Music Tales – Asia Argento

Il primo amore musicale, le serate nei club di Minneapolis per incontrare Prince, il ricordo di Genesis P-Orridge, l’amicizia con Marilyn Manson, l’estasi per Bob Dylan e un nuovo album (“Music from my bed”). Conversazione con Asia Argento.

Foto di Luca Giorietto.

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#Quellavoltache

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#Quellavoltache è un hashtag molto utilizzato in questi giorni su Twitter. Un lunghissimo elenco delle quotidiane violenze e molestie subite dalle donne. Un modo per ampliare la luce dei riflettori su una questione gravissima che non riguarda solo le attrici (tra loro anche l’italiana Asia Argento) prese di mira dal predatore sessuale Harvey Weinstein, potentissimo produttore di Hollywood.

Accantonando l’odioso quanto scontato (nella nostra società maschilista) processo alle vittime, vale la pena di interrogarsi sul vero “elefante nella stanza” dell’ennesima storia di violenze contro le donne: noi uomini. Tutti, nessuno escluso, avremmo potuto contribuire all’hashtag, anche solo raccontando #quellavoltache non abbiamo risposto per le rime al nostro amico/collega che dava della “facile” alla donna con la quale era uscito la sera prima. Ogni giorno a scuola o sul posto di lavoro ci capita di sentire epiteti offensivi (“troia”, “puttana”…) e spesso non diciamo una parola, accettando quel tipo di linguaggio.

Detto ciò, le reazioni anche al più blando invito a fare autocritica sono quasi sempre violente: “Come ti permetti! Io non sono un maniaco/porco/violento… Parla per te!”. La verità è che non bisogna essere un “maniaco” (parola rassicurante, come se la violenza fosse appannaggio dei folli…) o puntare un coltello alla gola di una donna per essere violento.

A volte può bastare un plumcake; nel corso di una lite con una mia partner ne scagliai uno contro la parete. Quel gesto contribuì alla fine del rapporto e per molto tempo ritenni la sua reazione eccessiva… Ho compreso in seguito una verità evidente per molte donne ma difficile da cogliere per tanti uomini: c’è violenza anche nel più “innocuo” gesto di stizza.

Basta insultare (anche con toni solo apparentemente pacati), alzare la voce o avvicinarsi troppo durante una discussione per intimidire l’altra persona. Scagliare oggetti, perfino un soffice plumcake, non è accettabile. Non lo è per me oggi, ma pochi anni fa mi sarei trincerato dietro qualche “è vero, non si lanciano oggetti ma…”. No, non c’è “ma” che tenga.

Per arrivare a queste piccole consapevolezze sul proprio comportamento e su come funzionano i rapporti con l’altro sesso non è richiesta un’illuminazione divina. Serve la volontà di confrontarsi, ascoltare e nei casi più gravi chiedere aiuto.

La rabbia di Ron (Dallas Buyers Club)

Film-Toronto PreviewVent’anni fa Tom Hanks vinceva l’Oscar per il miglior attore protagonista con Philadelphia, la commovente storia di un avvocato gay e sieropositivo. Matthew McConaughey potrebbe presto ripercorrere le orme di Hanks con la sua interpretazione in Dallas Buyers Club. Ron Woodroof, il personaggio di McConaughey, a differenza di tanti altri malati di Aids visti sul grande schermo sembra quasi costruito a tavolino, per quanto è sgradevole. Drogato, disonesto, avido e omofobo. Se pensate ad un difetto è assai probabile che lui ce l’abbia. Come in ogni viaggio di celluloide che si rispetti, il nostro antieroe texano perderà lungo il tragitto alcuni tratti negativi – almeno i più evidenti – grazie all’amicizia con la compassionevole dottoressa Eve Sacks (Jennifer Garner) e la fragile transessuale Rayon (Jared Leto). Quando nel 1986 gli venne diagnosticato l’HIV i medici gli diedero 30 giorni di vita. Ne passarono 2557 prima della sua morte nel settembre del 1992. Il propellente che lo tenne in vita così a lungo, ben oltre le aspettative della comunità scientifica del tempo, fu la rabbia. Questo sembra pensare McConaughey quando descrive così il “suo” Ron: amante delle donne e del rodeo, con un corpo emaciato ma sempre scattante nonostante il corso implacabile della malattia. Nel film, oltre al virus, l’altro nemico giurato di Ron è la FDA (Agenzia per gli Alimenti e i Medicinali). Agli inizi dell’epidemia le grandi case farmaceutiche trattarono i primi pazienti con dosi massicce di AZT, un farmaco che in seguito si rivelò utilissimo – purché assunto in dosi minori – nella lotta all’HIV. Ron, per cercare farmaci e cure più efficaci, girò il mondo (Messico, Giappone, Europa…) e fondò a Dallas un “club” dove, dietro pagamento di una tassa d’iscrizione, si poteva ricevere un cocktail “alternativo” di medicine. Questa è una delle scelte narrative più apprezzabili di Dallas Buyers Club: il protagonista non è un samaritano, e se alla fine diventa in qualche modo una persona migliore lo deve soltanto alla sua rabbia. Contro la malattia, la FDA e la comunità medica che “stroncava” i suoi amici con quantità industriali di AZT. La bellezza del personaggio di McConaughey è tutta qui, nella pressoché totale assenza di vittimismo che ci accompagna per l’intera durata del film. Il regista Jean-Marc Vallée non estorce allo spettatore facili lacrime: i lutti e le sofferenze che Ron deve affrontare nell’arco di sette anni vengono affrontati con estremo pudore. L’interpretazione di McConaughey è ragguardevole. La difficile trasformazione – penso ai venti chili persi per calarsi nei panni del personaggio – poteva diventare una scorciatoia per un attore pigro (basta agitarsi per il set come uno spettro per commuovere il pubblico). McConaughey ci sfida invece come avrebbe fatto Ron con i tori che amava cavalcare: con rispetto e senza sconti. Nell’ultimo anno Matthew McConaughey ha impresso una svolta impressionante alla sua carriera, lasciandosi definitivamente alle spalle in poche mosse (Dallas Buyers Club, la serie HBO True Detective e una significativa particina in The Wolf Of Wall Street di Martin Scorsese) la fama di star dal fisico scolpito, adatta solo per film d’azione e commedie sentimentali.

The Butler: un maggiordomo alla Casa Bianca

The Butler

Strappalacrime. Didascalico. Deludente. Adattamento per il grande schermo di un articolo pubblicato nel 2008 sul Washington Post, The Butler è la biografia ampiamente romanzata di un maggiordomo afroamericano alla Casa Bianca. Eugene Allen (questo il vero nome del protagonista Cecil Gaines, interpretato da Forest Whitaker) ha servito dal 1952 al 1986 ben otto presidenti degli Stati Uniti d’America, da Harry Truman fino a Ronald Reagan. L’articolo di Aisha Harris per Slate (“Quanto c’è di vero in The Butler?”) mette a nudo le numerose “licenze” prese dal trentanovenne sceneggiatore Danny Strong, noto al grande pubblico per avere recitato nelle serie televisive Una mamma per amica e Buffy l’ammazzavampiri. Roghi, scontri, arresti e omicidi eccellenti (quelli di John Fitzgerald Kennedy e Martin Luther King) che hanno caratterizzato la lunga marcia per i diritti civili degli afroamericani vengono messi diligentemente in fila dal regista Lee Daniels, ma non colpiscono più di tanto. Buona parte della pellicola si fonda sulla contrapposizione tra Cecil, il maggiordomo quasi contento di servire i bianchi (un “negro da cortile”, per dirla con Malcolm X), e il figlio maggiore Louis, ribelle sempre in prima fila nelle proteste antisegregazioniste. Da notare un particolare di non poco conto: Louis non esiste. È questa una delle “licenze” di Strong, e la sua funzione nel contesto narrativo è più che comprensibile. Ciononostante il manicheismo di questo artificioso contrasto risulta spesso inverosimile: nel film il figlio immaginario di Cecil/Eugene non perde un solo appuntamento con la storia degli afroamericani, passando da Martin Luther King (di cui è perfino amico) alle riunioni con le Pantere Nere. Forzature destinate a finire in secondo piano grazie all’interpretazione dolente di Forest Whitaker. Il cast, malgrado il budget contenuto per gli standard hollywoodiani (“soltanto” trenta milioni di dollari), è stellare. Basti pensare ad alcuni dei presidenti di The Butler: Robin Williams (Eisenhower), John Cusack (Nixon) e Alan Rickman (Reagan). Lee Daniels sa il fatto suo ma, oltre al successo riscosso nelle sale (più di 150 milioni di dollari), c’è davvero ben poco di cui rallegrarsi. Si tratta infatti di un compitino patinato e formalmente impeccabile che non rende però giustizia alla straordinaria vita di Eugene Allen. La scrittura di Strong può andare bene per la tv (sono suoi gli ottimi prodotti televisivi Recount e Game Change), ma il grande schermo richiede maggiore personalità, se si vuole lasciare il segno.