Migranti o rifugiati? L’importanza delle parole

unhcr

Il tweet di Carlotta Sami, portavoce per il Sud Europa dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (Unhcr), è linguisticamente insidioso. I siriani al confine macedone non sono, vocabolario alla mano, migranti bensì rifugiati o a voler esser pignoli profughi e potenziali richiedenti asilo. È tuttavia comprensibile che agli occhi di molti questa sua distinzione abbia una forte matrice escludente, il cui principale effetto è quello di dividere le persone che premono alle porte della Fortezza Europa in meritevoli e meno meritevoli. I rifugiati possono restare – sorvoliamo, per motivi di spazio, sul percorso accidentato che li attenderà una volta “accolti” –, ma i migranti devono andarsene. In quest’ultimo caso i governi europei, supportati da un’assordante grancassa mediatica, ricorrono spesso all’etichetta assolutoria (per chi l’attribuisce) del “migrante economico”. Definizione ambigua assai cara alla classe politica di un intero continente perennemente restio a fare i conti sia col proprio passato, sia col presente. Mentre l’Europa utilizza il termine migrante per rispedire a casa chi fugge da fame e povertà l’emittente del Qatar al Jazeera ha recentemente deciso di non utilizzarlo più in quanto “disumanizzante”. Il dibattito è dunque vivo e sarebbe da ingenui negare le implicazioni a volte contraddittorie che può generare. Chi utilizza il termine “rifugiati” per i siriani che fuggono dalle violenze di Assad e dell’Isis è complice della Fortezza Europa che ne accoglie alcuni “buoni” a scapito degli altri “meno buoni”? È altrettanto evidente che l’etichetta prescelta esclude de facto chi va alla ricerca di un futuro migliore e ha la “sfortuna” di non lasciarsi dietro uno scenario di guerra. Un dibattito sulle parole giuste, o almeno più accurate, quando si parla di migranti e rifugiati è necessario e non più rinviabile. Soprattutto in un paese come il nostro dove il pressapochismo di alcuni giornalisti può alimentare o, peggio ancora, incoraggiare i peggiori istinti xenofobi.

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Kobane dentro

kobane fighter

Torino, Reggio Emilia, Bolzano, Padova, Firenze, Napoli… All’inizio di quest’anno Ivan Grozny Compasso ha girato l’Italia per raccontare Kobane, la città siriana al confine con la Turchia divenuta simbolo della resistenza curda all’avanzata dei tagliagole del cosiddetto “Stato Islamico”. In questi incontri svoltisi ovunque, dai centri sociali ai licei, Ivan ha mostrato foto e alcuni filmati realizzati durante la sua permanenza nella città assediata.

Kobane dentro, pubblicato di recente da Agenzia X, non è soltanto la testimonianza preziosa di chi ha vissuto per una settimana con le donne e gli uomini che continuano tuttora ad affrontare i terroristi dell’Isis. Grazie all’agile ed esauriente postfazione di Nicola Romanò, il libro è anche un’utilissima guida per comprendere meglio la portata storica di quanto sta accadendo nei tre cantoni della regione autonoma del Rojava. Un laboratorio politico che attraverso il confederalismo democratico teorizzato dal leader del PKK (Partito dei Lavoratori del Kurdistan) Abdullah Öcalan e un innovativo contratto sociale sta aiutando l’intero Rojava a svilupparsi oltre l’angusta nozione di stato-nazione.

Quella che potrebbe apparire come una digressione dal cuore del libro – le giornate trascorse da Ivan a Kobane – ci fa capire fino in fondo quale sia la reale posta in gioco per gli uomini e le donne che tengono testa agli uomini del Califfato. I media occidentali, alla continua ricerca di titoli ad effetto, l’hanno quasi subito ribattezzata la “Stalingrado curda”, ma la Kobane fotografata e raccontata da Ivan non è un santino da appendere alla parete e da contemplare.

Le sue foto, e nel libro ce ne sono di molto belle, ci restituiscono la quotidianità di una città dove si combatte e muore, ma in cui i bambini continuano tuttavia a giocare e a studiare. Con tutte le precauzioni del caso, ovviamente. Sebbene l’altra parte non rappresenti il Male assoluto, è comunque innegabile una morbosa fascinazione subita dai fanatici dell’Isis per la morte intesa come strumento di controllo delle popolazioni sottomesse. Gli uomini di Daesh (acronimo arabo di Isis) compiono brutalità inenarrabili, le filmano e caricano su una chiavetta USB affinché un sopravvissuto le mostri agli abitanti dei villaggi vicini. Le differenze con i curdi non potrebbero essere più evidenti, dal momento che le combattenti e i combattenti di Kobane garantiscono, non solo per motivi igienici e sanitari, una sepoltura ai nemici del Califfato caduti in battaglia.

In queste ore Kobane, dopo avere respinto l’Isis a fine gennaio, è nuovamente sotto attacco. Il libro di Ivan non descrive eventi ormai consegnati alla storia, ma ci offre un utile sguardo sull’attualità. Tra i molti modi per sostenere il Rojava e la resistenza curda, il primo è certamente quello di informarsi su quanto accade in quella terra lontana, da cui abbiamo molto da apprendere. Partire dal libro di Ivan potrebbe essere un ottimo primo passo.

ivan kobane

Israeliani esultano per le bombe su Gaza e minacciano i giornalisti

magnay

Un gruppo di israeliani sulla collina di Sderot esulta quando le bombe colpiscono Gaza (e minaccia i giornalisti presenti). La corrispondente della CNN Diane Magnay commenta la scena in diretta tv e nel tweet riportato qui sopra rivela le minacce ricevute dal “pubblico” di Sderot, aggiungendo in calce al suo messaggio la parola “scum” (feccia). Dopo una ventina di minuti cancella il tweet, ma ormai è troppo tardi.

Roma negata

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“Un libro necessario”. Lo si dice e scrive tanto spesso che, avendo tra le mani un’opera spiazzante come Roma negata diventa impresa ardua scalfire il comprensibile scetticismo del lettore più smaliziato. Bastano tuttavia poche pagine per comprendere l’urgenza che anima il progetto a quattro mani realizzato dal fotogiornalista Rino Bianchi e dalla scrittrice Igiaba Scego. Per l’opinione pubblica italiana nazioni quali Eritrea, Libia, Etiopia e Somalia oggi rappresentano soltanto un problema di ordine pubblico (così almeno il fenomeno migratorio viene inquadrato e gestito dalle nostre autorità). La scrittura di Scego va oltre la cronaca “emergenziale” e ricostruisce, attraverso la descrizione di luoghi poco noti di Roma, un legame tra il nostro Paese e quella parte d’Africa che prima abbiamo brutalmente sfruttato e poi abbandonato. Una storia rimossa e perfino stravolta dalla convinzione, radicata soprattutto (ma non solo) fra i nostri connazionali più anziani, che avremmo “fatto tante cose buone per quei popoli”. L’autrice italosomala, con mano leggera ma ferma, smonta il mito degli “italiani brava gente” muovendosi con disinvoltura tra il presente (le centinaia di migranti eritrei morti al largo di Lampedusa lo scorso 3 ottobre e già dimenticati) e un passato che a volte vive quasi inavvertitamente attraverso le insegne di un vecchio cinema di Tor Pignattara (il Cinema Impero raffigurato nella copertina del libro). Edifici, monumenti, vie e piazze. I “percorsi postcoloniali” sono numerosi e le immagini di Rino Bianchi non si limitano a mostrarceli, giustapponendo i volti dei figli dell’Africa derubata (anche della memoria). I protagonisti delle fotografie – rifugiati politici, italiani di seconda generazione nati o cresciuti qui – con la fierezza dei loro sguardi ci offrono una prospettiva inedita ed emozionante su quella madre distratta che Roma è per molti figli del Corno d’Africa. Il 9 maggio del 1936 Mussolini annunciò la fine della guerra in Etiopia e proclamò la nascita dell’Impero. Peccato che la ricorrenza sia stata totalmente ignorata: sarebbe invece opportuno che le gesta del colonialismo italiano venissero puntualmente ricordate, senza omettere tutte le nefandezze perpetrate. Orrori così poco conosciuti da aver consentito a nostalgici del ventennio di erigere pochi anni fa, alle porte di Roma e con soldi pubblici, un sacrario al gerarca fascista e criminale di guerra Rodolfo Graziani. A questo riguardo Roma negata, oltre a essere un atto d’amore verso una città più meticcia di quanto immaginino i suoi stessi abitanti, è un invito vivo e pulsante a non dimenticare. Un valore – la memoria – da coltivare quotidianamente, magari solo camminando, non distrattamente, per le strade della propria città.

“Non sono un insetto da schiacciare”

Nel linguaggio militare le vittime dei droni vengono spesso definite “bug splats” poiché la persona colpita, vista attraverso le immagini sgranate della camera montata sull’aeromobile a pilotaggio remoto, ricorda un insetto schiacciato. Per questo motivo un gruppo di artisti ha realizzato il gigantesco ritratto di una bambina posizionandolo a Khyber Pakhtunkhwa, una provincia del Pakistan pesantemente bombardata dai droni Predator. Questa bella iniziativa non cambierà la cosiddetta “War on Terror“, ma il messaggio è stato lanciato: quel puntino che un operatore a migliaia di chilometri di distanza si appresta a “schiacciare” utilizzando un joystick non è un insetto, ma un essere umano. Spesso un civile inerme. A volte un bambino.

Fonte.

Hashtag su Twitter: #NotABugSplat.