Confessione di un maschilista pentito

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Sabato scorso ho partecipato alla manifestazione nazionale “Non Una Di Meno” contro la violenza maschile sulle donne. Di questa iniziativa, costruita assemblea dopo assemblea con impressionante caparbietà da tante donne appartenenti alle più disparate realtà (collettivi femministi, associazioni, centri antiviolenza…), si è parlato a lungo online. Pochi giorni prima della manifestazione alcuni “compagni” – le virgolette in questo caso sono d’obbligo – si sono interrogati con inutile spirito polemico sulla volontà espressa dalle organizzatrici di avere solo donne alla testa del corteo. Questo, almeno in apparenza, è stato l’unico rilevante “contributo” maschile al dibattito che ha preceduto la manifestazione: una querelle di cui tutte e tutti avremmo fatto volentieri a meno. Per quanto mi riguarda ho cercato di fare mio l’invito/auspicio di Lorenzo Gasparrini: “Andare al corteo, disporsi in un rispettoso ascolto, partecipare ma anche chiedersi: cosa faccio per combattere la cultura patriarcale imperante?”. Mi sono posto seriamente quest’ultima domanda solo nelle ultime ore e la risposta è stata deludente: poco, molto poco. Nel privato sono un impiastro come molti altri uomini: gelosia, possesso e insicurezza sono demoni con i quali mi confronto quotidianamente. Tuttavia, parafrasando (e stravolgendo un po’) un vecchio slogan, “il personale è politico” e scindere ciò che si predica – e ritiene giusto – da ciò che si agisce ogni giorno non è possibile né accettabile. Denunciando il maschilismo che cova dentro di me e che in alcune occasioni anche recenti ha avvelenato i miei rapporti con l’altro sesso, non cerco né approvazione per un coming out che in sé ha ben poco di interessante né tantomeno aiuto (un blog non è il luogo per affrontare il problema). Mi auguro però che altri uomini, soprattutto quelli presenti alla manifestazione del 26 novembre, provino a mettersi realmente in discussione. Dobbiamo guardarci allo specchio e farci le domande scomode che molti di noi hanno evitato a lungo di porsi; non bastano infatti letture giuste e una seppur apprezzabile cura del linguaggio che usiamo per esorcizzare il mostro dentro di noi che a volte definiamo con liquidatorio distacco patriarcato, quasi non ci riguardasse.

21 luglio 2001

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Istantanee. La morte di Carlo il pomeriggio del 20 luglio. Il senso di impotenza. La decisione di andare a Genova. Subito. L’arrivo allo stadio Carlini nel cuore della notte. Attraversare una città fantasma per raggiungere il corteo. Gli scontri sul lungomare e i lacrimogeni sparati ad altezza d’uomo. La corsa per sfuggire alle cariche delle forze dell’ordine. Il ritorno in treno.

Quattordici anni dopo quel senso di impotenza è ancora qui. Genova non è finita.

“C’è il ricordo”

giulianiCome spiega bene Zerocalcare con i suoi disegni (e un pugno di parole) “c’è il ricordo“. Dopo molti anni c’è quello… E la rabbia, tanta, per un giovane uomo che oggi avrebbe compiuto 36 anni. In questa giornata il mio pensiero non va a chi ancora polemizza (“aveva un estintore!”), parlando a vanvera di cose che evidentemente non conosce. Oggi il mio pensiero e un ideale abbraccio vanno alla famiglia di Carlo Giuliani e in particolare a sua madre Adelaide, che ho avuto l’onore di incontrare dodici anni fa. Una donna speciale. Minuta, ma forte e determinata. Non ho sue notizie da molto tempo, spero sia in buona salute e che in questo giorno difficile venga circondata dall’affetto dei suoi cari e di tutti coloro i quali ricordano con amore e rabbia Carlo. Un giovane uomo che oggi avrebbe compiuto 36 anni.

Carlo Giuliani (Roma, 14 marzo 1978 – Genova, 20 luglio 2001)

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Più nudità su Repubblica.it

Provocazioni: più nudi (artistici e maschili) su Repubblica.it

Sgombriamo immediatamente il campo da moralismi fuori luogo: il problema non sono le chiappe al vento delle tre donne immortalate di spalle in questa foto. Ciò che risulta insopportabile è l’ipocrisia di un quotidiano che lancia petizioni contro lo sfruttamento e la mercificazione del corpo femminile, salvo poi intasare la famigerata “colonna destra” del proprio sito con tette e culi che di “artistico” e “socialmente impegnato” hanno ben poco ma il cui unico scopo è quello di raccogliere i clic di tanti affezionati e arrapati lettori. Maschi, soprattutto.

Se la versione online del quotidiano diretto da Ezio Mauro volesse però mostrare in home page nudi artistici (magari quelli maschili di Robert Mapplethorpe, per rompere un vero tabù) ne saremmo felicissimi.

Phillip, Legs on Toes, 1979

Sfogo 99

fuckVogliamo raccontare le seconde generazioni in maniera anticonformista”. Quando sento questa frase avrei voglia di mettere mano alla pistola, ma non viviamo negli USA e per fortuna da noi non è altrettanto facile procurarsi un’arma. Sì, devo ammetterlo, la mia salute mentale è a rischio. Dopo anni (parecchi) passati cercando di sfidare l’ottusità di etichette stantie quali “nuovo italiano” e “seconda generazione” avrei dovuto imparare la lezione: se ti chiedono di raccontare qualcosa “in maniera anticonformista” vogliono in realtà l’opposto. Si aspettano e quasi pretendono che tu confermi le loro tesi preconfezionate. Per farlo devono però fidarsi di te, ritenerti rassicurante e avere già letto qualcosa di tuo (magari sul Sole 24 Ore, noto faro dei diritti civili in questo Paese). Devono essere del tutto sicuri che la descrizione che farai della faticosa e complessa vita degli immigrati (in particolare quella dei loro figli, italiani di fatto nonostante le lamentele leghiste) corrisponda agli stereotipi che hanno in mente. Per ottenere il risultato magari si affideranno a una giornalista/blogger di origine magrebina – una sorta di Souad Sbai in fieri – che tiri fuori Hina e Sanaa (le vittime di famiglie oppressive e violente come ce ne sono tante tra gli “italiani brava gente”), sappia condire la pietanza richiesta con calzanti interventi di sociologi, pedagogisti e (per dare un po’ di colore) del giovane ragazzo di origine senegalese che lotta per vedersi pienamente riconosciuta l’identità italiana. Alla collega in questione e ai tanti altri di origine straniera che si prestano a questa dolosa riproposizione di luoghi comuni voglio dire soltanto grazie. Grazie, perché leggendovi apprezzo il valore della mia battaglia contro i mulini a vento, visto che ho deciso da anni (consapevolmente e, forse, follemente) di non piegarmi a questa rappresentazione stereotipata della società in cui viviamo. Accade a molti miei colleghi giornalisti – anche agli italiani “purosangue” – di doversi piegare fino a spezzarsi e diventare riproduttori seriali di banalità trite e ritrite, come queste mie. So di non aver scoperto nulla (mi è noto che il marcio non alberga soltanto nel vituperato mondo del giornalismo), e tuttavia fa male. Fa male ritrovarsi a 33 anni ancora impegnato e in assai scarsa compagnia in una battaglia dove i tentativi di raccontare l’Italia che cambia in maniera realmente “diversa” non hanno diritto di cittadinanza. Non ce l’hanno perché nessun editore o direttore di (tele)giornale è interessato alle opinioni di un italiano di origine straniera sulla politica di casa nostra. A noi “seconde generazioni” o “nuovi italiani”, quando viene riconosciuta l’abilità di scrivere si chiede di raccontare i “nuovi italiani” in maniera brillante, evitando sia la cronaca nera che l’esaltazione di esempi troppo positivi per essere credibili. Nell’area giornalistica che per comodità definirò “di sinistra” abbiamo raggiunto nuove vette di ipocrisia: non si può parlare male degli stranieri (ci mancherebbe!) ma neanche troppo bene, altrimenti si viene tacciati di buonismo. I più scaltri non ti chiedono né l’una né l’altra cosa: vogliono che “racconti le come stanno, senza filtri”. Ecco la categoria più infida. Non gliene frega un accidenti della realtà. Perdonate la rozzezza, ma per definizione uno sfogo non cerca l’approvazione di qualche sepolcro imbiancato. Non ho soluzioni per rovesciare il modo malato di raccontare l’immigrazione in Italia. Oggi ho solo voglia di mandarvi a quel paese, con tutta la rabbia che ho in corpo. La rabbia di una generazione definita “perduta”. Perduta sì, ma non accondiscendente né complice. Spero soltanto, cari editori e colleghi della carta stampata, di avervi condotto fino a qui per indirizzarvi un liberatorio “fottetevi”.

Il 25 novembre di Igiaba

Igiaba+Scego

Una signora mi ha appena detto che io e lei non eravamo italiane uguali e che io lo sono perché qualche stronzo di sinistra mi ha dato la cittadinanza, e che se ci fosse stato ancora il duce avrebbe bonificato e messo la gente come me in un lager”. Ieri mattina Igiaba Scego, scrittrice italosomala nata a Roma e mia cara amica, ha condiviso sulla sua pagina Facebook questo spiacevole incontro accadutole a bordo di un autobus romano. La colpa di Igiaba? Aver preso le difese di una donna senegalese con evidenti problemi psichici. Episodi del genere capitano spesso, ma la concomitanza con la giornata mondiale contro la violenza sulle donne ha reso il “buongiorno” di Igiaba ancora più amaro poiché ci mette di fronte alla brutale arretratezza culturale del nostro Paese. La strada da percorrere per sradicare il pregiudizio è lunga e ancora più tortuosa quando a essere discriminate sono donne di origine straniera. A chi è intrappolato nella propria ignoranza bastano tratti somatici “diversi” per apostrofare il prossimo con epiteti offensivi e improvvisati deliri nostalgici, come quello che Igiaba ha dovuto subire ieri mattina. Una violenza a tutti gli effetti, come tante altre denunciate dai mass-media in occasione della giornata contro la violenza sulle donne. Violenza inaccettabile al pari di quelle fisiche e psicologiche che finiscono, nei casi più drammatici, in prima serata. Ieri è stata oggetto di un attacco razzista, ma Igiaba non è una vittima. Non tutti i passeggeri presenti sull’autobus hanno assistito in silenzio: tre ragazzi si sono esposti per darle ragione. Quel gesto, sommato alla pacatezza con la quale Igiaba ha incassato l’allucinante sequela di insulti gratuiti, la rende vincitrice. Ma ogni vittoria, per quanto apparentemente isolata e insignificante, ha sempre un costo. Le parole, pur se figlie di inciviltà, possono ferire. L’auspicio è che sempre più persone combattano la lotta quotidiana contro l’ignoranza e il pregiudizio. Anche sugli autobus di Roma.

Disturbi del comportamento alimentare: la testimonianza di Nicole

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Voglio condividere con voi la testimonianza di Nicole

Si stima che in Italia la prima causa di morte per malattia tra coloro che hanno tra i 12 e i 25 anni sia l’anoressia. Più di 200mila persone soffrono di un disturbo del comportamento alimentare (anoressia, bulimia, binge) che troppo spesso viene taciuto o non riconosciuto in maniera adeguata. Sono dati allarmanti, ma la cosa più sconcertante è che poco si sa su queste malattie e rare sono state la campagne di sensibilizzazione. Troppo spesso sono state sottovalutate ed etichettate dalla società come “un voler assomigliare alle modelle in televisione” o capricci di adolescenti troppo viziati. È ora di dire basta. I disturbi del comportamento alimentare sono malattie mentali che utilizzano il corpo come mezzo di espressione per il proprio dolore. La persona affetta da tale patologia non sceglie di ammalarsi, né sceglie quando guarire. I percorsi strettamente individuali possono durare anche anni. Ma cosa sono l’anoressia, la bulimia, il binge in realtà? Sono le espressioni che ha assunto il dolore che per troppo tempo è rimasto inconscio e quindi non ha avuto la possibilità di essere rielaborato in maniera corretta. Cosa può portare una persona ad ammalarsi, a non mangiare più o a mangiare troppo? Alla base dei DCA ci possono essere lutti e traumi che il nostro cervello, per proteggere la propria realtà psichica, ha evitato di portare alla coscienza. Non sto scrivendo questo post per parlarvi di psicologia. Lo sto facendo affinché possiate vedere una realtà diversa e i parenti e gli amici della persona affetta da questa malattia possano essere aiutati a non vederne solo la superficialità (l’ossessione legata al corpo), ma si concentrino sulla persona in sé, sul disagio e sul dolore che sta attraversando. Troppo spesso infatti si ci allontana da queste persone, non le si capisce, le si odia, le si definisce pazze, le si vede dimagrire pensando che sia questo il reale obiettivo. Provate per un momento a non vedere in loro la malattia, guardate loro. Provate a chiedere come stanno, ascoltatele pazientemente, portatele fuori, chiacchierateci, fate sapere loro che siete presenti, trattatele come persone normali, ascoltate la loro rabbia, il loro dolore. Accogliete il loro bisogno di essere amate. Fatevi presenza. Non avete il potere di salvarle, ma avete quello di indurle ad essere aiutate che, spesso, è la stessa cosa. I disturbi del comportamento alimentare sono malattie legate alla mancanza d’amore che troppo spesso è stata negata durante l’infanzia e l’adolescenza. Esserci, sapere che c’è qualcuno per loro, è fondamentale come per qualunque essere umano. E allora abbracciatele e fate sapere loro quanto sono importanti. Non vi crederanno. Pazienza. Sappiate che hanno bisogno delle vostre parole e del vostro affetto più di qualunque altra cosa. Quando usciranno dalla burrasca torneranno da voi, piangeranno con voi e sorrideranno. A questo punto chiedete loro di descrivere il mondo e vi diranno i colori delle anime delle persone, vi mostreranno la capacità di guardare due occhi e vederne il mondo intero. La sensibilità, la forza e il coraggio sono le cose più belle che un dolore lasciato può dare. Guarire non vuol dire non soffrire più. Guarire vuol dire attenuare la lotta con se stessi per affrontare le sfide della vita. Guarire vuol dire guardarsi allo specchio e prendersi in giro. Guarire vuol dire disperarsi, ma attaccarsi alla vita con le unghie e con i denti perché chi ha visto la morte in faccia lo sa: vivere può essere un’esperienza bellissima!

Nicole M.

Foto di Mara Brioni