Rimini Firenze – Solo andata

img_0095

I recenti fatti di Rimini e Firenze hanno riportato al centro del dibattito pubblico il tema della violenza contro le donne e ispirato una inattesa quanto profonda autocritica nel mondo politico e in quello dell’informazione, troppe volte protagonisti in passato di uscite improvvide destinate a sobillare gli istinti più retrivi, xenofobi e sessisti della nostra società.

Non è andata così, ovviamente.

Quei fatti hanno semmai confermato i peggiori timori: in Italia non esiste un dibattito serio sulla violenza contro le donne. Quando la cronaca irrompe col suo carico di brutalità, i loro corpi vengono usati come arma impropria per colpire l’avversario di turno. È quasi sempre una rissa senza esclusione di colpi, bassezze morali, politiche e giornalistiche che vedono protagoniste anche molte donne, a ulteriore conferma che il problema – vedi alla voce “patriarcato” – non riguarda solo gli uomini.

Il pensiero va alle donne, davvero tante, che in queste ore stanno dando delle “ragazze facili” – per non dire peggio – alle due studentesse americane violentate a Firenze perché “se ti ubriachi, te la vai a cercare”. Nel caso fiorentino molti difensori dei carabinieri indagati adombrano anche oscuri complotti (Soros, Boldrini… Chi più ne ha, più ne diffonda), gridando da tutti i social che il doppio stupro di Firenze non “pareggia” quello di Rimini.

Un modo di ragionare incivile che, nella mente di chi ha fatto dell’odio verso gli stranieri quasi una ragione di vita, avrebbe un’irrefutabile prova regina nei particolari più brutali delle sevizie inflitte alla giovane donna polacca e all’altra vittima spesso dimenticata da media e cittadini “indignati”, una donna transessuale peruviana.

Già, perché in quella che è una vera e propria discesa negli abissi della mente umana gli stupri non sono tutti uguali. Quello delle “bestie africane” ai danni della donna polacca (la donna transessuale peruviana resta sullo sfondo, lei mal si adatta alla narrazione xenofoba da far circolare) è stato infatti raccontato con una spaventosa dovizia di particolari gratuiti e morbosi. Nel caso delle studentesse americane i giornalisti hanno invece mostrato pudore, riservatezza e grande misura nell’uso delle parole. Tanti condizionali, troppi; un eccesso di garantismo che in più di un’occasione ha danneggiato le due vittime. Basti pensare a tutti gli articoli dove il fatto che fossero ubriache, un’aggravante per i carabinieri indagati, è stato utilizzato per minare la credibilità delle loro accuse.

Di questi drammatici eventi, per quanto riguarda il cosiddetto dibattito pubblico, rimane l’odiosa doppiezza di tutti i razzisti (politici, giornalisti e cittadini comuni) che hanno invocato la pena di morte o la castrazione per le “bestie” di Rimini e oggi a proposito dei carabinieri di Firenze nella migliore della ipotesi parlano di “mele marce” o, nella peggiore, continuano ad attaccare le due giovani.

Va certamente denunciato questo ipocrita e insopportabile doppio standard, soprattutto se a promuoverlo sono giornalisti e politici, ma non ci si deve fermare qui perché il nodo centrale resta la violenza contro le donne. Una violenza antica e profondamente radicata anche nella nostra società. Una verità inaccettabile per chi è alla continua ricerca di un “mostro” (possibilmente straniero) da additare e incolpare di tutto ciò che non va in Italia.

Tuttavia fino a quando non inizieremo a parlare in maniera diffusa e partecipata di “patriarcato”, “cultura dello stupro” ed “educazione al consenso” il livello della discussione sulla violenza di genere continuerà imperterrito a volare bassissimo, tra un “se l’è cercata” se la vittima era ubriaca o indossava una minigonna e qualche “mela marcia” se a stuprare è un uomo in divisa.

Annunci

La lezione di Anna Politkovskaja

Immagine

“I giornalisti non sfidano l’ordine costituito. Descrivono soltanto ciò di cui sono testimoni. È il loro dovere, così come è dovere del medico curare un ammalato e dovere dell’ufficiale difendere la patria. È molto semplice: la deontologia professionale ci vieta di abbellire la realtà… L’unico dovere di un giornalista è scrivere quello che vede”.

Anna Stepanovna Politkovskaja (New York, 30 agosto 1958 – Mosca, 7 ottobre 2006)

Bukari d’Italia

Un postino contro un picconatore. Una lotta improba nel mondo dell’informazione alla continua ricerca di mostri da esporre in prima pagina e in tutte le edizioni dei telegiornali. Ahabu Bukari, un giovane postino d’origine sudanese, alcuni giorni fa ha salvato un’anziana genovese che rischiava di morire carbonizzata nel suo appartamento. Ahabu non ha ricevuto molta attenzione dai mass-media, se non quella di chi voleva idealmente contrapporlo all’assassino di origine ghanese Adam Kabobo. Tuttavia, per quanto sia forte la tentazione di utilizzare l’eroico gesto di Ahabu come “antidoto” al razzismo generato dagli efferati crimini di Kakobo, dovremmo fare un passo in avanti e tentare di uscire da questi schemi pavloviani. Quanto ai mezzi di informazione, evitando di ricorrere a inutili pistolotti tacciabili di “buonismo” (termine odioso e scorretto, visto che nella gestione dell’immigrazione di “buono” c’è davvero ben poco), la soluzione appare assai semplice: basterebbe che gli operatori del settore rispolverassero la Carta di Roma del 2008. Un’informazione corretta e meno incline al facile sensazionalismo, oltre a rendere un migliore servizio all’opinione pubblica, spunterebbe le armi retoriche di quei politici le cui fortune sono legate a doppio filo alla xenofobia che attraversa, come un fiume carsico, l’intera società italiana. La verifica delle fonti – il cosiddetto “fact checking”, per gli esterofili – è alla base del lavoro giornalistico. Chi si limita a raccogliere dichiarazioni palesemente infondate senza verificarle in modo appropriato, più che il giornalista fa l’addetto stampa per conto terzi.