Ignorare Salvini sui social non è la soluzione

sal

“In un giorno così triste, una notizia positiva. La nave Aquarius andrà a Malta… Come promesso, non in Italia”.

Nelle ore che vedono un intero Paese piangere i morti di Genova il ministro dell’Interno coglie ancora una volta l’occasione per blandire via Facebook e Twitter i suoi sostenitori, recando loro in dono “una notizia positiva” e cioè che un centinaio di esseri umani salvati in mezzo al mare non verranno accolti in Italia ma altrove.

“Non facciamogli da megafono”, “ignoriamolo”, “non diamogli visibilità”. È la replica di quanti vorrebbero ignorare messaggi odiosi come quello già citato.

Per quanto sia condivisibile l’insofferenza legata all’opprimente sovraesposizione mediatica di Matteo Salvini – non c’è tg o giornale che salti l’appuntamento con la sua immancabile dichiarazione “shock” quotidiana – come non considerare che stiamo parlando di un leader politico che alla carica di ministro dell’Interno affianca quella di vicepresidente del Consiglio e può vantare 834mila follower su Twitter e quasi tre milioni di “mi piace” su Facebook?

I social sono uno dei campi di battaglia dello scontro politico.

Smentire le fake news xenofobe che condivide, esprimere solidarietà a chi viene linciato su Facebook dalla pagina ufficiale del suo partito e censurare senza fare sconti i suoi metodi da bullo, sono azioni che hanno ancora senso.

“Ma non basta un tweet, bisogna scendere in piazza”.

È vero, l’attivismo virtuale non è sufficiente. Opporsi ai discorsi d’odio sul posto di lavoro, nella scuola e con allarmante frequenza perfino all’interno del proprio nucleo familiare resta un dovere imprescindibile, ma non così facile come potrebbe sembrare.

Tuttavia una ritirata sull’Aventino dei social network potrebbe rivelarsi miope e controproducente. Se non commentiamo i post di Salvini non c’è l’oblio ad attenderli, ma una vastissima platea di persone ossessionate da migranti, ong, Soros, burocrati europei… Senza dimenticare che nel caso del leader leghista – insediatosi nel frattempo ai vertici del Viminale e dell’attuale esecutivo – i media non hanno più bisogno di qualche risibile polemica nata sulla Rete per invitarlo e vezzeggiarlo, come peraltro accadeva già in passato.

Non si indebolisce Salvini fingendo che non esista su Twitter e Facebook,  lo si fa contrastandolo su tutti i fronti, compreso quello dei social.

Annunci

21 luglio 2001

15

Istantanee. La morte di Carlo il pomeriggio del 20 luglio. Il senso di impotenza. La decisione di andare a Genova. Subito. L’arrivo allo stadio Carlini nel cuore della notte. Attraversare una città fantasma per raggiungere il corteo. Gli scontri sul lungomare e i lacrimogeni sparati ad altezza d’uomo. La corsa per sfuggire alle cariche delle forze dell’ordine. Il ritorno in treno.

Quattordici anni dopo quel senso di impotenza è ancora qui. Genova non è finita.

“C’è il ricordo”

giulianiCome spiega bene Zerocalcare con i suoi disegni (e un pugno di parole) “c’è il ricordo“. Dopo molti anni c’è quello… E la rabbia, tanta, per un giovane uomo che oggi avrebbe compiuto 36 anni. In questa giornata il mio pensiero non va a chi ancora polemizza (“aveva un estintore!”), parlando a vanvera di cose che evidentemente non conosce. Oggi il mio pensiero e un ideale abbraccio vanno alla famiglia di Carlo Giuliani e in particolare a sua madre Adelaide, che ho avuto l’onore di incontrare dodici anni fa. Una donna speciale. Minuta, ma forte e determinata. Non ho sue notizie da molto tempo, spero sia in buona salute e che in questo giorno difficile venga circondata dall’affetto dei suoi cari e di tutti coloro i quali ricordano con amore e rabbia Carlo. Un giovane uomo che oggi avrebbe compiuto 36 anni.

Carlo Giuliani (Roma, 14 marzo 1978 – Genova, 20 luglio 2001)

Immagine

Bukari d’Italia

Un postino contro un picconatore. Una lotta improba nel mondo dell’informazione alla continua ricerca di mostri da esporre in prima pagina e in tutte le edizioni dei telegiornali. Ahabu Bukari, un giovane postino d’origine sudanese, alcuni giorni fa ha salvato un’anziana genovese che rischiava di morire carbonizzata nel suo appartamento. Ahabu non ha ricevuto molta attenzione dai mass-media, se non quella di chi voleva idealmente contrapporlo all’assassino di origine ghanese Adam Kabobo. Tuttavia, per quanto sia forte la tentazione di utilizzare l’eroico gesto di Ahabu come “antidoto” al razzismo generato dagli efferati crimini di Kakobo, dovremmo fare un passo in avanti e tentare di uscire da questi schemi pavloviani. Quanto ai mezzi di informazione, evitando di ricorrere a inutili pistolotti tacciabili di “buonismo” (termine odioso e scorretto, visto che nella gestione dell’immigrazione di “buono” c’è davvero ben poco), la soluzione appare assai semplice: basterebbe che gli operatori del settore rispolverassero la Carta di Roma del 2008. Un’informazione corretta e meno incline al facile sensazionalismo, oltre a rendere un migliore servizio all’opinione pubblica, spunterebbe le armi retoriche di quei politici le cui fortune sono legate a doppio filo alla xenofobia che attraversa, come un fiume carsico, l’intera società italiana. La verifica delle fonti – il cosiddetto “fact checking”, per gli esterofili – è alla base del lavoro giornalistico. Chi si limita a raccogliere dichiarazioni palesemente infondate senza verificarle in modo appropriato, più che il giornalista fa l’addetto stampa per conto terzi.