Il gesto di Khalid

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L’immagine è forte. Un parlamentare della Repubblica dietro le grate di un centro di prima accoglienza. Molti, c’è da scommetterci, esulteranno alla vista di un politico “incarcerato” ma Khalid, a differenza di altri suoi colleghi, ha rinunciato volontariamente alla libertà. L’onorevole Chaouki si è “autoimprigionato” nel centro di Lampedusa per mantenere viva l’attenzione dell’opinione pubblica dopo la diffusione di un filmato che documenta le umiliazioni inflitte ai migranti. L’iniziativa di Khalid ha scatenato le reazioni più disparate: oltre ai prevedibili commenti di leghisti e razzisti variamente assortiti (“puoi anche rimanere lì dentro con gli altri clandestini”, “e allora gli italiani?” et similia) i commenti più duri sono senza dubbio quelli provenienti da sinistra. Chi denuncia da anni le aberrazioni di un sistema che di “accogliente” non ha nulla mal tollera il suo gesto, liquidandolo nella più benevola delle ipotesi come tardivo. C’è poi chi come Stefano Folli (Sole 24 ore) censura l’azione di Khalid, ricordandogli che “un parlamentare viene eletto per andare in Parlamento e da lì agire per cambiare quello che è sbagliato”. Conosco Khalid, ci siamo incrociati e parlati più volte negli ultimi anni. Ho sempre avuto la sensazione di avere di fronte un giovane uomo assai determinato e scaltro. Un politico, insomma. Ho seguito distrattamente i suoi passi al seguito di Livia Turco (la “mamma” dei CIE, ai tempi ancora CPT) dentro il Partito democratico prevedendo, in tempi non sospetti, un approdo in Parlamento per questo rappresentante dei “nuovi italiani”. Ma Khalid – nato a Casablanca, cresciuto tra Parma e Reggio Emilia – è anche un giornalista professionista e sa bene come funzionano i media italiani. La sua iniziativa non cambierà le politiche di “accoglienza” del governo, al massimo contribuirà a tenere accesi i riflettori sull’isola di Lampedusa per qualche altro giorno. Poi calerà nuovamente il buio, fino alla prossima emergenza umanitaria o video shock (dove per “shock” si intende la quotidianità dei lager dove vengono rinchiusi i migranti). Pochi giorni fa Khalid ha criticato il ministro dell’integrazione Cécile Kyenge rimproverandole di essere solo un “simbolo” e chiedendole di esporsi in prima persona. Lui l’ha fatto, di questo bisogna dargli atto, e come capita spesso in questi casi non tarderanno a piovergli addosso accuse di protagonismo, anche dalle stesse fila del suo partito. I processi alle intenzioni sono inutili, tuttavia una contraddizione emerge con più forza delle altre: può infatti apparire sterile una protesta del genere se in Parlamento si sostiene col proprio voto, per “disciplina di partito”, un governo che punisce con la reclusione migliaia di migranti per un crimine chiamato viaggio.

Sbatti lo scafista in prima pagina

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Del somalo arrestato a Lampedusa con l’accusa di essere uno degli organizzatori della traversata del barcone naufragato il 3 ottobre scorso sappiamo età, nome e cognome. Oggi Il Resto del Carlino, Il Giorno e La Nazione sbattono in prima pagina il suo volto con un titolo eloquente: “faccia da schiavista”. Come capita spesso in situazioni del genere, le vere notizie sono però altrove. Infatti due giorni fa, proprio mentre il primo ministro Enrico Letta si vantava del “cambio di passo sul tema dell’immigrazione” riferendosi alle “1.800 persone salvate” grazie all’operazione Mare Nostrum, il settimanale l’Espresso anticipava online un’inchiesta sul soccorso negato dalle autorità italiane ad un barcone naufragato lo scorso 11 ottobre al largo di Lampedusa. L’operazione “umanitaria” voluta dal premier non ha dunque nulla a che vedere con questa vicenda essendo partita tre giorni dopo, ma l’iniziativa precedente getta più di un’ombra sulla (passata?) gestione dei soccorsi ai barconi in difficoltà. In queste ore i principali mass-media hanno tuttavia fatto una scelta editoriale netta: dare massimo risalto allo scafista somalo arrestato a Lampedusa, ignorando la notizia delle richieste d’aiuto dei migranti siriani lasciati alla deriva per ben due ore dalla centrale di soccorso italiana. Nulla di sorprendente: la retorica degli “italiani brava gente” non contempla l’idea di soccorritori che si voltano dall’altra parte o temporeggiano mentre decine di donne, uomini e bambini annegano nel Mediterraneo. Altro cortocircuito mediatico degno di nota è l’arresto stesso dello scafista: telegiornali e quotidiani danno al riguardo ampio spazio alle testimonianze delle migranti violentate dal somalo nei “centri di raccolta” libici, occultando l’aspetto più rilevante della notizia. Stupri e torture sono avvenuti – e avvengono tuttora – in Libia, uno dei nostri principali partner nella lotta all’immigrazione. Un paese dove, nella più benevola delle ipotesi, le autorità locali non garantiscono ai migranti il rispetto dei più basilari diritti. Circostanza evidenziata anche da Amnesty International nell’accorato appello rivolto lo scorso luglio al premier italiano.