Sorry

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Si sta scusando”. “No, è semplicemente dispiaciuto”. La foto del piccolo migrante che regge il cartello “Sorry for Brussels” vicino a Idomeni, al confine tra Grecia e Macedonia, si presta a diverse interpretazioni. Qualsiasi riflessione sull’immagine non può però trascurare il contesto in cui è stata scattata. A Idomeni migliaia di migranti sono ammassati in condizioni disumane da settimane. A queste persone disperate la Fortezza Europa, un continente di 500 milioni di abitanti, non offre accoglienza bensì accordi (al ribasso) con la Turchia del despota Erdogan, il secondino cui abbiamo demandato lo sporco compito di “contenere” le centinaia di migliaia di rifugiati siriani in fuga. Senza questa doverosa premessa è difficile spendere parole sensate sulla foto di Idomeni. I detrattori xenofobi vedranno nell’immagine una smaccata e ruffiana “captatio benevolentiae”, altri il genuino dispiacere di chi le bombe le ha sentite deflagrare giorno e notte per mesi se non addirittura anni. È vero invece che dovremmo essere noi europei a scusarci e mostrarci dispiaciuti per avere in questi mesi apertamente dichiarato guerra ai migranti. Prima con l’oziosa distinzione tra rifugiati e migranti economici, e in questi giorni con l’ipocrita accordo siglato tra Ue e Turchia. Se non fossimo un continente impaurito e meschino le scuse dovremmo farle proprio oggi che siamo stati colpiti dallo stesso odioso fanatismo che perseguita da anni le persone tenute fuori dai nostri confini, come il bambino che ci esprime solidarietà. La solidarietà che noi continuiamo imperterriti a negargli.

Ponte Mammolo un mese dopo

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Le ruspe non sono un’invenzione di Matteo Salvini. Mentre il leader leghista raccoglie voti lanciando appelli a reti unificate per spazzare via i campi rom le amministrazioni locali di mezza Italia, in una gara bipartisan che di nobile ha ben poco, ricorrono sempre più spesso e senza troppo clamore alle ruspe per sgomberare in nome del decoro e della legalità interi nuclei familiari.

Un mese fa le ruspe sono entrate in azione nel quartiere romano di Ponte Mammolo per radere al suolo un insediamento che, nel corso degli anni, aveva dato riparo a circa duecento stranieri: rifugiati, richiedenti asilo, migranti in transito e lavoratori regolari ma privi del denaro necessario per permettersi un appartamento. L’assessora per le politiche sociali del Comune di Roma Francesca Danese, dismesso il prudente basso profilo adottato inizialmente, ha finito col rivendicare lo sgombero affermando che gli abitanti della baraccopoli vivevano in pessime condizioni igieniche. Un’indigenza innegabile e sotto gli occhi di tutti, compresi quelli del Comune, da molti anni. Una situazione che lo sgombero senza reali alternative dello scorso 11 maggio non poteva che peggiorare.

Oggi della “Comunità della Pace” di Ponte Mammolo restano solo le macerie e un accampamento di tende nel piazzale antistante dove vivono e dormono in condizioni precarie un centinaio di eritrei (in maggioranza “stanziali”, cioè gli abitanti storici dell’insediamento di via delle Messi d’Oro). Gli altri sono ospitati in centri ormai al collasso. Basti pensare che uno di questi, situato nei pressi della stazione Tiburtina, un paio di settimane fa ha accolto circa 700 persone, superando di gran lunga la capienza massima della struttura.

Agli eritrei che da un mese resistono nel parcheggio di Ponte Mammolo il Comune di Roma ha opposto l’arma più formidabile a sua disposizione: il silenzio. Ci sono stati negli scorsi giorni incontri con rappresentanti dell’amministrazione capitolina, ma con esiti poco incoraggianti. E per quanto riguarda i “transitanti” – migranti in viaggio verso altre nazioni, spesso del Nord Europa – la soluzione di un luogo a Roma dove poter sostare senza il rischio che vengano prese loro le impronte digitali resta ancora una chimera.

In questo scenario desolante va comunque ricordata la rete di solidarietà che ha abbracciato e continua a sostenere gli sgomberati di Ponte Mammolo. Centri sociali, associazioni, parrocchie e abitanti del quartiere suppliscono ogni giorno all’ostentato disinteresse dell’amministrazione comunale fornendo ai migranti cibo e beni di prima necessità. Spetta tuttavia agli eritrei di Ponte Mammolo scegliere le forme di lotta più adatte per vedere riconosciuti i propri diritti; a noi il compito di continuare a sostenerli come possiamo, manifestando al loro fianco o anche soltanto attraverso piccole donazioni.

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Il benaltrismo amorale di Salvini

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Ebola? “Un milione di contagiati in Africa”. L’operazione Mare Nostrum? “Ci è costata un miliardo di euro”. Tubercolosi? “Gli stranieri l’hanno riportata in Italia”. Matteo Salvini non ha rivali quando si tratta di cavalcare la paura dello straniero. O di raccontare frottole. Dispone di un copione ben rodato (la storia degli immigrati-parassiti ospitati in alberghi a 3 se non addirittura 4 stelle e sfamati – udite, udite – ben tre volte al giorno!), puntualmente recitato in qualsiasi discussione lo veda coinvolto. Si parla di ebola? Nessun problema! Il solerte Salvini riuscirà a infilare nel dibattito un caso di cronaca locale, possibilmente nera, che abbia come protagonista uno straniero. Lo fa con la tipica spregiudicatezza di un padre amorevole e pieno di compassione per “quelli che scappano dalle guerre”. Purché gli sventurati non bussino alla sua porta. In quel caso salvarli dalla prospettiva di annegare in mare diventerebbe complicità criminale con gli scafisti. Il benaltrismo amorale di Salvini è sconvolgente. Metterlo nell’angolo ed inchiodarlo alle sue affermazioni spesso fasulle è difficile: svicola sempre, deride l’interlocutore e lo colpisce ai fianchi ripetendo ossessivamente dati gonfiati, errati o parziali. È tuttavia preoccupante la sua sintonia con una vasta area dell’elettorato italiano: una platea che si va ampliando di giorno in giorno, grazie anche alla notevole esposizione mediatica che gli viene concessa dai programmi televisivi che lo contrappongono quotidianamente all’altro Matteo, quello che governa il Paese. Neppure l’ostentata familiarità con l’estrema destra (dal Front National di Marine Le Pen ai “fascisti del terzo millennio” di CasaPound) sembra impensierire più di tanto i suoi estimatori. Sui social media, Twitter in testa, è lo zimbello di molti, ma in televisione purtroppo “funziona”. I conduttori non riescono ad arginarlo né a sbugiardarlo. La sua ottusità, non si sa quanto voluta, lo rende impermeabile a qualsiasi appunto o critica. Si tratta di un bulldozer becero ma efficiente; sottovalutarlo sarebbe errore gravissimo.

Balotelli: ribelle senza causa

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Quando si parla di Mario Balotelli gran parte dei “60 milioni di allenatori” che popolano il nostro Paese ama improvvisarsi anche esperta di sociologia e storia, rassicurandoci sull’inconsistenza delle accuse di razzismo che il calciatore italiano di origine ghanese sovente denuncia. I giudizi, più o meno irriverenti, sulle evidenti mediocri prestazioni agonistiche offerte dal nostro durante i mondiali di calcio in Brasile, si traducono spesso in insulti che di sportivo non hanno più nulla. Per quanto si provi, magari anche in buona fede, a scindere la comprensibile antipatia verso un giovane calciatore ricco e arrogante dal colore della sua pelle, la veemenza delle aggressioni rivolte alla sua persona non lascia alcun dubbio: a Mario Balotelli vengono negate anche le attenuanti generiche concesse a tante altre “teste calde” dello sport nazionale. Ad altri atleti insultano madri, mogli e sorelle ma per venire bersagliati da banane e buu che dovrebbero richiamare (almeno nella mente bacata di chi vi ricorre) i suoni emessi dalle scimmie ci vuole qualcosa di più dell’antipatia: serve una pelle scura. Perché in fondo il problema è tutto qui: agli occhi di molti suoi connazionali Mario è e resta un corpo estraneo, uno straniero che solo a 18 anni ha ottenuto per vie burocratiche la cittadinanza. Ma come sottolineato dallo stesso Balotelli in uno dei (pochi) passaggi lucidi del suo recente sfogo consegnato ai social network, il calciatore nato a Palermo e cresciuto nel bresciano ha scelto di vestire la maglia della nazionale italiana. Una dichiarazione che avrebbe anche solleticato il patriottismo dei suoi più beceri contestatori, se a pronunciarla non fosse stato un giovane uomo dalla pelle “nero carbone” (parole utilizzate da un giornalista del TgLa7). Un ventitreenne strafottente e allo stesso tempo assai ingenuo quando afferma che i “fratelli” neri non l’avrebbero “scaricato” alla stessa maniera degli italiani. Balotelli si sente ed è italiano a tutti gli effetti. Purtroppo, complice la giovane età, dà anche l’impressione di essere privo – come tanti suoi coetanei – della voglia di appropriarsi degli strumenti culturali per gestire con maggiore avvedutezza il delicato ruolo di personaggio pubblico. Peraltro, nessuno si aspetta da lui la consapevolezza politica di un Muhammad Ali: sarebbe già un grande risultato se imparasse a incanalare più utilmente la rabbia che a volte lo domina. Tuttavia, al di là delle sue ricorrenti intemperanze, il ragazzo ha spesso pagato e continua a pagare un prezzo molto più alto delle sue eventuali “colpe”.

Roma negata

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“Un libro necessario”. Lo si dice e scrive tanto spesso che, avendo tra le mani un’opera spiazzante come Roma negata diventa impresa ardua scalfire il comprensibile scetticismo del lettore più smaliziato. Bastano tuttavia poche pagine per comprendere l’urgenza che anima il progetto a quattro mani realizzato dal fotogiornalista Rino Bianchi e dalla scrittrice Igiaba Scego. Per l’opinione pubblica italiana nazioni quali Eritrea, Libia, Etiopia e Somalia oggi rappresentano soltanto un problema di ordine pubblico (così almeno il fenomeno migratorio viene inquadrato e gestito dalle nostre autorità). La scrittura di Scego va oltre la cronaca “emergenziale” e ricostruisce, attraverso la descrizione di luoghi poco noti di Roma, un legame tra il nostro Paese e quella parte d’Africa che prima abbiamo brutalmente sfruttato e poi abbandonato. Una storia rimossa e perfino stravolta dalla convinzione, radicata soprattutto (ma non solo) fra i nostri connazionali più anziani, che avremmo “fatto tante cose buone per quei popoli”. L’autrice italosomala, con mano leggera ma ferma, smonta il mito degli “italiani brava gente” muovendosi con disinvoltura tra il presente (le centinaia di migranti eritrei morti al largo di Lampedusa lo scorso 3 ottobre e già dimenticati) e un passato che a volte vive quasi inavvertitamente attraverso le insegne di un vecchio cinema di Tor Pignattara (il Cinema Impero raffigurato nella copertina del libro). Edifici, monumenti, vie e piazze. I “percorsi postcoloniali” sono numerosi e le immagini di Rino Bianchi non si limitano a mostrarceli, giustapponendo i volti dei figli dell’Africa derubata (anche della memoria). I protagonisti delle fotografie – rifugiati politici, italiani di seconda generazione nati o cresciuti qui – con la fierezza dei loro sguardi ci offrono una prospettiva inedita ed emozionante su quella madre distratta che Roma è per molti figli del Corno d’Africa. Il 9 maggio del 1936 Mussolini annunciò la fine della guerra in Etiopia e proclamò la nascita dell’Impero. Peccato che la ricorrenza sia stata totalmente ignorata: sarebbe invece opportuno che le gesta del colonialismo italiano venissero puntualmente ricordate, senza omettere tutte le nefandezze perpetrate. Orrori così poco conosciuti da aver consentito a nostalgici del ventennio di erigere pochi anni fa, alle porte di Roma e con soldi pubblici, un sacrario al gerarca fascista e criminale di guerra Rodolfo Graziani. A questo riguardo Roma negata, oltre a essere un atto d’amore verso una città più meticcia di quanto immaginino i suoi stessi abitanti, è un invito vivo e pulsante a non dimenticare. Un valore – la memoria – da coltivare quotidianamente, magari solo camminando, non distrattamente, per le strade della propria città.

12 anni schiavo

12annischiavoAllontanato dalla propria famiglia con una falsa proposta di lavoro, drogato, sequestrato, privato dei documenti che ne attestavano l’identità (e lo status di uomo libero) e infine venduto in Louisiana come uno schiavo fuggitivo della Georgia. La storia di Solomon Northup, afroamericano nato libero nello Stato di New York e ridotto in schiavitù per 12 anni ha dell’incredibile, anche se al tempo (siamo nel 1841, vent’anni prima dell’inizio della guerra di secessione) non era infrequente che la “forza lavoro” destinata alle piantagioni del Sud venisse così recuperata. Il terzo lungometraggio del quarantaquattrenne cineasta inglese Steve McQueen, vivida e accurata discesa agli inferi dello schiavismo (peccato originale degli USA insieme alla decimazione dei nativi americani), è anche il viaggio nell’anima di un uomo strappato agli affetti più cari (per 12 anni la moglie e i due figli di Solomon non ebbero sue notizie) che deve ricorrere all’astuzia per non soccombere alla brutalità dell’uomo bianco. Ne è documento esemplare l’interpretazione di Michael Fassbender nei panni del fanatico proprietario della piantagione di cotone Edwin Epps, il più crudele e sadico tra i padroni che Northup incontra durante la sua odissea. Quella di affidare il ruolo principale ad un attore inglese e poco conosciuto (Chiwetel Ejiofor) è stata una scelta felice. Il tormento di Solomon non viene mai ostentato; oltre allo studio necessario per calarsi nella parte, con una recitazione asciutta Ejiofor ci restituisce lo spirito combattivo di un uomo che ha tentato la fuga più volte e non si è mai arreso davanti alle indicibili violenze vissute e all’impossibilità di potersi fidare di qualcuno. Lo stesso Northup non è esente da lati oscuri. Il suo rapporto con la schiava Patsey (la “preferita” di Epps) è drammaticamente irrisolto; quando lei gli chiede di aiutarla a togliersi la vita per sfuggire ai ripetuti stupri del suo padrone, il cristiano Solomon rifiuta. Nei confronti del pastore battista William Ford, suo primo padrone in Lousiana, Northup ha parole più che buone nonostante fosse anch’egli un convinto sostenitore della schiavitù. Il buon cuore di Ford (interpretato da Benedict Cumberbatch, lo Sherlock Holmes della recente serie BBC) viene evidenziato anche da McQueen, ma senza però calcare la mano sulle evidenti contraddizioni di un uomo di Dio che considerava comunque i neri esseri inferiori da redimere e salvare. Tuttavia a McQueen l’aspetto religioso della vicenda sembra non interessare molto: l’uso strumentale che anche Epps fa delle Sacre Scritture non aggiunge spessore al personaggio di Fassbender che alla fine viene trasformato in una sorta di caricatura. La forza di 12 anni schiavo è tutta nei dettagli: una fotografia eccezionale (la natura incontaminata e impassibile della Louisiana dove Northup si muove) e i tanti comprimari (su tutti la bravissima Lupita Nyong’o, l’attrice che interpreta Patsey) volti a ricreare un mondo di sopraffazione e sofferenza che ha coinvolto e stravolto le vite di milioni di esseri umani. L’unico cedimento emotivo di McQueen contrassegna l’ultima scena; ma se pianto deve essere, che almeno sia catartico e liberatorio come quello che sgorga alla fine di un film che forse non garantirà ai suoi attori principali l’Oscar (a Hollywood già stravedono per l’accoppiata McConaughey-Leto vista nell’ottimo Dallas Buyers Club), pur potendo legittimamente aspirare – se c’è ancora un po’ di giustizia a Los Angeles – almeno al premio per il miglior film.

I martiri di Ponte Galeria

I martiri di Ponte Galeria

Hanno vent’anni, nessun precedente penale, vengono dal Marocco. Passando per la Libia sbarcano a Lampedusa. Si reputano fortunati perché il barcone prima del loro è naufragato con oltre 300 persone a bordo. E poi li smistano nei CIE. In gabbia“.

Angela Caponnetto (RaiNews24)