Confessione di un maschilista pentito

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Sabato scorso ho partecipato alla manifestazione nazionale “Non Una Di Meno” contro la violenza maschile sulle donne. Di questa iniziativa, costruita assemblea dopo assemblea con impressionante caparbietà da tante donne appartenenti alle più disparate realtà (collettivi femministi, associazioni, centri antiviolenza…), si è parlato a lungo online.

Pochi giorni prima della manifestazione alcuni “compagni” – le virgolette in questo caso sono d’obbligo – si sono interrogati con inutile spirito polemico sulla volontà espressa dalle organizzatrici di avere solo donne alla testa del corteo. Questo, almeno in apparenza, è stato l’unico rilevante “contributo” maschile al dibattito che ha preceduto la manifestazione: una querelle di cui tutte e tutti avremmo fatto volentieri a meno.

Per quanto mi riguarda ho cercato di fare mio l’invito/auspicio di Lorenzo Gasparrini: “Andare al corteo, disporsi in un rispettoso ascolto, partecipare ma anche chiedersi: cosa faccio per combattere la cultura patriarcale imperante?”. Mi sono posto seriamente quest’ultima domanda solo nelle ultime ore e la risposta è stata deludente: poco, molto poco. Nel privato sono un impiastro come molti altri uomini: gelosia, possesso e insicurezza sono demoni con i quali mi confronto quotidianamente. Tuttavia, parafrasando (e stravolgendo un po’) un vecchio slogan, “il personale è politico” e scindere ciò che si predica – e ritiene giusto – da ciò che si agisce ogni giorno non è possibile né accettabile.

Denunciando il maschilismo che cova dentro di me e che in alcune occasioni anche recenti ha avvelenato i miei rapporti con l’altro sesso, non cerco né approvazione per un coming out che in sé ha ben poco di interessante né tantomeno aiuto (un blog non è il luogo per affrontare il problema). Mi auguro però che altri uomini, soprattutto quelli presenti alla manifestazione del 26 novembre, provino a mettersi realmente in discussione.

Dobbiamo guardarci allo specchio e farci le domande scomode che molti di noi hanno evitato a lungo di porsi; non bastano infatti letture giuste e una seppur apprezzabile cura del linguaggio che usiamo per esorcizzare il mostro dentro di noi che a volte definiamo con liquidatorio distacco patriarcato, quasi non ci riguardasse.

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