Sorry

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Si sta scusando”. “No, è semplicemente dispiaciuto”. La foto del piccolo migrante che regge il cartello “Sorry for Brussels” vicino a Idomeni, al confine tra Grecia e Macedonia, si presta a diverse interpretazioni. Qualsiasi riflessione sull’immagine non può però trascurare il contesto in cui è stata scattata. A Idomeni migliaia di migranti sono ammassati in condizioni disumane da settimane. A queste persone disperate la Fortezza Europa, un continente di 500 milioni di abitanti, non offre accoglienza bensì accordi (al ribasso) con la Turchia del despota Erdogan, il secondino cui abbiamo demandato lo sporco compito di “contenere” le centinaia di migliaia di rifugiati siriani in fuga. Senza questa doverosa premessa è difficile spendere parole sensate sulla foto di Idomeni. I detrattori xenofobi vedranno nell’immagine una smaccata e ruffiana “captatio benevolentiae”, altri il genuino dispiacere di chi le bombe le ha sentite deflagrare giorno e notte per mesi se non addirittura anni. È vero invece che dovremmo essere noi europei a scusarci e mostrarci dispiaciuti per avere in questi mesi apertamente dichiarato guerra ai migranti. Prima con l’oziosa distinzione tra rifugiati e migranti economici, e in questi giorni con l’ipocrita accordo siglato tra Ue e Turchia. Se non fossimo un continente impaurito e meschino le scuse dovremmo farle proprio oggi che siamo stati colpiti dallo stesso odioso fanatismo che perseguita da anni le persone tenute fuori dai nostri confini, come il bambino che ci esprime solidarietà. La solidarietà che noi continuiamo imperterriti a negargli.

Un corridoio umanitario per Kobane

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Sanliurfa, 12 settembre 2015.

Nell’arco di tre mesi, a partire dalle elezioni politiche del 7 giugno, la situazione in Turchia è precipitata. La “non vittoria” dell’AKP, partito islamista dell’attuale presidente della Repubblica Recep Tayyip Erdoğan, ha comportato un inasprimento del dispositivo di repressione visto in azione già due anni fa contro la popolazione turca durante gli scontri di Gezi Park. La posta in gioco si è fatta ancora più alta. Lo scorso giugno Erdoğan aveva infatti come solo obiettivo il raggiungimento della maggioranza assoluta che gli avrebbe finalmente permesso di modificare la costituzione trasformando la natura stessa della Repubblica da parlamentare a presidenziale. Al verdetto delle urne che gli ha negato i due terzi dei voti necessari allo scopo si è aggiunto lo “smacco” dell’ingresso in Parlamento di ben 80 deputati del Partito democratico dei popoli (HDP) di Selahattin Demirtas. Un partito che rappresenta bene tutti gli incubi di Erdoğan, poiché raccoglie al proprio interno non solo gli odiati curdi ma anche altre scomode minoranze: aleviti, armeni, femministe, socialisti, partiti di estrema sinistra, gay e lesbiche. In questo contesto, qui appena accennato, si inseriscono i moltissimi recenti attacchi alle sedi dell’HDP: a Sanliurfa, importante città situata nel sud-est del Paese, solo tre giorni fa ne è stato sventato uno. Si moltiplicano inoltre i casi, come a Cizre, di località a prevalenza curda sul territorio turco (ma non solo) prese di mira dai militari di Ankara. Questo clima di violenza ed incertezza rischia di influenzare pesantemente le elezioni anticipate del prossimo 1° novembre indette da Erdoğan. Va inoltre ricordato che sempre nell’area di Sanliurfa si troverebbero circa 400mila dei quasi due milioni di profughi siriani costretti a vivere nell’indigenza. Infine a Suruç, altra cittadina al ridosso del confine con la Siria, gli scampati alle violenze dell’Isis e di Assad sarebbero ancora 40mila. È in questo difficile contesto che si cerca di ricostruire Kobane, anche promuovendo iniziative come la carovana internazionale che il 15 settembre manifesterà al confine fra Turchia e Siria per chiedere l’istituzione di un corridoio umanitario che garantisca l’arrivo degli aiuti necessari alla città simbolo che ha resistito e resiste tuttora all’avanzata dell’Isis.

Migranti o rifugiati? L’importanza delle parole

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Il tweet di Carlotta Sami, portavoce per il Sud Europa dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (Unhcr), è linguisticamente insidioso. I siriani al confine macedone non sono, vocabolario alla mano, migranti bensì rifugiati o a voler esser pignoli profughi e potenziali richiedenti asilo. È tuttavia comprensibile che agli occhi di molti questa sua distinzione abbia una forte matrice escludente, il cui principale effetto è quello di dividere le persone che premono alle porte della Fortezza Europa in meritevoli e meno meritevoli. I rifugiati possono restare – sorvoliamo, per motivi di spazio, sul percorso accidentato che li attenderà una volta “accolti” –, ma i migranti devono andarsene. In quest’ultimo caso i governi europei, supportati da un’assordante grancassa mediatica, ricorrono spesso all’etichetta assolutoria (per chi l’attribuisce) del “migrante economico”. Definizione ambigua assai cara alla classe politica di un intero continente perennemente restio a fare i conti sia col proprio passato, sia col presente. Mentre l’Europa utilizza il termine migrante per rispedire a casa chi fugge da fame e povertà l’emittente del Qatar al Jazeera ha recentemente deciso di non utilizzarlo più in quanto “disumanizzante”. Il dibattito è dunque vivo e sarebbe da ingenui negare le implicazioni a volte contraddittorie che può generare. Chi utilizza il termine “rifugiati” per i siriani che fuggono dalle violenze di Assad e dell’Isis è complice della Fortezza Europa che ne accoglie alcuni “buoni” a scapito degli altri “meno buoni”? È altrettanto evidente che l’etichetta prescelta esclude de facto chi va alla ricerca di un futuro migliore e ha la “sfortuna” di non lasciarsi dietro uno scenario di guerra. Un dibattito sulle parole giuste, o almeno più accurate, quando si parla di migranti e rifugiati è necessario e non più rinviabile. Soprattutto in un paese come il nostro dove il pressapochismo di alcuni giornalisti può alimentare o, peggio ancora, incoraggiare i peggiori istinti xenofobi.

E.

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Nei pressi della stazione Tiburtina, uno dei principali snodi ferroviari romani, è facile imbattersi in piccoli gruppi di migranti, perlopiù eritrei. In questi giorni senza sole ma assai afosi cercano riparo sotto gli alberi, accovacciati tra le macchine parcheggiate o sulle poche panchine disponibili. A chi offre loro una bottiglietta d’acqua o del cibo rispondono con un “thank you” comprensibilmente circospetto. Non serve una laurea in psicologia per riconoscere in quegli sguardi la diffidenza di chi è provato, non solo fisicamente, da un viaggio durissimo che non è ancora finito.

Per arrivare al centro di accoglienza Baobab, situato a poche centinaia di metri dalla stazione, percorriamo una via interna ed è lì che incontriamo E., un giovane eritreo sulla trentina arrivato da Taranto. La prima domanda che ci pone, in un ottimo inglese che farebbe arrossire il nostro premier, riguarda l’imponente dispiegamento di polizia che in questi giorni ha stretto a tenaglia lui e gli altri numerosi migranti. Al suo stupore corrisponde il nostro imbarazzo.

Proviamo a spiegargli che per molti politici e amministratori locali i flussi migratori sono una mera questione di ordine pubblico e, in alcuni casi, una remunerativa e criminale opportunità economica. Ma E. non ha intenzione di rimanere qui ancora a lungo. Si trova a Roma da quattro giorni e presto partirà alla volta di Ventimiglia dove, al prezzo di 60 euro un tassista gli farà oltrepassare il confine; potrà così raggiungere Parigi e da lì Amsterdam, sua destinazione finale.

Come molti altri migranti, E. ha trascorso le sue “notti romane” dormendo all’aperto e appoggiandosi di giorno al centro di accoglienza Baobab di via Cupa, una struttura al collasso da settimane che accoglie oltre 800 persone a fronte di una capienza ufficiale di 210 unità.

Ieri, 11 giugno, ricorreva un mese dallo sgombero dell’insediamento di Ponte Mammolo. Oggi tocca alla stazione Tiburtina salire agli “onori” della cronaca. La prossima tappa della via crucis inflitta ai migranti potrebbe essere, salvo un improbabile intervento risolutore del Comune, lo sgombero a fine giugno del centro d’accoglienza di via Scorticabove dove, per lo scadere del contratto d’affitto 120 tra rifugiati e richiedenti asilo rischiano di finire anch’essi sulla strada.