Le vite dei neri tra razzismo e diritti negati – Igiaba Scego

Il brutale omicidio di George Floyd a Minneapolis, il corpo dei neri tra schiavitù e colonialismo, il tema della cittadinanza negata ai figli di stranieri nati o cresciuti in Italia e il razzismo nel Brasile di Bolsonaro. Ospite dell’ultimo episodio de La stanza di Adil è la scrittrice Igiaba Scego.

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Uomini, lavoro di cura e ruoli di genere ai tempi della pandemia

Stefano Ciccone ha fondato con altri Maschile Plurale, una rete di uomini impegnati contro la violenza maschile verso le donne e contro gli stereotipi di genere.

Contenuto extra del mio podcast “La stanza di Adil“.

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Uomini. Mettersi in discussione tra dubbi e contraddizioni.

Da due anni partecipo agli incontri e alle iniziative promosse dal gruppo romano di Maschile Plurale, attività stimolante e formativa che non mi ha evitato, anche in tempi recenti, di essere definito persona “che ama spacciarsi per il salvatore delle donne”.

Ribattere, puntualizzare e inoltrarsi nelle pieghe di un rapporto finito male avrebbe poco senso: un giudizio così netto è inappellabile.

Vorrei tuttavia partire da questo episodio che mi vede protagonista mio malgrado per condividere alcune riflessioni più ampie.

“Un gruppo di condivisione al maschile legato alle tematiche del ripensare la mascolinità fuori dalle maglie del patriarcato tradizionale”.

Gli incontri di Maschile in gioco, il gruppo romano di Maschile Plurale, sono preziosi momenti di condivisione e apertura. Si tratta di occasioni rare e assai diverse dalle “chiacchiere da spogliatoio” cui molti di noi sono abituati. Sessualità, affettività, fantasie, paure… Tutti argomenti che gli uomini difficilmente affrontano con altri uomini, figuriamoci con perfetti sconosciuti.

È innegabile che un’attività così inconsueta possa farti sentire “diverso”, non però necessariamente “superiore” o “migliore”.

Più di una volta infatti durante i nostri incontri ho sentito affermare che non siamo “quelli buoni”, perché se c’è qualcosa di cui le donne non hanno proprio bisogno è di eroi che le salvino.

Ma si può prendere posizione (anche pubblicamente) contro la violenza sulle donne, partecipare a convegni e manifestazioni sul tema ed essere al tempo stesso un uomo che nella propria vita abbia ferito emotivamente altre persone?

Non ho una risposta, ma sarebbe utile avviare un dibattito onesto su quanto ingarbugliate e dolorose possano essere le relazioni tra uomini e donne.

Un confronto necessario per tracciare, insieme, una qualche linea di demarcazione tra la violenza (fisica o psicologica, non fa differenza) e la sofferenza che ci viene inflitta da chi riteniamo abbia tradito la nostra fiducia o ci abbia in qualche modo feriti.

Postilla. Non ho preso parte alle attività di Maschile Plurale per ottenere il “patentino di uomo perfetto”, convinto come sono che noi uomini dovremmo tutti metterci in discussione, soprattutto quelli che – come me – si sentano ancora ingabbiati nelle maglie del patriarcato.

Sarò il prossimo?

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Alla soglia dei quarant’anni, dopo una vita intera vissuta in Italia, è dura sentirsi quasi “persona non grata” nel Paese in cui si è nati e cresciuti.

Mi aggrappo con forza al “quasi” della frase precedente perché la sensazione di essere un corpo estraneo a malapena tollerato è assai sgradevole.

Attribuire la responsabilità di questo mio stato d’animo soltanto all’attuale ministro dell’Interno sarebbe scorretto, anche se non credo sia possibile ignorare il ruolo giocato dal leader della Lega, dominus dell’attuale esecutivo.

La martellante propaganda quotidiana del ministro Salvini sulla pelle di migranti e rom, accompagnata dall’incessante derisione di chiunque osi criticarlo a colpi di “bacioni” e faccine sorridenti, sta contribuendo a creare un clima d’odio.

In questi giorni mi tocca constatare come la sua continua retorica xenofoba stia erodendo in misura significativa l’innegabile privilegio che mi ha tenuto finora “al sicuro”: la cittadinanza italiana.

Padre italiano, madre somala. Episodi di razzismo ne ho subiti in vita mia, ma riconosco che il privilegio – perché di questo si tratta, dovremmo sempre tenerlo a mente – di un passaporto europeo mi ha difeso e tutelato in molte occasioni.

Lo ha fatto così bene e a lungo che per gran parte della mia vita mi sono dimenticato di essere nero.

Ripeto: episodi di intolleranza li ho vissuti anch’io. Mi hanno chiamato “negro”, per strada come all’università e a volte ho viaggiato più comodo di altri sui mezzi pubblici, grazie a qualche passeggero che temeva non si sa bene cosa.

Detto ciò, mi spiace per il capo del Viminale ma l’idea di essere picchiato o colpito dal pallino di un fucile ad aria compressa perché sono nero, quindi un bersaglio tutto sommato “accettabile” in quest’Italia incattivita, non mi entusiasma affatto.

“Da papà” premuroso quale ama descriversi, Matteo Salvini dice di avere a cuore la sicurezza degli italiani e delle italiane.

Oggi non mi sento più sicuro di qualche mese fa in un Paese dove il ministro dell’Interno nega l’evidenza, liquida l’inquietante successione di recenti aggressioni razziste come “invenzioni della sinistra” e utilizza i social per dettare l’agenda ai media, monopolizzando il dibattito pubblico e aizzando i suoi sostenitori contro il nemico del giorno: ieri i rom, oggi i venditori ambulanti e domani di nuovo i migranti e le ong.

Su una cosa sono tuttavia d’accordo con Salvini: “La pazienza degli italiani è finita”.

La mia lo è di certo.