Nella tua città c’è un lager

cieGiorno della Memoria. Corta.

Annunci

Reato di clandestinità: Grillo getta la maschera

Immagine

Un’anziana signora rovista tra gli scarti del mercato alla ricerca di qualche ortaggio malandato, ma ancora commestibile. Questa è l’immagine che campeggia sul post di Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio dedicato al reato di clandestinità.

“Ieri è passato l’emendamento di due portavoce senatori del MoVimento 5 Stelle sull’abolizione del reato di clandestinità. La loro posizione espressa in Commissione Giustizia è del tutto personale”.

Grillo e Casaleggio non si limitano a sconfessare i due senatori “ribelli” ma vanno oltre, rinunciando (per la prima volta in maniera così smaccata) all’ambiguità sull’immigrazione che ha permesso al MoVimento 5 Stelle di guadagnare voti anche tra i cosiddetti “delusi del centrosinistra”. L’ideologo del movimento e il suo megafono “non sono d’accordo sia nel metodo che nel merito” e nel passaggio che segue, seppure involontariamente, ci forniscono la cifra della loro operazione populista.

Se durante le elezioni politiche avessimo proposto l’abolizione del reato di clandestinità, presente in Paesi molto più civili del nostro, come la Francia, la Gran Bretagna e gli Stati Uniti, il M5S avrebbe ottenuto percentuali da prefisso telefonico”.

I due rassicurano gli elettori (“non siamo soltanto noi a porci il problema”), ignorano i richiami dell’Europa e ammettono contestualmente che un tema così impopolare avrebbe “rovinato gli affari” del movimento. Sappiamo bene, infatti, che in politica appaiono giuste soltanto le formule che garantiscono voti e consenso e chi non la pensa così (i partiti, ad esempio) in realtà vogliono soltanto “sostituirsi all’opinione pubblica e alla volontà popolare”. Secondo Grillo questa “è la pratica comune dei partiti che vogliono ‘educare’ i cittadini”. Lui invece preferisce blandirli offrendo loro un nemico diverso ogni giorno: ieri la Casta e la perfida Europa, oggi i clandestini che invadono la nostra nazione.

Nel merito questo emendamento è un invito agli emigranti dell’Africa e del Medio Oriente a imbarcarsi per l’Italia. Il messaggio che riceveranno sarà da loro interpretato nel modo più semplice “La clandestinità non è più un reato“. Lampedusa è al collasso e l’Italia non sta tanto bene. Quanti clandestini siamo in grado di accogliere se un italiano su otto non ha i soldi per mangiare?”.

In quest’ultimo passaggio la sovrapposizione tra i contenuti xenofobi della Lega e le idee della coppia Grillo-Casaleggio rende gli uni e le altre pressoché indistinguibili. Ma a pensarci bene le somiglianze con la peggiore destra italiana vengono da lontano: basti pensare ad alcuni post di Grillo e a slogan come “arrendetevi, siete circondati” (coniato dal MSI durante gli anni di Tangentopoli). Altro che “né di destra né di sinistra” e “post ideologici”. Oggi Grillo e Casaleggio hanno definitivamente gettato la maschera.

L’assordante silenzio di Cécile

Image

Il conduttore la incalza, ripete un paio di volte la domanda sulla legge Bossi-Fini (“andrebbe abrogata?”), ma lei non cede. Si rifiuta di rispondere a quella che lei considera la “semplificazione” di un problema assai più complesso. Sarà.

Il collega deputato Nicola Fratoianni di SEL, mosso dalle migliori intenzioni, interviene interpretando il suo silenzio sulla questione come una necessaria difesa d’ufficio delle “larghe intese” (“il ministro non può dire che la Bossi-Fini è una schifezza altrimenti cade il governo”). Lei non sembra apprezzare il gesto del deputato di Sinistra, Ecologia e Libertà.

La frase che spariglia le carte e la geografia del confronto politico sulla Bossi-Fini, nello studio del programma Agorà, è di Renata Polverini: “La Bossi-Fini non va cancellata ma cambiata… Il reato di clandestinità va tolto”. Fa impressione che una tale affermazione provenga da una rappresentate del Pdl la cui storia politica è chiaramente riconducibile alla destra italiana più identitaria e oltranzista.

La cosiddetta “stabilità” cui anelano il governo e i suoi ministri ha anche questo prezzo: il silenzio assordante di chi, come Cécile Kyenge, è stata eletta promettendo di fare tutto quanto in suo potere per abolire la Bossi-Fini e oggi, in nome della “responsabilità”, si rimangia la parola data trincerandosi dietro un mutismo che non fa onore né a lei né al suo partito.

La fedeltà al governo Letta viene prima di tutto. Anche prima delle lotte portate avanti per anni nella società civile e degli impegni presi durante la campagna elettorale.