Roma negata

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“Un libro necessario”. Lo si dice e scrive tanto spesso che, avendo tra le mani un’opera spiazzante come Roma negata diventa impresa ardua scalfire il comprensibile scetticismo del lettore più smaliziato. Bastano tuttavia poche pagine per comprendere l’urgenza che anima il progetto a quattro mani realizzato dal fotogiornalista Rino Bianchi e dalla scrittrice Igiaba Scego. Per l’opinione pubblica italiana nazioni quali Eritrea, Libia, Etiopia e Somalia oggi rappresentano soltanto un problema di ordine pubblico (così almeno il fenomeno migratorio viene inquadrato e gestito dalle nostre autorità). La scrittura di Scego va oltre la cronaca “emergenziale” e ricostruisce, attraverso la descrizione di luoghi poco noti di Roma, un legame tra il nostro Paese e quella parte d’Africa che prima abbiamo brutalmente sfruttato e poi abbandonato. Una storia rimossa e perfino stravolta dalla convinzione, radicata soprattutto (ma non solo) fra i nostri connazionali più anziani, che avremmo “fatto tante cose buone per quei popoli”. L’autrice italosomala, con mano leggera ma ferma, smonta il mito degli “italiani brava gente” muovendosi con disinvoltura tra il presente (le centinaia di migranti eritrei morti al largo di Lampedusa lo scorso 3 ottobre e già dimenticati) e un passato che a volte vive quasi inavvertitamente attraverso le insegne di un vecchio cinema di Tor Pignattara (il Cinema Impero raffigurato nella copertina del libro). Edifici, monumenti, vie e piazze. I “percorsi postcoloniali” sono numerosi e le immagini di Rino Bianchi non si limitano a mostrarceli, giustapponendo i volti dei figli dell’Africa derubata (anche della memoria). I protagonisti delle fotografie – rifugiati politici, italiani di seconda generazione nati o cresciuti qui – con la fierezza dei loro sguardi ci offrono una prospettiva inedita ed emozionante su quella madre distratta che Roma è per molti figli del Corno d’Africa. Il 9 maggio del 1936 Mussolini annunciò la fine della guerra in Etiopia e proclamò la nascita dell’Impero. Peccato che la ricorrenza sia stata totalmente ignorata: sarebbe invece opportuno che le gesta del colonialismo italiano venissero puntualmente ricordate, senza omettere tutte le nefandezze perpetrate. Orrori così poco conosciuti da aver consentito a nostalgici del ventennio di erigere pochi anni fa, alle porte di Roma e con soldi pubblici, un sacrario al gerarca fascista e criminale di guerra Rodolfo Graziani. A questo riguardo Roma negata, oltre a essere un atto d’amore verso una città più meticcia di quanto immaginino i suoi stessi abitanti, è un invito vivo e pulsante a non dimenticare. Un valore – la memoria – da coltivare quotidianamente, magari solo camminando, non distrattamente, per le strade della propria città.

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12 anni schiavo

12annischiavoAllontanato dalla propria famiglia con una falsa proposta di lavoro, drogato, sequestrato, privato dei documenti che ne attestavano l’identità (e lo status di uomo libero) e infine venduto in Louisiana come uno schiavo fuggitivo della Georgia. La storia di Solomon Northup, afroamericano nato libero nello Stato di New York e ridotto in schiavitù per 12 anni ha dell’incredibile, anche se al tempo (siamo nel 1841, vent’anni prima dell’inizio della guerra di secessione) non era infrequente che la “forza lavoro” destinata alle piantagioni del Sud venisse così recuperata. Il terzo lungometraggio del quarantaquattrenne cineasta inglese Steve McQueen, vivida e accurata discesa agli inferi dello schiavismo (peccato originale degli USA insieme alla decimazione dei nativi americani), è anche il viaggio nell’anima di un uomo strappato agli affetti più cari (per 12 anni la moglie e i due figli di Solomon non ebbero sue notizie) che deve ricorrere all’astuzia per non soccombere alla brutalità dell’uomo bianco. Ne è documento esemplare l’interpretazione di Michael Fassbender nei panni del fanatico proprietario della piantagione di cotone Edwin Epps, il più crudele e sadico tra i padroni che Northup incontra durante la sua odissea. Quella di affidare il ruolo principale ad un attore inglese e poco conosciuto (Chiwetel Ejiofor) è stata una scelta felice. Il tormento di Solomon non viene mai ostentato; oltre allo studio necessario per calarsi nella parte, con una recitazione asciutta Ejiofor ci restituisce lo spirito combattivo di un uomo che ha tentato la fuga più volte e non si è mai arreso davanti alle indicibili violenze vissute e all’impossibilità di potersi fidare di qualcuno. Lo stesso Northup non è esente da lati oscuri. Il suo rapporto con la schiava Patsey (la “preferita” di Epps) è drammaticamente irrisolto; quando lei gli chiede di aiutarla a togliersi la vita per sfuggire ai ripetuti stupri del suo padrone, il cristiano Solomon rifiuta. Nei confronti del pastore battista William Ford, suo primo padrone in Lousiana, Northup ha parole più che buone nonostante fosse anch’egli un convinto sostenitore della schiavitù. Il buon cuore di Ford (interpretato da Benedict Cumberbatch, lo Sherlock Holmes della recente serie BBC) viene evidenziato anche da McQueen, ma senza però calcare la mano sulle evidenti contraddizioni di un uomo di Dio che considerava comunque i neri esseri inferiori da redimere e salvare. Tuttavia a McQueen l’aspetto religioso della vicenda sembra non interessare molto: l’uso strumentale che anche Epps fa delle Sacre Scritture non aggiunge spessore al personaggio di Fassbender che alla fine viene trasformato in una sorta di caricatura. La forza di 12 anni schiavo è tutta nei dettagli: una fotografia eccezionale (la natura incontaminata e impassibile della Louisiana dove Northup si muove) e i tanti comprimari (su tutti la bravissima Lupita Nyong’o, l’attrice che interpreta Patsey) volti a ricreare un mondo di sopraffazione e sofferenza che ha coinvolto e stravolto le vite di milioni di esseri umani. L’unico cedimento emotivo di McQueen contrassegna l’ultima scena; ma se pianto deve essere, che almeno sia catartico e liberatorio come quello che sgorga alla fine di un film che forse non garantirà ai suoi attori principali l’Oscar (a Hollywood già stravedono per l’accoppiata McConaughey-Leto vista nell’ottimo Dallas Buyers Club), pur potendo legittimamente aspirare – se c’è ancora un po’ di giustizia a Los Angeles – almeno al premio per il miglior film.

I martiri di Ponte Galeria

I martiri di Ponte Galeria

Hanno vent’anni, nessun precedente penale, vengono dal Marocco. Passando per la Libia sbarcano a Lampedusa. Si reputano fortunati perché il barcone prima del loro è naufragato con oltre 300 persone a bordo. E poi li smistano nei CIE. In gabbia“.

Angela Caponnetto (RaiNews24)

Alfano e l’ossessione della sala parto

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Ius soli, no a trasformare l’Italia in una immensa sala parto, attraversando la quale si ottiene la cittadinanza”. Con queste parole Angelino Alfano, vicepremier e ministro dell’Interno, ha liquidato domenica sera durante il programma Che tempo che fa il tema della cittadinanza ai figli di stranieri nati o cresciuti in Italia. La brutalità dello slogan – perché di questo si tratta – è seconda solo alla superficialità che traspare dalle parole del segretario del Nuovo (sic) Centrodestra. Alfano ha imparato il mestiere dal migliore piazzista prestato alla politica e sa pertanto quanto conti non discostarsi troppo da un copione la cui efficacia dipende dal recitarlo almeno tre volte al giorno (in tutti i telegiornali e programmi di approfondimento politico), senza mai modificarne il contenuto. Ogni sia pur minima deviazione metterebbe infatti a nudo le numerose crepe di un ragionamento fondato solo sulla paura che gli italiani nutrono nei confronti di una crisi che sembra infinita. Nessun esponente del centrosinistra al governo (neanche la vituperata Cécile Kyenge) ha mai proposto l’introduzione di uno ius soli “selvaggio”. Nelle aule parlamentari si è sempre parlato di uno ius soli “temperato”, legato ai cicli scolastici. Ma sappiamo bene come chi deve la propria fortuna alle paure degli elettori si interessi poco ai fatti concreti. Ciò che conta è ergersi a (improbabili) paladini del trittico immarcescibile della destra italiana: Dio, patria e famiglia. L’aspetto più interessante resta comunque il ruolo complice dei principali mezzi di informazione. Ieri sera Fabio Fazio, con tutti i suoi evidenti limiti, ha tentato di replicare alle affermazioni di Alfano: agli estimatori del ministro dell’Interno le sue timide obiezioni saranno sembrate, per quanto formalmente educate, quasi un “attacco”. Ciononostante l’unico vero attacco è quello inferto alla professione giornalistica dai troppi colleghi che si limitano a reggere un microfono davanti alla bocca del politico di turno.

The Butler: un maggiordomo alla Casa Bianca

The Butler

Strappalacrime. Didascalico. Deludente. Adattamento per il grande schermo di un articolo pubblicato nel 2008 sul Washington Post, The Butler è la biografia ampiamente romanzata di un maggiordomo afroamericano alla Casa Bianca. Eugene Allen (questo il vero nome del protagonista Cecil Gaines, interpretato da Forest Whitaker) ha servito dal 1952 al 1986 ben otto presidenti degli Stati Uniti d’America, da Harry Truman fino a Ronald Reagan. L’articolo di Aisha Harris per Slate (“Quanto c’è di vero in The Butler?”) mette a nudo le numerose “licenze” prese dal trentanovenne sceneggiatore Danny Strong, noto al grande pubblico per avere recitato nelle serie televisive Una mamma per amica e Buffy l’ammazzavampiri. Roghi, scontri, arresti e omicidi eccellenti (quelli di John Fitzgerald Kennedy e Martin Luther King) che hanno caratterizzato la lunga marcia per i diritti civili degli afroamericani vengono messi diligentemente in fila dal regista Lee Daniels, ma non colpiscono più di tanto. Buona parte della pellicola si fonda sulla contrapposizione tra Cecil, il maggiordomo quasi contento di servire i bianchi (un “negro da cortile”, per dirla con Malcolm X), e il figlio maggiore Louis, ribelle sempre in prima fila nelle proteste antisegregazioniste. Da notare un particolare di non poco conto: Louis non esiste. È questa una delle “licenze” di Strong, e la sua funzione nel contesto narrativo è più che comprensibile. Ciononostante il manicheismo di questo artificioso contrasto risulta spesso inverosimile: nel film il figlio immaginario di Cecil/Eugene non perde un solo appuntamento con la storia degli afroamericani, passando da Martin Luther King (di cui è perfino amico) alle riunioni con le Pantere Nere. Forzature destinate a finire in secondo piano grazie all’interpretazione dolente di Forest Whitaker. Il cast, malgrado il budget contenuto per gli standard hollywoodiani (“soltanto” trenta milioni di dollari), è stellare. Basti pensare ad alcuni dei presidenti di The Butler: Robin Williams (Eisenhower), John Cusack (Nixon) e Alan Rickman (Reagan). Lee Daniels sa il fatto suo ma, oltre al successo riscosso nelle sale (più di 150 milioni di dollari), c’è davvero ben poco di cui rallegrarsi. Si tratta infatti di un compitino patinato e formalmente impeccabile che non rende però giustizia alla straordinaria vita di Eugene Allen. La scrittura di Strong può andare bene per la tv (sono suoi gli ottimi prodotti televisivi Recount e Game Change), ma il grande schermo richiede maggiore personalità, se si vuole lasciare il segno.