Migranti e golfisti

B0tJQZACIAAOuf3

Melilla. Migranti scavalcano al confine tra Marocco e Spagna… Nel frattempo i golfisti giocano.

Fonte.

“Non sono un insetto da schiacciare”

Nel linguaggio militare le vittime dei droni vengono spesso definite “bug splats” poiché la persona colpita, vista attraverso le immagini sgranate della camera montata sull’aeromobile a pilotaggio remoto, ricorda un insetto schiacciato. Per questo motivo un gruppo di artisti ha realizzato il gigantesco ritratto di una bambina posizionandolo a Khyber Pakhtunkhwa, una provincia del Pakistan pesantemente bombardata dai droni Predator. Questa bella iniziativa non cambierà la cosiddetta “War on Terror“, ma il messaggio è stato lanciato: quel puntino che un operatore a migliaia di chilometri di distanza si appresta a “schiacciare” utilizzando un joystick non è un insetto, ma un essere umano. Spesso un civile inerme. A volte un bambino.

Fonte.

Hashtag su Twitter: #NotABugSplat.

I martiri di Ponte Galeria

I martiri di Ponte Galeria

Hanno vent’anni, nessun precedente penale, vengono dal Marocco. Passando per la Libia sbarcano a Lampedusa. Si reputano fortunati perché il barcone prima del loro è naufragato con oltre 300 persone a bordo. E poi li smistano nei CIE. In gabbia“.

Angela Caponnetto (RaiNews24)

Sbatti lo scafista in prima pagina

Immagine

Del somalo arrestato a Lampedusa con l’accusa di essere uno degli organizzatori della traversata del barcone naufragato il 3 ottobre scorso sappiamo età, nome e cognome. Oggi Il Resto del Carlino, Il Giorno e La Nazione sbattono in prima pagina il suo volto con un titolo eloquente: “faccia da schiavista”. Come capita spesso in situazioni del genere, le vere notizie sono però altrove. Infatti due giorni fa, proprio mentre il primo ministro Enrico Letta si vantava del “cambio di passo sul tema dell’immigrazione” riferendosi alle “1.800 persone salvate” grazie all’operazione Mare Nostrum, il settimanale l’Espresso anticipava online un’inchiesta sul soccorso negato dalle autorità italiane ad un barcone naufragato lo scorso 11 ottobre al largo di Lampedusa. L’operazione “umanitaria” voluta dal premier non ha dunque nulla a che vedere con questa vicenda essendo partita tre giorni dopo, ma l’iniziativa precedente getta più di un’ombra sulla (passata?) gestione dei soccorsi ai barconi in difficoltà. In queste ore i principali mass-media hanno tuttavia fatto una scelta editoriale netta: dare massimo risalto allo scafista somalo arrestato a Lampedusa, ignorando la notizia delle richieste d’aiuto dei migranti siriani lasciati alla deriva per ben due ore dalla centrale di soccorso italiana. Nulla di sorprendente: la retorica degli “italiani brava gente” non contempla l’idea di soccorritori che si voltano dall’altra parte o temporeggiano mentre decine di donne, uomini e bambini annegano nel Mediterraneo. Altro cortocircuito mediatico degno di nota è l’arresto stesso dello scafista: telegiornali e quotidiani danno al riguardo ampio spazio alle testimonianze delle migranti violentate dal somalo nei “centri di raccolta” libici, occultando l’aspetto più rilevante della notizia. Stupri e torture sono avvenuti – e avvengono tuttora – in Libia, uno dei nostri principali partner nella lotta all’immigrazione. Un paese dove, nella più benevola delle ipotesi, le autorità locali non garantiscono ai migranti il rispetto dei più basilari diritti. Circostanza evidenziata anche da Amnesty International nell’accorato appello rivolto lo scorso luglio al premier italiano.