Bugie Bianche / Il corpo nero tra desiderio e memoria – Alessandro Berti

Pornografia, desiderio, machismo, razzismo… Lo sguardo sul corpo nero del regista e attore teatrale Alessandro Berti è complesso e ricco di spunti di riflessione. La nostra conversazione parte dai primi due capitoli della sua trilogia Bugie Bianche: Black Dick e Negri senza memoria.

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“Non sono un insetto da schiacciare”

Nel linguaggio militare le vittime dei droni vengono spesso definite “bug splats” poiché la persona colpita, vista attraverso le immagini sgranate della camera montata sull’aeromobile a pilotaggio remoto, ricorda un insetto schiacciato. Per questo motivo un gruppo di artisti ha realizzato il gigantesco ritratto di una bambina posizionandolo a Khyber Pakhtunkhwa, una provincia del Pakistan pesantemente bombardata dai droni Predator. Questa bella iniziativa non cambierà la cosiddetta “War on Terror“, ma il messaggio è stato lanciato: quel puntino che un operatore a migliaia di chilometri di distanza si appresta a “schiacciare” utilizzando un joystick non è un insetto, ma un essere umano. Spesso un civile inerme. A volte un bambino.

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Hashtag su Twitter: #NotABugSplat.

12 anni schiavo

12annischiavoAllontanato dalla propria famiglia con una falsa proposta di lavoro, drogato, sequestrato, privato dei documenti che ne attestavano l’identità (e lo status di uomo libero) e infine venduto in Louisiana come uno schiavo fuggitivo della Georgia. La storia di Solomon Northup, afroamericano nato libero nello Stato di New York e ridotto in schiavitù per 12 anni ha dell’incredibile, anche se al tempo (siamo nel 1841, vent’anni prima dell’inizio della guerra di secessione) non era infrequente che la “forza lavoro” destinata alle piantagioni del Sud venisse così recuperata. Il terzo lungometraggio del quarantaquattrenne cineasta inglese Steve McQueen, vivida e accurata discesa agli inferi dello schiavismo (peccato originale degli USA insieme alla decimazione dei nativi americani), è anche il viaggio nell’anima di un uomo strappato agli affetti più cari (per 12 anni la moglie e i due figli di Solomon non ebbero sue notizie) che deve ricorrere all’astuzia per non soccombere alla brutalità dell’uomo bianco. Ne è documento esemplare l’interpretazione di Michael Fassbender nei panni del fanatico proprietario della piantagione di cotone Edwin Epps, il più crudele e sadico tra i padroni che Northup incontra durante la sua odissea. Quella di affidare il ruolo principale ad un attore inglese e poco conosciuto (Chiwetel Ejiofor) è stata una scelta felice. Il tormento di Solomon non viene mai ostentato; oltre allo studio necessario per calarsi nella parte, con una recitazione asciutta Ejiofor ci restituisce lo spirito combattivo di un uomo che ha tentato la fuga più volte e non si è mai arreso davanti alle indicibili violenze vissute e all’impossibilità di potersi fidare di qualcuno. Lo stesso Northup non è esente da lati oscuri. Il suo rapporto con la schiava Patsey (la “preferita” di Epps) è drammaticamente irrisolto; quando lei gli chiede di aiutarla a togliersi la vita per sfuggire ai ripetuti stupri del suo padrone, il cristiano Solomon rifiuta. Nei confronti del pastore battista William Ford, suo primo padrone in Lousiana, Northup ha parole più che buone nonostante fosse anch’egli un convinto sostenitore della schiavitù. Il buon cuore di Ford (interpretato da Benedict Cumberbatch, lo Sherlock Holmes della recente serie BBC) viene evidenziato anche da McQueen, ma senza però calcare la mano sulle evidenti contraddizioni di un uomo di Dio che considerava comunque i neri esseri inferiori da redimere e salvare. Tuttavia a McQueen l’aspetto religioso della vicenda sembra non interessare molto: l’uso strumentale che anche Epps fa delle Sacre Scritture non aggiunge spessore al personaggio di Fassbender che alla fine viene trasformato in una sorta di caricatura. La forza di 12 anni schiavo è tutta nei dettagli: una fotografia eccezionale (la natura incontaminata e impassibile della Louisiana dove Northup si muove) e i tanti comprimari (su tutti la bravissima Lupita Nyong’o, l’attrice che interpreta Patsey) volti a ricreare un mondo di sopraffazione e sofferenza che ha coinvolto e stravolto le vite di milioni di esseri umani. L’unico cedimento emotivo di McQueen contrassegna l’ultima scena; ma se pianto deve essere, che almeno sia catartico e liberatorio come quello che sgorga alla fine di un film che forse non garantirà ai suoi attori principali l’Oscar (a Hollywood già stravedono per l’accoppiata McConaughey-Leto vista nell’ottimo Dallas Buyers Club), pur potendo legittimamente aspirare – se c’è ancora un po’ di giustizia a Los Angeles – almeno al premio per il miglior film.

The Butler: un maggiordomo alla Casa Bianca

The Butler

Strappalacrime. Didascalico. Deludente. Adattamento per il grande schermo di un articolo pubblicato nel 2008 sul Washington Post, The Butler è la biografia ampiamente romanzata di un maggiordomo afroamericano alla Casa Bianca. Eugene Allen (questo il vero nome del protagonista Cecil Gaines, interpretato da Forest Whitaker) ha servito dal 1952 al 1986 ben otto presidenti degli Stati Uniti d’America, da Harry Truman fino a Ronald Reagan. L’articolo di Aisha Harris per Slate (“Quanto c’è di vero in The Butler?”) mette a nudo le numerose “licenze” prese dal trentanovenne sceneggiatore Danny Strong, noto al grande pubblico per avere recitato nelle serie televisive Una mamma per amica e Buffy l’ammazzavampiri. Roghi, scontri, arresti e omicidi eccellenti (quelli di John Fitzgerald Kennedy e Martin Luther King) che hanno caratterizzato la lunga marcia per i diritti civili degli afroamericani vengono messi diligentemente in fila dal regista Lee Daniels, ma non colpiscono più di tanto. Buona parte della pellicola si fonda sulla contrapposizione tra Cecil, il maggiordomo quasi contento di servire i bianchi (un “negro da cortile”, per dirla con Malcolm X), e il figlio maggiore Louis, ribelle sempre in prima fila nelle proteste antisegregazioniste. Da notare un particolare di non poco conto: Louis non esiste. È questa una delle “licenze” di Strong, e la sua funzione nel contesto narrativo è più che comprensibile. Ciononostante il manicheismo di questo artificioso contrasto risulta spesso inverosimile: nel film il figlio immaginario di Cecil/Eugene non perde un solo appuntamento con la storia degli afroamericani, passando da Martin Luther King (di cui è perfino amico) alle riunioni con le Pantere Nere. Forzature destinate a finire in secondo piano grazie all’interpretazione dolente di Forest Whitaker. Il cast, malgrado il budget contenuto per gli standard hollywoodiani (“soltanto” trenta milioni di dollari), è stellare. Basti pensare ad alcuni dei presidenti di The Butler: Robin Williams (Eisenhower), John Cusack (Nixon) e Alan Rickman (Reagan). Lee Daniels sa il fatto suo ma, oltre al successo riscosso nelle sale (più di 150 milioni di dollari), c’è davvero ben poco di cui rallegrarsi. Si tratta infatti di un compitino patinato e formalmente impeccabile che non rende però giustizia alla straordinaria vita di Eugene Allen. La scrittura di Strong può andare bene per la tv (sono suoi gli ottimi prodotti televisivi Recount e Game Change), ma il grande schermo richiede maggiore personalità, se si vuole lasciare il segno.