Cancel culture e politicamente corretto – Matteo Pascoletti

La lettera della rivista Harper’s contro la “cancel culture”, il sistematico stravolgimento da parte degli ambienti più conservatori di termini quali “politicamente corretto” e “woke”, il caso Montanelli… Conversazione con il giornalista Matteo Pascoletti.

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Il benaltrismo amorale di Salvini

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Ebola? “Un milione di contagiati in Africa”. L’operazione Mare Nostrum? “Ci è costata un miliardo di euro”. Tubercolosi? “Gli stranieri l’hanno riportata in Italia”. Matteo Salvini non ha rivali quando si tratta di cavalcare la paura dello straniero. O di raccontare frottole. Dispone di un copione ben rodato (la storia degli immigrati-parassiti ospitati in alberghi a 3 se non addirittura 4 stelle e sfamati – udite, udite – ben tre volte al giorno!), puntualmente recitato in qualsiasi discussione lo veda coinvolto. Si parla di ebola? Nessun problema! Il solerte Salvini riuscirà a infilare nel dibattito un caso di cronaca locale, possibilmente nera, che abbia come protagonista uno straniero. Lo fa con la tipica spregiudicatezza di un padre amorevole e pieno di compassione per “quelli che scappano dalle guerre”. Purché gli sventurati non bussino alla sua porta. In quel caso salvarli dalla prospettiva di annegare in mare diventerebbe complicità criminale con gli scafisti. Il benaltrismo amorale di Salvini è sconvolgente. Metterlo nell’angolo ed inchiodarlo alle sue affermazioni spesso fasulle è difficile: svicola sempre, deride l’interlocutore e lo colpisce ai fianchi ripetendo ossessivamente dati gonfiati, errati o parziali. È tuttavia preoccupante la sua sintonia con una vasta area dell’elettorato italiano: una platea che si va ampliando di giorno in giorno, grazie anche alla notevole esposizione mediatica che gli viene concessa dai programmi televisivi che lo contrappongono quotidianamente all’altro Matteo, quello che governa il Paese. Neppure l’ostentata familiarità con l’estrema destra (dal Front National di Marine Le Pen ai “fascisti del terzo millennio” di CasaPound) sembra impensierire più di tanto i suoi estimatori. Sui social media, Twitter in testa, è lo zimbello di molti, ma in televisione purtroppo “funziona”. I conduttori non riescono ad arginarlo né a sbugiardarlo. La sua ottusità, non si sa quanto voluta, lo rende impermeabile a qualsiasi appunto o critica. Si tratta di un bulldozer becero ma efficiente; sottovalutarlo sarebbe errore gravissimo.

Pasolini mutilato

Pasolini mutilato

La poesia del 1968 “Il PCI ai giovani!!” viene spesso citata, opportunamente “mutilata” (il verso “siamo ovviamente d’accordo contro l’istituzione della polizia” è sempre assente), da giornalisti e politici in malafede per attaccare chi scende in piazza oggi. Basta andare poco oltre “i poliziotti sono figli di poveri” per imbattersi nella complessità di un’analisi che non si ferma all’ormai radicato stereotipo dell’umile agente di polizia contrapposto al manifestante ricco e viziato. Molti dei “rivoluzionari” di allora ricoprono o hanno ricoperto ruoli di primo piano nella politica e nel mondo della cultura (giornalisti, scrittori, professori universitari, artisti…). L’analisi lucida e spietata di Pasolini aveva un suo fondamento, ma applicarla pretestuosamente a chi occupa un edificio vuoto o sciopera per ottenere un salario dignitoso è una mossa disonesta, spesso portata avanti da quegli stessi ex rivoluzionari di estrazione (o aspirazione) borghese che Pasolini già nel ’68 criticava così duramente.

mostraDetto ciò, spiace segnalare come anche gli organizzatori della bella mostra dedicata a Pier Paolo Pasolini (“Pasolini Roma”, al Palazzo delle Esposizioni dal 15 aprile al 20 luglio) siano incappati nella riproposizione edulcorata e per certi versi “tossica” di una poesia che nulla ha di assolutorio nei confronti della polizia intesa come istituzione.

Alfano e l’ossessione della sala parto

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“Ius soli, no a trasformare l’Italia in una immensa sala parto, attraversando la quale si ottiene la cittadinanza”. Con queste parole Angelino Alfano, vicepremier e ministro dell’Interno, ha liquidato domenica sera durante il programma Che tempo che fa il tema della cittadinanza ai figli di stranieri nati o cresciuti in Italia. La brutalità dello slogan – perché di questo si tratta – è seconda solo alla superficialità che traspare dalle parole del segretario del Nuovo (sic) Centrodestra. Alfano ha imparato il mestiere dal migliore piazzista prestato alla politica e sa pertanto quanto conti non discostarsi troppo da un copione la cui efficacia dipende dal recitarlo almeno tre volte al giorno (in tutti i telegiornali e programmi di approfondimento politico), senza mai modificarne il contenuto. Ogni sia pur minima deviazione metterebbe infatti a nudo le numerose crepe di un ragionamento fondato solo sulla paura che gli italiani nutrono nei confronti di una crisi che sembra infinita. Nessun esponente del centrosinistra al governo (neanche la vituperata Cécile Kyenge) ha mai proposto l’introduzione di uno ius soli “selvaggio”. Nelle aule parlamentari si è sempre parlato di uno ius soli “temperato”, legato ai cicli scolastici. Ma sappiamo bene come chi deve la propria fortuna alle paure degli elettori si interessi poco ai fatti concreti. Ciò che conta è ergersi a (improbabili) paladini del trittico immarcescibile della destra italiana: Dio, patria e famiglia. L’aspetto più interessante resta comunque il ruolo complice dei principali mezzi di informazione. Ieri sera Fabio Fazio, con tutti i suoi evidenti limiti, ha tentato di replicare alle affermazioni di Alfano: agli estimatori del ministro dell’Interno le sue timide obiezioni saranno sembrate, per quanto formalmente educate, quasi un “attacco”. Ciononostante l’unico vero attacco è quello inferto alla professione giornalistica dai troppi colleghi che si limitano a reggere un microfono davanti alla bocca del politico di turno.