La storia di Oussama, il “potenziale” terrorista espulso da Alfano

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Oussama ha 30 anni. È nato in Marocco ma da più di venti viveva in Italia, fino a quando non è stato espulso dal ministro dell’Interno Angelino Alfano. Il comunicato della Questura di Varese ha del surreale. Oussama, saldatore professionale alla Petrella di Castronno, riceve un “provvedimento di espulsione basato sulla pericolosità dello stesso in ragione di una sua potenziale strumentalizzazione” da parte di organizzazioni terroristiche presenti sul web che, secondo l’accusa, “avrebbero potuto convincerlo ad effettuare azioni giustificate dal credo religioso fondamentalista”. Utente molto attivo su Twitter, Oussama ha opinioni forti e a volte discutibili. Prevedibile che a causa dell’isteria islamofoba che va prendendo piede in tutto l’Occidente il nostro Paese si sarebbe distinto per le reazioni più avventate. È da pensare che il ministro Alfano sia intervenuto più per farsi bello agli occhi dell’opinione pubblica che per sventare una reale minaccia (la stessa Questura usa il termine “potenziale”). Chi voglia onestamente farsi un’idea della “pericolosità” di Oussama può leggere i suoi tweet. Resta comunque il fatto che un giovane perfettamente “integrato” (come amano dire gli amanti del politicamente corretto), un italiano di fatto (nonostante l’assenza di una legge sulla cittadinanza per chi è nato o cresciuto qui), è stato espulso per le sue idee. A Varese Oussama aveva la sua famiglia che dipendeva economicamente anche da lui. La testimonianza della sorella ci restituisce un quadro familiare che non rinvia in alcun modo al profilo di un giovane emarginato facile preda delle sirene del fanatismo religioso. “Dicono che guardo i siti jihadisti: Twitter e Youtube! Sono rimasti al ’99. Mi hanno consegnato alle autorità marocchine pur sapendo che c’è la tortura. Io ho criticato anche il Marocco”. Le parole di Oussama tradiscono amarezza e delusione. Nonostante le rassicurazioni della politica è ormai evidente che in nome della lotta al terrore stiamo cedendo (altri) pezzi di libertà; oggi viene minacciata quella di espressione di un “potenziale” terrorista, domani potrebbe toccare a ciascuno di noi.

Grillo, Boldrini e l’inadeguatezza della politica

grilloboldrini2Chi evidenzi il doppiopesismo del Partito democratico (nel 2009, quando era all’opposizione, considerava la cosiddetta tagliolala fine della democrazia parlamentare”) viene subito arruolato tra le fila del Movimento 5 Stelle. Se invece si condanna il rogo di un libro agli occhi di molti sostenitori di Grillo si diventa fiancheggiatori della famigerata partitocrazia. Troppi simpatizzanti del M5S preferiscono minimizzare, giustificare o in alcuni casi addirittura esaltare lo sconsiderato gesto (pur se di un singolo, dovendosi comunque evitare pericolose generalizzazioni) e replicando: “E allora i miliardi di euro regalati alle banche?”. Il nesso tra le discutibili scelte del governo Letta e un’azione deprecabile tuttavia sfugge. La rabbia che Grillo aveva promesso di contenere quando si vantava di rappresentare l’alternativa democratica alla deriva greca dei neonazisti di Alba Dorata, cova in realtà sotto la brace della crisi, e il comico ligure rispetto alle dilaganti manifestazioni d’odio si pone come un apprendista stregone che gioca col fuoco. In quest’ottica andrebbero lette le indecenti e sessiste oscenità rivolte al presidente della Camera Laura Boldrini. “Cosa succederebbe se ti trovassi la Boldrini in macchina?”, si domanda maliziosamente Grillo su Facebook con un post scritto per lanciare un video. Alcuni commenti sono oggettivamente disgustosi, ma è comunque fuori luogo e controproducente scomodare il fascismo. Corrado Augias parla, pronunciandosi nel merito, di “squadrismo inconsapevole”, volendo così definire il comportamento tenuto dagli eletti del M5S durante le ultime concitate giornate alla Camera. È forse utile approfondire il tema ricordando che lo “squadrismo inconsapevole” è una piaga che affligge l’Italia (e le sue istituzioni) da decenni, né occorre andare troppo indietro nel tempo per imbattersi nei segni di una storia con cui il nostro Paese non ha mai davvero fatto i conti. Si pensi all’indecente sacrario di Affile al gerarca fascista e criminale di guerra Rodolfo Graziani, costruito con soldi pubblici. Il dibattito politico in Italia è incancrenito da tempo e Grillo non fa altro che contribuire con le sue provocazioni (per nulla “inconsapevoli”) al peggioramento della situazione. Obiezioni quali “volete dare la colpa a Beppe per anni di cattiva politica”, “difendete lo status quo” e “se abbiamo sbagliato sono errori dovuti ad inesperienza” non reggono più. Il governo Letta-Alfano procede con grande spregiudicatezza, come ha dimostrato la furbesca gestione del decreto Imu-Bankitalia (due temi impropriamente legati a doppio filo). Al governo e al suo azionista di maggioranza – il PD – vanno ascritte le responsabilità più onerose, e tuttavia se c’è qualcosa che risplende nell’opacità del Parlamento italiano è l’inadeguatezza del Movimento 5 Stelle, amplificata da media “interessati” (La Repubblica, Corriere della Sera e telegiornali Rai) ma che poggia le basi su fatti reali. Grillo e i suoi negano, gridano al “complotto dei media di regime” e radicalizzano il proprio elettorato rilanciando gli attacchi alle istituzioni, operando così una scelta forse vantaggiosa nel breve periodo, ma che alla lunga finirà col rafforzare (e ricompattare) i partiti che lo stesso Grillo diceva di voler mandare a casa. L’unica dichiarazione condivisibile letta in questi giorni è di una grillina, la deputata Paola Pinna: “Laura Boldrini è inadeguata come tutti noi del Movimento 5 Stelle. È alla prima legislatura come tanti, a volte non riesce a tenere l’aula, è vero, ma qui si sta perdendo il senso dell’umanità”. Un ragionamento di buon senso valido per tutti i componenti del Parlamento, compresi quelli che non sono alla prima legislatura e siedono tra i banchi del governo.

Un anno difficile per Cécile

RAZZISMO: KYENGE, LAVORO TRASVERSALE TRA MINISTERI

Chi nasce e/o cresce in Italia è italiano!”. Il nervo scoperto del nostro Paese non è lo ius soli (peraltro temperato), ma Cécile Kyenge. La mattina di Natale il ministro dell’Integrazione ha visitato il Centro Astalli di Roma – importante luogo di ritrovo per richiedenti asilo politico e rifugiati – e insieme alla propria famiglia ha dato una mano in mensa, servendo gli ospiti della struttura. Peccato che ai giornalisti interessasse solo far notare che il marito di Kyenge “è stato in disparte tutto il tempo” (a quanto pare la coppia sarebbe in crisi) e che il ministro indossava un orologio da 23mila euro. A nulla sono valse le spiegazioni del marito (“Macché, è un Lorenz da 200 euro che le ho comprato io a Modena”). Lo “scandalo” ha subito infiammato il web, in particolare Twitter, dando il via alla prevedibile furia contro la Casta cui si sono subito aggiunte le solite venature di razzismo che accompagnano da sempre le uscite pubbliche del ministro. Nulla di sorprendente in un Paese che ritiene accettabile celebrare un criminale di guerra come il gerarca fascista Rodolfo Graziani col sacrario di Affile, e non ha alcuna memoria del proprio passato coloniale. Il razzismo è profondamente radicato nel nostro DNA. Una lettura per tutte: “Italiani, brava gente?” di Angelo Del Boca. Detto ciò, a costo di incorrere nell’accusa di cerchiobottismo, vanno rilevate le responsabilità del ministro Kyenge. La prima: militare in un partito che, a parte il recente gesto di Khalid Chaouki (rinchiudersi per protesta nel centro di accoglienza di Lampedusa), sul tema dell’immigrazione predica spesso bene, ma in passato ha razzolato malissimo, come dimostra la Legge Turco-Napolitano del 1998. La seconda: non avere l’intelligenza politica per capire che il suo ruolo simbolico in un governo di larghe intese indebolisce le stesse battaglie per le quali è stata premiata con un posto in Parlamento. Se non ha la forza per affermare che i CIE sono irriformabili e l’immigrazione non si affronta imprigionando per mesi le persone dovrebbe fare un passo indietro. Per quanto riguarda lo ius soli va infine ammesso che, da un punto di vista comunicativo, ha vinto la linea terroristica del centrodestra. Il ministro dell’Interno Alfano paventa la trasformazione dell’Italia in un’immensa “sala parto” e la Lega Nord di Salvini per racimolare voti soffia sulla xenofobia, mettendo intenzionalmente insieme “clandestini” e giovani di origine straniera che vivono e studiano qui fin da piccoli e sono in molti casi più italiani dei cultori della superiorità padana. Al momento sostano in Parlamento una ventina di proposte di legge sulla cittadinanza e quella sostenuta da Kyenge è una delle più prudenti in materia. Purtroppo ai media interessano di più le beghe matrimoniali del ministro o l’ultimo insulto rivoltole. È ingiusto farle una colpa di queste attenzioni morbose, ma un tweet per ribadire l’ovvio – e cioè che chi cresce qui è italiano, checché ne dicano i puristi della razza italica – non basta più. Cara Cécile, i fischi e i buu razzisti arriveranno qualunque cosa tu faccia. A questo punto tanto vale “meritarseli” battendosi a viso aperto per i diritti dei “nuovi italiani”. Non solo nelle aule del Parlamento, ma soprattutto dentro la compagine governativa.

Sbatti lo scafista in prima pagina

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Del somalo arrestato a Lampedusa con l’accusa di essere uno degli organizzatori della traversata del barcone naufragato il 3 ottobre scorso sappiamo età, nome e cognome. Oggi Il Resto del Carlino, Il Giorno e La Nazione sbattono in prima pagina il suo volto con un titolo eloquente: “faccia da schiavista”. Come capita spesso in situazioni del genere, le vere notizie sono però altrove. Infatti due giorni fa, proprio mentre il primo ministro Enrico Letta si vantava del “cambio di passo sul tema dell’immigrazione” riferendosi alle “1.800 persone salvate” grazie all’operazione Mare Nostrum, il settimanale l’Espresso anticipava online un’inchiesta sul soccorso negato dalle autorità italiane ad un barcone naufragato lo scorso 11 ottobre al largo di Lampedusa. L’operazione “umanitaria” voluta dal premier non ha dunque nulla a che vedere con questa vicenda essendo partita tre giorni dopo, ma l’iniziativa precedente getta più di un’ombra sulla (passata?) gestione dei soccorsi ai barconi in difficoltà. In queste ore i principali mass-media hanno tuttavia fatto una scelta editoriale netta: dare massimo risalto allo scafista somalo arrestato a Lampedusa, ignorando la notizia delle richieste d’aiuto dei migranti siriani lasciati alla deriva per ben due ore dalla centrale di soccorso italiana. Nulla di sorprendente: la retorica degli “italiani brava gente” non contempla l’idea di soccorritori che si voltano dall’altra parte o temporeggiano mentre decine di donne, uomini e bambini annegano nel Mediterraneo. Altro cortocircuito mediatico degno di nota è l’arresto stesso dello scafista: telegiornali e quotidiani danno al riguardo ampio spazio alle testimonianze delle migranti violentate dal somalo nei “centri di raccolta” libici, occultando l’aspetto più rilevante della notizia. Stupri e torture sono avvenuti – e avvengono tuttora – in Libia, uno dei nostri principali partner nella lotta all’immigrazione. Un paese dove, nella più benevola delle ipotesi, le autorità locali non garantiscono ai migranti il rispetto dei più basilari diritti. Circostanza evidenziata anche da Amnesty International nell’accorato appello rivolto lo scorso luglio al premier italiano.

Che fine ha fatto lo ius soli?

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Un articolo sul cricket può provocare commenti carichi di odio. Com’è possibile? Niente di più semplice; è sufficiente che i protagonisti della storia siano giovani atleti d’origine straniera che vogliano “indossare con orgoglio la maglia azzurra”. Colpa imperdonabile, per molti. Il tema dello ius soli, nonostante non occupi più da parecchio tempo le prime pagine dei giornali è ancora vissuto da molti italiani come una minaccia: basta farne cenno nel titolo di un articolo per attirare orde di furiosi difensori della “purezza” italica. Questo è quanto capita nel sottobosco del web, dove commenti del genere sono purtroppo la consuetudine. C’è tuttavia da chiedersi come mai la politica e i mass-media abbiano dimenticato il tema della cittadinanza dei figli di stranieri nati o cresciuti in Italia. Ma a ben vedere è così che va il mondo (sia dei media che della politica): ci si occupa di un argomento solo se ne ha parlato, possibilmente con toni accesi, un leader politico o, come è accaduto nel caso di Lampedusa e del reato di clandestinità, se molte persone hanno perso la vita. Sembra che soltanto così la notizia “buchi”, ammettiamolo. Nel caso dello ius soli ci sono volute le parole di Grillo per scatenare una sottospecie di dibattito che alla fine si è rivelato per quel che era fino dall’inizio: una sterile polemica tra il leader del MoVimento 5 Stelle e il Partito democratico, identificato come il “mandante” di una legge sullo ius soli che per il comico ligure non rivestiva alcun carattere di priorità. È d’altronde risaputo che un’altra sciagurata costante della politica italiana (M5S incluso) è il benaltrismo. Il problema è sempre un altro e c’è sempre “ben altro” da fare prima. In un Paese normale parleremmo invece di priorità da rispettare e di impegni assunti da onorare. Pier Luigi Bersani, durante l’ultima campagna elettorale, aveva inserito lo ius soli tra i punti qualificanti del suo programma di governo: sappiamo bene come è poi andata a finire. Con le attuali “larghe intese” la strada sembra, se possibile, ancora più in salita. Ciononostante la vita va avanti e il milione (circa) di ragazzi e ragazze di origine straniera che frequentano le nostre scuole, e sono quotidianamente ignorati dalle istituzioni, si apprestano a diventare l’ennesima occasione persa di una classe politica sempre più miope.