#IoStoConAsia

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“Se l’è andata a cercare”, “avrebbe dovuto parlare prima”, “lo fa per un po’ di visibilità”, “avrebbe potuto dire di no”.

Nel caso del 22enne Jimmy Bennett, attore statunitense che Asia Argento avrebbe molestato cinque anni fa, i benpensanti di casa nostra evitano accuratamente di riutilizzare accuse infamanti. I documenti ottenuti in via anonima dal New York Times ed una foto mostrata dal sito scandalistico TMZ sono Vangelo. Approccio diametralmente opposto a quello adottato ai tempi delle accuse mosse dall’attrice e regista romana contro Harvey Weinstein.

Sul potentissimo produttore di Hollywood molti giornalisti e politici – soprattutto italiani e va rimarcato – hanno subito parlato di “gogna” e di “caccia alle streghe”, nonostante la mole di prove a sostegno delle denunce presentate da molte altre donne. Nulla di sorprendente in un Paese come il nostro dove fino al 1996 lo stupro era un reato contro la moralità pubblica e il buon costume.

In breve, alle donne non si crede.

Famose, sconosciute, sobrie, ubriache, single, sposate, con figli o senza. Non fa differenza, tra i commenti alle storie di violenze subìte – da quelle psicologiche fino allo stupro, passando per lo stalking e le molestie di ogni genere – alla fine ci sarà sempre un “ma” e non mancheranno ignobili considerazioni (“se non si fosse vestita in quel modo”, “se fosse rimasta a casa”…).

È vero, Asia Argento non è la “vittima perfetta”.

Ma quello della vittima senza macchia, l’unica davvero meritevole della nostra solidarietà, è un concetto estremamente pericoloso e fuorviante da rigettare con forza.

In queste ore Sky, dopo averla voluta e scelta come giudice in uno dei suoi programmi di punta e senza che vi sia alcuna denuncia o indagine a suo carico, si appresta a scaricarla per placare lo sdegno ipocrita che ha inondato negli ultimi giorni i social.

Asia si è esposta con coraggio, fino a diventare suo malgrado uno dei volti del movimento globale #MeToo contro le violenze sulle donne. Oggi corre il rischio di pagarne ancora una volta il prezzo.

A lei, in queste giornate durissime, va tutta la mia solidarietà.

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Rosa Parks nel pantheon, i migranti nei Cie

Rosarno

Il 1 dicembre 1955 a Montgomery (Alabama) Rosa Parks, rifiutandosi di cedere il posto sull’autobus a un bianco e di andare nella parte riservata ai neri, con il suo arresto diede il via alla lunga stagione di lotta per i diritti civili dei neri negli Stati Uniti d’America. Il 29 novembre 2013 negli studi milanesi di Sky Gianni Cuperlo, uno dei tre candidati alla segreteria del Partito democratico, ha inserito nel suo pantheon (minuto 19:50) accanto a Enrico Berlinguer proprio Rosa Parks (“Si sedette dove non doveva sedersi in un autobus nel 1955. Era una donna di colore. È cambiata la storia dei diritti umani nell’Occidente”). Strappa un sorriso amaro ascoltare affermazioni come queste. L’esterofilia è una malattia abbastanza comune fra gli esponenti del centrosinistra italiano: le lotte per i diritti civili più sono lontane dai nostri confini (e interessi personali, verrebbe da dire non senza malizia), più piacciono ai nostri politici. Nel caso di Rosa Parks, oltre alla lontananza geografica ci sono anche 58 anni di distanza dall’attualità. Ma questa “distanza di sicurezza” è solo apparente visto che oggi, nel 2013, i braccianti – ma sarebbe più corretto chiamarli schiavi – di Rosarno continuano a morire (l’ultimo caso è di pochi giorni fa) per le inumane condizioni di lavoro. E non c’è solo Rosarno ad interrogare le nostre coscienze: i migranti vengono sfruttati anche in altre regioni d’Italia. Tornando però a Cuperlo l’aspetto che più indigna è l’ipocrisia di chi si appropria della storia di Rosa Parks ignorando le centinaia di migranti detenuti nei Cie (Centri di identificazione ed espulsione), figli dei Cpt (Centri di permanenza temporanea) voluti da Livia Turco e Giorgio Napolitano. Risulta pertanto assai chiaro perché agli occhi dell’intero Partito democratico risulti difficile occuparsi in maniera credibile del presente. È per tutti meglio rifugiarsi nella narrazione di matrice veltroniana di un’America patinata e perbene, rievocando i Kennedy, Luther King e, per l’appunto, Rosa Parks. Troppo facile, caro Cuperlo! Nel pantheon vanno inseriti Dominic Man Addiah (il bracciante liberiano morto per il freddo a Rosarno pochi giorni fa) e le persone che nel Cie di Ponte Galeria non hanno riscaldamento e acqua corrente.