Carovana internazionale per Kobane (FOTO)

Centro culturale Amara di Suruç, campi profughi, museo dei martiri curdi di Misenterê e cimitero dei/delle combattenti YPG/YPJ. Foto scattate il 13 settembre al confine fra Turchia e Siria.

Un corridoio umanitario per Kobane

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Sanliurfa, 12 settembre 2015.

Nell’arco di tre mesi, a partire dalle elezioni politiche del 7 giugno, la situazione in Turchia è precipitata. La “non vittoria” dell’AKP, partito islamista dell’attuale presidente della Repubblica Recep Tayyip Erdoğan, ha comportato un inasprimento del dispositivo di repressione visto in azione già due anni fa contro la popolazione turca durante gli scontri di Gezi Park. La posta in gioco si è fatta ancora più alta. Lo scorso giugno Erdoğan aveva infatti come solo obiettivo il raggiungimento della maggioranza assoluta che gli avrebbe finalmente permesso di modificare la costituzione trasformando la natura stessa della Repubblica da parlamentare a presidenziale. Al verdetto delle urne che gli ha negato i due terzi dei voti necessari allo scopo si è aggiunto lo “smacco” dell’ingresso in Parlamento di ben 80 deputati del Partito democratico dei popoli (HDP) di Selahattin Demirtas. Un partito che rappresenta bene tutti gli incubi di Erdoğan, poiché raccoglie al proprio interno non solo gli odiati curdi ma anche altre scomode minoranze: aleviti, armeni, femministe, socialisti, partiti di estrema sinistra, gay e lesbiche. In questo contesto, qui appena accennato, si inseriscono i moltissimi recenti attacchi alle sedi dell’HDP: a Sanliurfa, importante città situata nel sud-est del Paese, solo tre giorni fa ne è stato sventato uno. Si moltiplicano inoltre i casi, come a Cizre, di località a prevalenza curda sul territorio turco (ma non solo) prese di mira dai militari di Ankara. Questo clima di violenza ed incertezza rischia di influenzare pesantemente le elezioni anticipate del prossimo 1° novembre indette da Erdoğan. Va inoltre ricordato che sempre nell’area di Sanliurfa si troverebbero circa 400mila dei quasi due milioni di profughi siriani costretti a vivere nell’indigenza. Infine a Suruç, altra cittadina al ridosso del confine con la Siria, gli scampati alle violenze dell’Isis e di Assad sarebbero ancora 40mila. È in questo difficile contesto che si cerca di ricostruire Kobane, anche promuovendo iniziative come la carovana internazionale che il 15 settembre manifesterà al confine fra Turchia e Siria per chiedere l’istituzione di un corridoio umanitario che garantisca l’arrivo degli aiuti necessari alla città simbolo che ha resistito e resiste tuttora all’avanzata dell’Isis.

21 luglio 2001

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Istantanee. La morte di Carlo il pomeriggio del 20 luglio. Il senso di impotenza. La decisione di andare a Genova. Subito. L’arrivo allo stadio Carlini nel cuore della notte. Attraversare una città fantasma per raggiungere il corteo. Gli scontri sul lungomare e i lacrimogeni sparati ad altezza d’uomo. La corsa per sfuggire alle cariche delle forze dell’ordine. Il ritorno in treno.

Quattordici anni dopo quel senso di impotenza è ancora qui. Genova non è finita.

Kobane dentro

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Torino, Reggio Emilia, Bolzano, Padova, Firenze, Napoli… All’inizio di quest’anno Ivan Grozny Compasso ha girato l’Italia per raccontare Kobane, la città siriana al confine con la Turchia divenuta simbolo della resistenza curda all’avanzata dei tagliagole del cosiddetto “Stato Islamico”. In questi incontri svoltisi ovunque, dai centri sociali ai licei, Ivan ha mostrato foto e alcuni filmati realizzati durante la sua permanenza nella città assediata.

Kobane dentro, pubblicato di recente da Agenzia X, non è soltanto la testimonianza preziosa di chi ha vissuto per una settimana con le donne e gli uomini che continuano tuttora ad affrontare i terroristi dell’Isis. Grazie all’agile ed esauriente postfazione di Nicola Romanò, il libro è anche un’utilissima guida per comprendere meglio la portata storica di quanto sta accadendo nei tre cantoni della regione autonoma del Rojava. Un laboratorio politico che attraverso il confederalismo democratico teorizzato dal leader del PKK (Partito dei Lavoratori del Kurdistan) Abdullah Öcalan e un innovativo contratto sociale sta aiutando l’intero Rojava a svilupparsi oltre l’angusta nozione di stato-nazione.

Quella che potrebbe apparire come una digressione dal cuore del libro – le giornate trascorse da Ivan a Kobane – ci fa capire fino in fondo quale sia la reale posta in gioco per gli uomini e le donne che tengono testa agli uomini del Califfato. I media occidentali, alla continua ricerca di titoli ad effetto, l’hanno quasi subito ribattezzata la “Stalingrado curda”, ma la Kobane fotografata e raccontata da Ivan non è un santino da appendere alla parete e da contemplare.

Le sue foto, e nel libro ce ne sono di molto belle, ci restituiscono la quotidianità di una città dove si combatte e muore, ma in cui i bambini continuano tuttavia a giocare e a studiare. Con tutte le precauzioni del caso, ovviamente. Sebbene l’altra parte non rappresenti il Male assoluto, è comunque innegabile una morbosa fascinazione subita dai fanatici dell’Isis per la morte intesa come strumento di controllo delle popolazioni sottomesse. Gli uomini di Daesh (acronimo arabo di Isis) compiono brutalità inenarrabili, le filmano e caricano su una chiavetta USB affinché un sopravvissuto le mostri agli abitanti dei villaggi vicini. Le differenze con i curdi non potrebbero essere più evidenti, dal momento che le combattenti e i combattenti di Kobane garantiscono, non solo per motivi igienici e sanitari, una sepoltura ai nemici del Califfato caduti in battaglia.

In queste ore Kobane, dopo avere respinto l’Isis a fine gennaio, è nuovamente sotto attacco. Il libro di Ivan non descrive eventi ormai consegnati alla storia, ma ci offre un utile sguardo sull’attualità. Tra i molti modi per sostenere il Rojava e la resistenza curda, il primo è certamente quello di informarsi su quanto accade in quella terra lontana, da cui abbiamo molto da apprendere. Partire dal libro di Ivan potrebbe essere un ottimo primo passo.

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E.

migranti baobab

Nei pressi della stazione Tiburtina, uno dei principali snodi ferroviari romani, è facile imbattersi in piccoli gruppi di migranti, perlopiù eritrei. In questi giorni senza sole ma assai afosi cercano riparo sotto gli alberi, accovacciati tra le macchine parcheggiate o sulle poche panchine disponibili. A chi offre loro una bottiglietta d’acqua o del cibo rispondono con un “thank you” comprensibilmente circospetto. Non serve una laurea in psicologia per riconoscere in quegli sguardi la diffidenza di chi è provato, non solo fisicamente, da un viaggio durissimo che non è ancora finito.

Per arrivare al centro di accoglienza Baobab, situato a poche centinaia di metri dalla stazione, percorriamo una via interna ed è lì che incontriamo E., un giovane eritreo sulla trentina arrivato da Taranto. La prima domanda che ci pone, in un ottimo inglese che farebbe arrossire il nostro premier, riguarda l’imponente dispiegamento di polizia che in questi giorni ha stretto a tenaglia lui e gli altri numerosi migranti. Al suo stupore corrisponde il nostro imbarazzo.

Proviamo a spiegargli che per molti politici e amministratori locali i flussi migratori sono una mera questione di ordine pubblico e, in alcuni casi, una remunerativa e criminale opportunità economica. Ma E. non ha intenzione di rimanere qui ancora a lungo. Si trova a Roma da quattro giorni e presto partirà alla volta di Ventimiglia dove, al prezzo di 60 euro un tassista gli farà oltrepassare il confine; potrà così raggiungere Parigi e da lì Amsterdam, sua destinazione finale.

Come molti altri migranti, E. ha trascorso le sue “notti romane” dormendo all’aperto e appoggiandosi di giorno al centro di accoglienza Baobab di via Cupa, una struttura al collasso da settimane che accoglie oltre 800 persone a fronte di una capienza ufficiale di 210 unità.

Ieri, 11 giugno, ricorreva un mese dallo sgombero dell’insediamento di Ponte Mammolo. Oggi tocca alla stazione Tiburtina salire agli “onori” della cronaca. La prossima tappa della via crucis inflitta ai migranti potrebbe essere, salvo un improbabile intervento risolutore del Comune, lo sgombero a fine giugno del centro d’accoglienza di via Scorticabove dove, per lo scadere del contratto d’affitto 120 tra rifugiati e richiedenti asilo rischiano di finire anch’essi sulla strada.