Sorry

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Si sta scusando”. “No, è semplicemente dispiaciuto”. La foto del piccolo migrante che regge il cartello “Sorry for Brussels” vicino a Idomeni, al confine tra Grecia e Macedonia, si presta a diverse interpretazioni. Qualsiasi riflessione sull’immagine non può però trascurare il contesto in cui è stata scattata. A Idomeni migliaia di migranti sono ammassati in condizioni disumane da settimane. A queste persone disperate la Fortezza Europa, un continente di 500 milioni di abitanti, non offre accoglienza bensì accordi (al ribasso) con la Turchia del despota Erdogan, il secondino cui abbiamo demandato lo sporco compito di “contenere” le centinaia di migliaia di rifugiati siriani in fuga. Senza questa doverosa premessa è difficile spendere parole sensate sulla foto di Idomeni. I detrattori xenofobi vedranno nell’immagine una smaccata e ruffiana “captatio benevolentiae”, altri il genuino dispiacere di chi le bombe le ha sentite deflagrare giorno e notte per mesi se non addirittura anni. È vero invece che dovremmo essere noi europei a scusarci e mostrarci dispiaciuti per avere in questi mesi apertamente dichiarato guerra ai migranti. Prima con l’oziosa distinzione tra rifugiati e migranti economici, e in questi giorni con l’ipocrita accordo siglato tra Ue e Turchia. Se non fossimo un continente impaurito e meschino le scuse dovremmo farle proprio oggi che siamo stati colpiti dallo stesso odioso fanatismo che perseguita da anni le persone tenute fuori dai nostri confini, come il bambino che ci esprime solidarietà. La solidarietà che noi continuiamo imperterriti a negargli.

Kobane dentro

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Torino, Reggio Emilia, Bolzano, Padova, Firenze, Napoli… All’inizio di quest’anno Ivan Grozny Compasso ha girato l’Italia per raccontare Kobane, la città siriana al confine con la Turchia divenuta simbolo della resistenza curda all’avanzata dei tagliagole del cosiddetto “Stato Islamico”. In questi incontri svoltisi ovunque, dai centri sociali ai licei, Ivan ha mostrato foto e alcuni filmati realizzati durante la sua permanenza nella città assediata.

Kobane dentro, pubblicato di recente da Agenzia X, non è soltanto la testimonianza preziosa di chi ha vissuto per una settimana con le donne e gli uomini che continuano tuttora ad affrontare i terroristi dell’Isis. Grazie all’agile ed esauriente postfazione di Nicola Romanò, il libro è anche un’utilissima guida per comprendere meglio la portata storica di quanto sta accadendo nei tre cantoni della regione autonoma del Rojava. Un laboratorio politico che attraverso il confederalismo democratico teorizzato dal leader del PKK (Partito dei Lavoratori del Kurdistan) Abdullah Öcalan e un innovativo contratto sociale sta aiutando l’intero Rojava a svilupparsi oltre l’angusta nozione di stato-nazione.

Quella che potrebbe apparire come una digressione dal cuore del libro – le giornate trascorse da Ivan a Kobane – ci fa capire fino in fondo quale sia la reale posta in gioco per gli uomini e le donne che tengono testa agli uomini del Califfato. I media occidentali, alla continua ricerca di titoli ad effetto, l’hanno quasi subito ribattezzata la “Stalingrado curda”, ma la Kobane fotografata e raccontata da Ivan non è un santino da appendere alla parete e da contemplare.

Le sue foto, e nel libro ce ne sono di molto belle, ci restituiscono la quotidianità di una città dove si combatte e muore, ma in cui i bambini continuano tuttavia a giocare e a studiare. Con tutte le precauzioni del caso, ovviamente. Sebbene l’altra parte non rappresenti il Male assoluto, è comunque innegabile una morbosa fascinazione subita dai fanatici dell’Isis per la morte intesa come strumento di controllo delle popolazioni sottomesse. Gli uomini di Daesh (acronimo arabo di Isis) compiono brutalità inenarrabili, le filmano e caricano su una chiavetta USB affinché un sopravvissuto le mostri agli abitanti dei villaggi vicini. Le differenze con i curdi non potrebbero essere più evidenti, dal momento che le combattenti e i combattenti di Kobane garantiscono, non solo per motivi igienici e sanitari, una sepoltura ai nemici del Califfato caduti in battaglia.

In queste ore Kobane, dopo avere respinto l’Isis a fine gennaio, è nuovamente sotto attacco. Il libro di Ivan non descrive eventi ormai consegnati alla storia, ma ci offre un utile sguardo sull’attualità. Tra i molti modi per sostenere il Rojava e la resistenza curda, il primo è certamente quello di informarsi su quanto accade in quella terra lontana, da cui abbiamo molto da apprendere. Partire dal libro di Ivan potrebbe essere un ottimo primo passo.

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La storia di Oussama, il “potenziale” terrorista espulso da Alfano

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Oussama ha 30 anni. È nato in Marocco ma da più di venti viveva in Italia, fino a quando non è stato espulso dal ministro dell’Interno Angelino Alfano. Il comunicato della Questura di Varese ha del surreale. Oussama, saldatore professionale alla Petrella di Castronno, riceve un “provvedimento di espulsione basato sulla pericolosità dello stesso in ragione di una sua potenziale strumentalizzazione” da parte di organizzazioni terroristiche presenti sul web che, secondo l’accusa, “avrebbero potuto convincerlo ad effettuare azioni giustificate dal credo religioso fondamentalista”. Utente molto attivo su Twitter, Oussama ha opinioni forti e a volte discutibili. Prevedibile che a causa dell’isteria islamofoba che va prendendo piede in tutto l’Occidente il nostro Paese si sarebbe distinto per le reazioni più avventate. È da pensare che il ministro Alfano sia intervenuto più per farsi bello agli occhi dell’opinione pubblica che per sventare una reale minaccia (la stessa Questura usa il termine “potenziale”). Chi voglia onestamente farsi un’idea della “pericolosità” di Oussama può leggere i suoi tweet. Resta comunque il fatto che un giovane perfettamente “integrato” (come amano dire gli amanti del politicamente corretto), un italiano di fatto (nonostante l’assenza di una legge sulla cittadinanza per chi è nato o cresciuto qui), è stato espulso per le sue idee. A Varese Oussama aveva la sua famiglia che dipendeva economicamente anche da lui. La testimonianza della sorella ci restituisce un quadro familiare che non rinvia in alcun modo al profilo di un giovane emarginato facile preda delle sirene del fanatismo religioso. “Dicono che guardo i siti jihadisti: Twitter e Youtube! Sono rimasti al ’99. Mi hanno consegnato alle autorità marocchine pur sapendo che c’è la tortura. Io ho criticato anche il Marocco”. Le parole di Oussama tradiscono amarezza e delusione. Nonostante le rassicurazioni della politica è ormai evidente che in nome della lotta al terrore stiamo cedendo (altri) pezzi di libertà; oggi viene minacciata quella di espressione di un “potenziale” terrorista, domani potrebbe toccare a ciascuno di noi.

“Non sono un insetto da schiacciare”

Nel linguaggio militare le vittime dei droni vengono spesso definite “bug splats” poiché la persona colpita, vista attraverso le immagini sgranate della camera montata sull’aeromobile a pilotaggio remoto, ricorda un insetto schiacciato. Per questo motivo un gruppo di artisti ha realizzato il gigantesco ritratto di una bambina posizionandolo a Khyber Pakhtunkhwa, una provincia del Pakistan pesantemente bombardata dai droni Predator. Questa bella iniziativa non cambierà la cosiddetta “War on Terror“, ma il messaggio è stato lanciato: quel puntino che un operatore a migliaia di chilometri di distanza si appresta a “schiacciare” utilizzando un joystick non è un insetto, ma un essere umano. Spesso un civile inerme. A volte un bambino.

Fonte.

Hashtag su Twitter: #NotABugSplat.