La storia di Ivaz

Chiedo solo un aiuto per salvare mia sorella, posso provvedere io alle spese”.

Ci tiene a precisarlo Ivaz Ahmadi, parrucchiere afghano di 31 anni che da quattro vive e lavora a Ostia, nella periferia sud di Roma. Lo ripete più di una volta, con tutta la dignità e la voce bassa ma ferma di chi ha dovuto lasciare il proprio Paese da bambino e intraprendere da solo, pochi anni dopo, un pericoloso viaggio per arrivare in Europa.

Ivaz è nato nella provincia di Ghazni, a 150 km da Kabul. La sua etnia, Hazara, a causa delle continue persecuzioni oggi rappresenta il 9% della popolazione afghana. Per mano dei talebani ha perso un fratello e una sorella più di vent’anni fa. Oggi la storia rischia di ripetersi. 

La sorella minore, vedova di un militare dell’esercito regolare afghano, è rimasta intrappolata a Kabul con una figlia di 5 anni. Ivaz, per farle uscire dal Paese, ha chiesto al fratello 17enne che si trovava in Iran di raggiungerla. Adesso anche lui è bloccato nella capitale dell’Emirato Islamico dell’Afghanistan. “La mia paura è che i talebani la trovino e la costringano a risposarsi contro la sua volontà”, spiega Ivaz, aggiungendo che “se dovesse rifiutarsi, la ucciderebbero”.

Una minaccia concreta, anche alla luce dei raid che i talebani stanno compiendo in queste settimane. “Cercano le persone che avevano legami con il precedente governo”, racconta Ivaz. “Mia sorella può uscire di casa solo se accompagnata da nostro fratello”, aggiunge. Un clima di paura che l’ha spinto a contattare ripetutamente la Farnesina per chiedere una qualche forma di assistenza. “Purtroppo mi hanno detto che al momento non si può fare nulla”.

La mattina del 28 agosto è infatti atterrato all’aeroporto di Fiumicino l’ultimo volo dell’aeronautica militare per il ponte aereo umanitario tra Afghanistan e Italia. Dal 12 settembre sono ripresi i collegamenti con l’aeroporto di Kabul gestiti dalle Nazioni Unite. Come spiegano i rappresentanti del Programma Alimentare Mondiale “il 93% delle famiglie afghane fatica ad avere cibo sufficiente, a causa della grave recessione economica provocata dai disordini politici, la siccità, l’aumento vertiginoso dei prezzi del carburante e del cibo, la mancanza di contanti nelle banche e il crollo della valuta”.

Una situazione fonte di grande preoccupazione per la piccola comunità afghana che vive in Italia, circa 11mila persone. Ivaz, nonostante la comprensibile apprensione per i suoi familiari, si considera fortunato. Arrivato in Italia nel 2005, è riuscito a passare dalle notti all’addiaccio nei pressi della stazione Ostiense all’apertura di un’attività tutta sua sul litorale romano. 

Tra domande di ricongiungimento familiare ancora in alto mare e una cittadinanza italiana richiesta quattro anni fa, Ivaz deve lottare anche con la lentezza della burocrazia italiana. Nulla di eccezionale, se le vite dei suoi familiari non fossero appese ad un filo. “Ma non posso arrendermi, la mia famiglia conta su di me”, conclude.