Ponte Mammolo un mese dopo

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Le ruspe non sono un’invenzione di Matteo Salvini. Mentre il leader leghista raccoglie voti lanciando appelli a reti unificate per spazzare via i campi rom le amministrazioni locali di mezza Italia, in una gara bipartisan che di nobile ha ben poco, ricorrono sempre più spesso e senza troppo clamore alle ruspe per sgomberare in nome del decoro e della legalità interi nuclei familiari.

Un mese fa le ruspe sono entrate in azione nel quartiere romano di Ponte Mammolo per radere al suolo un insediamento che, nel corso degli anni, aveva dato riparo a circa duecento stranieri: rifugiati, richiedenti asilo, migranti in transito e lavoratori regolari ma privi del denaro necessario per permettersi un appartamento. L’assessora per le politiche sociali del Comune di Roma Francesca Danese, dismesso il prudente basso profilo adottato inizialmente, ha finito col rivendicare lo sgombero affermando che gli abitanti della baraccopoli vivevano in pessime condizioni igieniche. Un’indigenza innegabile e sotto gli occhi di tutti, compresi quelli del Comune, da molti anni. Una situazione che lo sgombero senza reali alternative dello scorso 11 maggio non poteva che peggiorare.

Oggi della “Comunità della Pace” di Ponte Mammolo restano solo le macerie e un accampamento di tende nel piazzale antistante dove vivono e dormono in condizioni precarie un centinaio di eritrei (in maggioranza “stanziali”, cioè gli abitanti storici dell’insediamento di via delle Messi d’Oro). Gli altri sono ospitati in centri ormai al collasso. Basti pensare che uno di questi, situato nei pressi della stazione Tiburtina, un paio di settimane fa ha accolto circa 700 persone, superando di gran lunga la capienza massima della struttura.

Agli eritrei che da un mese resistono nel parcheggio di Ponte Mammolo il Comune di Roma ha opposto l’arma più formidabile a sua disposizione: il silenzio. Ci sono stati negli scorsi giorni incontri con rappresentanti dell’amministrazione capitolina, ma con esiti poco incoraggianti. E per quanto riguarda i “transitanti” – migranti in viaggio verso altre nazioni, spesso del Nord Europa – la soluzione di un luogo a Roma dove poter sostare senza il rischio che vengano prese loro le impronte digitali resta ancora una chimera.

In questo scenario desolante va comunque ricordata la rete di solidarietà che ha abbracciato e continua a sostenere gli sgomberati di Ponte Mammolo. Centri sociali, associazioni, parrocchie e abitanti del quartiere suppliscono ogni giorno all’ostentato disinteresse dell’amministrazione comunale fornendo ai migranti cibo e beni di prima necessità. Spetta tuttavia agli eritrei di Ponte Mammolo scegliere le forme di lotta più adatte per vedere riconosciuti i propri diritti; a noi il compito di continuare a sostenerli come possiamo, manifestando al loro fianco o anche soltanto attraverso piccole donazioni.

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“Non ti ricordi di Ken Saro-Wiwa?”

La vera prigione

Non è il tetto che perde
Non sono nemmeno le zanzare che ronzano
Nella umida, misera cella.
Non è il rumore metallico della chiave
Mentre il secondino ti chiude dentro.
Non sono le meschine razioni
Insufficienti per uomo o bestia
Neanche il nulla del giorno
Che sprofonda nel vuoto della notte
Non è
Non è
Non è.
Sono le bugie che ti hanno martellato
Le orecchie per un’intera generazione
È il poliziotto che corre all’impazzata in un raptus omicida
Mentre esegue a sangue freddo ordini sanguinari
In cambio di un misero pasto al giorno.
Il magistrato che scrive sul suo libro
La punizione, lei lo sa, è ingiusta
La decrepitezza morale
L’inettitudine mentale
Che concede alla dittatura una falsa legittimazione
La vigliaccheria travestita da obbedienza
In agguato nelle nostre anime denigrate
È la paura di calzoni inumiditi
Non osiamo eliminare la nostra urina
È questo
È questo
È questo
Amico mio, è questo che trasforma il nostro mondo libero
In una cupa prigione.

Kenule Beeson SaroWiwa, detto Ken (Bori, 10 ottobre 1941 – Port Harcourt, 10 novembre 1995)

La vergogna di Affile continua

La vergogna di Affile continua

Solidarietà ai tre ragazzi accusati di imbrattamento e danneggiamento del sacrario di Affile dedicato al gerarca fascista Rodolfo Graziani. Il vero reato da perseguire in un Paese civile sarebbe l’indegna celebrazione (finanziata con denaro pubblico) di un sanguinario criminale di guerra.

Aggiornamento: i ragazzi sono stati assolti perché “il fatto non sussiste”.