Essere Scozzesi

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12 anni schiavo

12annischiavoAllontanato dalla propria famiglia con una falsa proposta di lavoro, drogato, sequestrato, privato dei documenti che ne attestavano l’identità (e lo status di uomo libero) e infine venduto in Louisiana come uno schiavo fuggitivo della Georgia. La storia di Solomon Northup, afroamericano nato libero nello Stato di New York e ridotto in schiavitù per 12 anni ha dell’incredibile, anche se al tempo (siamo nel 1841, vent’anni prima dell’inizio della guerra di secessione) non era infrequente che la “forza lavoro” destinata alle piantagioni del Sud venisse così recuperata. Il terzo lungometraggio del quarantaquattrenne cineasta inglese Steve McQueen, vivida e accurata discesa agli inferi dello schiavismo (peccato originale degli USA insieme alla decimazione dei nativi americani), è anche il viaggio nell’anima di un uomo strappato agli affetti più cari (per 12 anni la moglie e i due figli di Solomon non ebbero sue notizie) che deve ricorrere all’astuzia per non soccombere alla brutalità dell’uomo bianco. Ne è documento esemplare l’interpretazione di Michael Fassbender nei panni del fanatico proprietario della piantagione di cotone Edwin Epps, il più crudele e sadico tra i padroni che Northup incontra durante la sua odissea. Quella di affidare il ruolo principale ad un attore inglese e poco conosciuto (Chiwetel Ejiofor) è stata una scelta felice. Il tormento di Solomon non viene mai ostentato; oltre allo studio necessario per calarsi nella parte, con una recitazione asciutta Ejiofor ci restituisce lo spirito combattivo di un uomo che ha tentato la fuga più volte e non si è mai arreso davanti alle indicibili violenze vissute e all’impossibilità di potersi fidare di qualcuno. Lo stesso Northup non è esente da lati oscuri. Il suo rapporto con la schiava Patsey (la “preferita” di Epps) è drammaticamente irrisolto; quando lei gli chiede di aiutarla a togliersi la vita per sfuggire ai ripetuti stupri del suo padrone, il cristiano Solomon rifiuta. Nei confronti del pastore battista William Ford, suo primo padrone in Lousiana, Northup ha parole più che buone nonostante fosse anch’egli un convinto sostenitore della schiavitù. Il buon cuore di Ford (interpretato da Benedict Cumberbatch, lo Sherlock Holmes della recente serie BBC) viene evidenziato anche da McQueen, ma senza però calcare la mano sulle evidenti contraddizioni di un uomo di Dio che considerava comunque i neri esseri inferiori da redimere e salvare. Tuttavia a McQueen l’aspetto religioso della vicenda sembra non interessare molto: l’uso strumentale che anche Epps fa delle Sacre Scritture non aggiunge spessore al personaggio di Fassbender che alla fine viene trasformato in una sorta di caricatura. La forza di 12 anni schiavo è tutta nei dettagli: una fotografia eccezionale (la natura incontaminata e impassibile della Louisiana dove Northup si muove) e i tanti comprimari (su tutti la bravissima Lupita Nyong’o, l’attrice che interpreta Patsey) volti a ricreare un mondo di sopraffazione e sofferenza che ha coinvolto e stravolto le vite di milioni di esseri umani. L’unico cedimento emotivo di McQueen contrassegna l’ultima scena; ma se pianto deve essere, che almeno sia catartico e liberatorio come quello che sgorga alla fine di un film che forse non garantirà ai suoi attori principali l’Oscar (a Hollywood già stravedono per l’accoppiata McConaughey-Leto vista nell’ottimo Dallas Buyers Club), pur potendo legittimamente aspirare – se c’è ancora un po’ di giustizia a Los Angeles – almeno al premio per il miglior film.

La rabbia di Ron (Dallas Buyers Club)

Film-Toronto PreviewVent’anni fa Tom Hanks vinceva l’Oscar per il miglior attore protagonista con Philadelphia, la commovente storia di un avvocato gay e sieropositivo. Matthew McConaughey potrebbe presto ripercorrere le orme di Hanks con la sua interpretazione in Dallas Buyers Club. Ron Woodroof, il personaggio di McConaughey, a differenza di tanti altri malati di Aids visti sul grande schermo sembra quasi costruito a tavolino, per quanto è sgradevole. Drogato, disonesto, avido e omofobo. Se pensate ad un difetto è assai probabile che lui ce l’abbia. Come in ogni viaggio di celluloide che si rispetti, il nostro antieroe texano perderà lungo il tragitto alcuni tratti negativi – almeno i più evidenti – grazie all’amicizia con la compassionevole dottoressa Eve Sacks (Jennifer Garner) e la fragile transessuale Rayon (Jared Leto). Quando nel 1986 gli venne diagnosticato l’HIV i medici gli diedero 30 giorni di vita. Ne passarono 2557 prima della sua morte nel settembre del 1992. Il propellente che lo tenne in vita così a lungo, ben oltre le aspettative della comunità scientifica del tempo, fu la rabbia. Questo sembra pensare McConaughey quando descrive così il “suo” Ron: amante delle donne e del rodeo, con un corpo emaciato ma sempre scattante nonostante il corso implacabile della malattia. Nel film, oltre al virus, l’altro nemico giurato di Ron è la FDA (Agenzia per gli Alimenti e i Medicinali). Agli inizi dell’epidemia le grandi case farmaceutiche trattarono i primi pazienti con dosi massicce di AZT, un farmaco che in seguito si rivelò utilissimo – purché assunto in dosi minori – nella lotta all’HIV. Ron, per cercare farmaci e cure più efficaci, girò il mondo (Messico, Giappone, Europa…) e fondò a Dallas un “club” dove, dietro pagamento di una tassa d’iscrizione, si poteva ricevere un cocktail “alternativo” di medicine. Questa è una delle scelte narrative più apprezzabili di Dallas Buyers Club: il protagonista non è un samaritano, e se alla fine diventa in qualche modo una persona migliore lo deve soltanto alla sua rabbia. Contro la malattia, la FDA e la comunità medica che “stroncava” i suoi amici con quantità industriali di AZT. La bellezza del personaggio di McConaughey è tutta qui, nella pressoché totale assenza di vittimismo che ci accompagna per l’intera durata del film. Il regista Jean-Marc Vallée non estorce allo spettatore facili lacrime: i lutti e le sofferenze che Ron deve affrontare nell’arco di sette anni vengono affrontati con estremo pudore. L’interpretazione di McConaughey è ragguardevole. La difficile trasformazione – penso ai venti chili persi per calarsi nei panni del personaggio – poteva diventare una scorciatoia per un attore pigro (basta agitarsi per il set come uno spettro per commuovere il pubblico). McConaughey ci sfida invece come avrebbe fatto Ron con i tori che amava cavalcare: con rispetto e senza sconti. Nell’ultimo anno Matthew McConaughey ha impresso una svolta impressionante alla sua carriera, lasciandosi definitivamente alle spalle in poche mosse (Dallas Buyers Club, la serie HBO True Detective e una significativa particina in The Wolf Of Wall Street di Martin Scorsese) la fama di star dal fisico scolpito, adatta solo per film d’azione e commedie sentimentali.

The Butler: un maggiordomo alla Casa Bianca

The Butler

Strappalacrime. Didascalico. Deludente. Adattamento per il grande schermo di un articolo pubblicato nel 2008 sul Washington Post, The Butler è la biografia ampiamente romanzata di un maggiordomo afroamericano alla Casa Bianca. Eugene Allen (questo il vero nome del protagonista Cecil Gaines, interpretato da Forest Whitaker) ha servito dal 1952 al 1986 ben otto presidenti degli Stati Uniti d’America, da Harry Truman fino a Ronald Reagan. L’articolo di Aisha Harris per Slate (“Quanto c’è di vero in The Butler?”) mette a nudo le numerose “licenze” prese dal trentanovenne sceneggiatore Danny Strong, noto al grande pubblico per avere recitato nelle serie televisive Una mamma per amica e Buffy l’ammazzavampiri. Roghi, scontri, arresti e omicidi eccellenti (quelli di John Fitzgerald Kennedy e Martin Luther King) che hanno caratterizzato la lunga marcia per i diritti civili degli afroamericani vengono messi diligentemente in fila dal regista Lee Daniels, ma non colpiscono più di tanto. Buona parte della pellicola si fonda sulla contrapposizione tra Cecil, il maggiordomo quasi contento di servire i bianchi (un “negro da cortile”, per dirla con Malcolm X), e il figlio maggiore Louis, ribelle sempre in prima fila nelle proteste antisegregazioniste. Da notare un particolare di non poco conto: Louis non esiste. È questa una delle “licenze” di Strong, e la sua funzione nel contesto narrativo è più che comprensibile. Ciononostante il manicheismo di questo artificioso contrasto risulta spesso inverosimile: nel film il figlio immaginario di Cecil/Eugene non perde un solo appuntamento con la storia degli afroamericani, passando da Martin Luther King (di cui è perfino amico) alle riunioni con le Pantere Nere. Forzature destinate a finire in secondo piano grazie all’interpretazione dolente di Forest Whitaker. Il cast, malgrado il budget contenuto per gli standard hollywoodiani (“soltanto” trenta milioni di dollari), è stellare. Basti pensare ad alcuni dei presidenti di The Butler: Robin Williams (Eisenhower), John Cusack (Nixon) e Alan Rickman (Reagan). Lee Daniels sa il fatto suo ma, oltre al successo riscosso nelle sale (più di 150 milioni di dollari), c’è davvero ben poco di cui rallegrarsi. Si tratta infatti di un compitino patinato e formalmente impeccabile che non rende però giustizia alla straordinaria vita di Eugene Allen. La scrittura di Strong può andare bene per la tv (sono suoi gli ottimi prodotti televisivi Recount e Game Change), ma il grande schermo richiede maggiore personalità, se si vuole lasciare il segno.

Jobs

jOBS (2)

Sei dannatamente bravo ma sei un testone”. Steve Jobs è tutto qui, nella battuta pronunciata dall’attore che interpreta un suo superiore alla casa di videogiochi e console Atari. Senza discostarsi troppo dalla struttura del classico biopic, la pellicola racconta alcuni passaggi fondamentali nella costruzione dell’icona Steve Jobs: il semestre da hippie scalzo al Reed College di Portland, i primi passi di Apple tra fiere locali e intere giornate trascorse nel garage dei genitori adottivi col socio Steve Wozniak, fino all’estromissione dalla sua società nel 1985 e il ritorno 12 anni dopo. I momenti alti vertiginosi (il successo dovuto a intuizioni che hanno cambiato il nostro rapporto quotidiano con la tecnologia) e quelli bassi altrettanto clamorosi (la “cacciata” da Apple) che ha dovuto affrontare rendono la sua vita perfetta per una celebrazione hollywoodiana. Il film è un’agiografia riuscita a metà: gli aspetti più riprovevoli del messia di Cupertino (l’iniziale rifiuto verso la primogenita Lisa e il cinismo col quale liquidò alcuni dei suoi primi dipendenti) vengono riportati superficialmente, passando in secondo piano davanti a un “bene superiore” non meglio identificato. Jobs viene spesso definito “visionario”, termine che nella lingua italiana ha un’accezione ben più negativa di quella americana. L’impressione però è che quest’aspetto fondamentale della sua personalità in sede di sceneggiatura sia stato declassato ad una sorta di cliché, quello del genio fricchettone amante del bello e con spiccate manie di controllo. Il mimetismo messo in scena da Ashton Kutcher – attore noto ai più come ex toy boy di lusso dell’affascinante Demi Moore – non è vuoto esercizio di stile: la somiglianza fisica col giovane Steve viene assai sfruttata, evitando tuttavia derive caricaturali. Detto ciò, l’essere arrivati per primi in sala (il progetto del film risale addirittura ad un paio di mesi prima della morte di Jobs) pagherà forse al botteghino, ma il risultato finale resta poco al di sopra della sufficienza. Il voto rispecchia la resa sul grande schermo del complesso e poliedrico cofondatore di Apple; sufficiente, per l’appunto. Regista e sceneggiatore hanno scelto il percorso più convenzionale: non hanno “pensato diversamente”, per dirla con lo stesso Jobs.

Zero Dark Thirty

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Nel gergo militare americano “zero dark thirty” indica ciò che accade dopo la mezzanotte, ma l’oscurità evocata da Kathryn Ann Bigelow è anche quella scelta come incipit del suo film. È infatti da uno schermo totalmente nero che emergono le voci registrate delle vittime intrappolate nel World Trade Center la mattina dell’undici settembre 2001. Con un inizio così cupo e angosciante la successiva rappresentazione delle violenze inflitte ad un fiancheggiatore di Al Qaeda assume una connotazione decisamente ambigua. Le immagini durissime di waterboarding (vera e propria tortura che consiste nell’annegamento “controllato” del prigioniero) ad alcuni sembreranno un male necessario per sconfiggere i terroristi. Altri le riterranno un’ingiustificabile violazione dei diritti umani. Il resto del film, padroneggiato visivamente e narrativamente con mano fermissima dalla Bigelow, invece di sciogliere il nodo lo ingarbuglia ancora di più, offrendoci una protagonista (l’agente della CIA Maya, una magistrale Jessica Chastain già vista in The Help e The Tree Of Life) tanto convincente nella sua ossessiva caccia a Osama Bin Laden, quanto fredda se non addirittura piatta da un punto di vista umano. Infatti di Maya – nome inventato, ma figura reale nella ricerca di “OBL” – non sappiamo che lo stretto indispensabile; Bigelow non mostra alcun interesse per la vita privata della sua protagonista, né tiene a umanizzarla o renderla simpatica agli occhi dello spettatore. La scelta conferisce asciuttezza alla storia, evitando i “diversivi” che talvolta incontriamo perfino nei thriller più brillanti. Per descrivere il cinema della Bigelow si ricorre spesso al termine “muscolare”, che nel nostro caso non viene usato a sproposito poiché anche in questo film (come accadeva con i surfisti di Point Break) uno dei rarissimi squarci di umanità di Zero Dark Thirty è riservato al cameratismo tra i militari USA, prima dell’incursione che porterà all’uccisione di Bin Laden. Uno sguardo, quello della Bigelow, benevolo ma mai compiacente o compiaciuto. Il sodalizio tra la regista e lo sceneggiatore Mark Boal, dopo l’ottimo The Hurt Locker, riesce felicemente a dare vita e ritmo ad un’opera dalla suspense sempre elevatissima, pur muovendo da una storia il cui epilogo era già noto a tutti. Impresa, questa, che da sola vale il prezzo del biglietto e finisce, giustamente, col mettere in secondo piano la manifesta mancanza di una presa di posizione che attraversa buona parte del film.