curdi ma anche altre scomode minoranze: aleviti, armeni, femministe, socialisti, partiti di estrema sinistra, gay e lesbiche. In questo contesto, qui appena accennato, si inseriscono i moltissimi recenti attacchi alle sedi dell’HDP: a Sanliurfa, importante città situata nel sud-est del Paese, solo tre giorni fa ne è stato sventato uno. Si moltiplicano inoltre i casi, come a Cizre, di località a prevalenza curda sul territorio turco (ma non solo) prese di mira dai militari di Ankara. Questo clima di violenza ed incertezza rischia di influenzare pesantemente le elezioni anticipate del prossimo 1° novembre indette da Erdoğan. Va inoltre ricordato che sempre nell’area di Sanliurfa si troverebbero circa 400mila dei quasi due milioni di profughi siriani costretti a vivere nell’indigenza. Infine a Suruç, altra cittadina al ridosso del confine con la Siria, gli scampati alle violenze dell’Isis e di Assad sarebbero ancora 40mila. È in questo difficile contesto che si cerca di ricostruire Kobane, anche promuovendo iniziative come la carovana internazionale che il 15 settembre manifesterà al confine fra Turchia e Siria per chiedere l’istituzione di un corridoio umanitario che garantisca l’arrivo degli aiuti necessari alla città simbolo che ha resistito e resiste tuttora all’avanzata dell’Isis.

Erdoğan il censore

Erdoğan il censore

“Estirpare”. “Spazzare via”. Travolto dagli scandali il primo ministro turco Recep Tayyip Erdoğan se la prende (nuovamente) con i social network. Ancora una volta a finire nel mirino del premier è Twitter. Ma come scrive una mia amica turca “perfino bambini e anziani sanno come funziona una VPN (sistema utilizzato anche dai ministri più radicali del governo)… Erdoğan non lo capisce perché circondato da lacchè pagati profumatamente per assecondarlo”.

Un danno collaterale

In memoria di Berkin Elvan

Non è stato Dio a prendere mio figlio, è stato Recep Tayyip Erdogan”, ha detto ai giornalisti la madre del quindicenne Berkin Elvan morto dopo 269 giorni di coma. L’estate scorsa, durante le giornate di Gezi Park, il ragazzo venne colpito da un lacrimogeno sparato dalla polizia turca. Non stava partecipando alla protesta, era uscito di casa per comprare il pane. Un danno collaterale della repressione voluta dal premier Erdogan.

Vignetta di Carlos Latuff.

Testimone a Gezi Park: la storia di un çapulcu

Protests in Istanbul

Io sono solo un testimone”, ripete più volte Luca Tincalla. Non è falsa modestia, bensì la consapevolezza di essersi infilato in un vero e proprio ginepraio. Come per gli alberi del parco che dà il titolo al suo libro, le ramificazioni di Testimone a Gezi Park sono infatti numerosissime. Dalle vasche fatte per le strade di Istanbul con gli occhialini da nuoto – necessari per attenuare l’effetto di gas urticanti e getti d’acqua “naturalmente frizzante” – si finisce in alcuni centri sociali italiani (le uniche realtà interessate a ciò che accade in Turchia), passando prima per il rapporto spesso conflittuale di Luca con editori (turchi e italiani) e media (spassoso il suo incontro con una troupe francese alla ricerca di scoop rigorosamente “autoctoni”). Il libro è suddiviso in tre parti. La prima descrive il mese di scontri avvenuti a Taksim dalla fine di maggio alla terza settimana di giugno, spiegandoci in maniera esaustiva le ragioni di una protesta che viene da lontano. La seconda copre il mese di luglio e la partenza alla volta dell’Italia, dove Luca ha modo di passare del tempo con i suoi familiari e di raccontare, durante alcuni incontri organizzati a Napoli e Roma, ciò che ha visto a Gezi Park. La terza e ultima parte coincide col suo ritorno a Istanbul. Come accade nella vita reale, una sintesi così schematica e scarna non può restituire la complessità e la ricchezza di un racconto che contiene mille altre battaglie oltre a quelle vissute in prima persona dall’autore. Ad esempio, durante la parentesi romana e grazie alla “rivoltosa” Laura, il nostro scopre Communia, centro sociale di San Lorenzo che di lì a poco verrà sgomberato dalla nuova amministrazione del sindaco “amico” (si fa per dire) Ignazio Marino. A Ferragosto, “quando l’opinione pubblica va in vacanza”. Altro passaggio di rilievo è il legame che Luca instaura durante le giornate di Gezi Park con Manolo, un compagno che “fa filmini” e, tra le varie attività, documenta le lotte dei No Muos in Sicilia. Non mancano inoltre riflessioni sul primo ministro turco Erdoğan, il movimento No Tav, la vicenda di Pippa Bacca, il ruolo dell’informazione turca (“in generale dai media mainstream giungono splendidi documentari di accoppiamenti di pinguini”), l’omicidio di Stefano Cucchi e il G8 di Genova. Queste ultime due citazioni ormai ineludibili quando si parla di violenza delle forze dell’ordine. Tra le varie critiche mosse al mondo dell’informazione sono particolarmente condivisibili quelle rivolte a “certi pseudo-cronisti italiani che, al posto di scendere in piazza a vedere cosa succede, si trincerano in casa e parlano solo tramite agenzie stampa tradotte dall’inglese all’italiano e, quando fanno finta di partecipare agli scontri, scrivono il contrario di quanto avviene realmente”. Gli spunti sono davvero tanti e a volte, inseguendo per le pagine di Testimone a Gezi Park la scrittura nervosa di Luca, l’impressione è che siano troppi. Tuttavia l’urgenza che traspare da ogni singola pagina di questa testimonianza riesce miracolosamente a tenere il tutto insieme, evitando che la storia deragli o si perda nei mille sentieri indicati dal çapulcu (letteralmente “straccione”, ma ormai termine utilizzato per descrivere “colui il quale si batte per i suoi diritti”) Luca Tincalla.

 

14 dicembre, alle 19:00 da Libreria Antigone, Roma

17 dicembre, alle 18:30 da Libreria Altroquando, Roma

20 dicembre, alle 21:00 da Dischivolanti, Milano

23 dicembre, alle 21:00 da Corto Circuito, Firenze