La strage di Lampedusa e l’ipocrisia della politica

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Lampedusa. Un’imbarcazione con oltre 500 migranti prende fuoco e si rovescia nei pressi dell’isola dei Conigli. Telegiornali e quotidiani online fanno un primo bilancio parlando di oltre 90 morti e circa 250 migranti ancora dispersi.

Esponenti leghisti alla costante ricerca di visibilità si avventano come iene sui resti dei migranti, addebitando con stolida ottusità alla presidente della Camera Laura Boldrini e al ministro dell’Integrazione Cécile Kyenge ogni responsabilità (“giustificano la clandestinità”). Riferita la notizia, non è tuttavia il caso di addentrarsi ulteriormente nella mente ottenebrata di simili personaggi.

In queste ore il governo italiano rende omaggio alle vittime di Lampedusa con la solidarietà (postuma) che si riserva ai più fortunati tra gli sfortunati: uomini, donne e bambini che sono morti e continuano a morire troppo vicini alle nostre coste e in numero così grande da non poter essere più ignorati da nessuno.

Una riflessione merita il Partito democratico che a parole si straccia le vesti per i migranti morti (alcuni suoi esponenti hanno proposto una giornata di lutto nazionale), ma nei fatti – cioè nelle aule parlamentari – non ha mai sfidato il centrodestra sulla pessima Bossi-Fini (evoluzione della legge sull’immigrazione Turco-Napolitano voluta dal centrosinistra e “madre” tra l’altro dei famigerati Cie).

Sull’altare della realpolitik (o “larghe intese”, come la chiamano adesso) il compassionevole Pd ha immolato la tutela e la difesa dei migranti: all’estero (si pensi agli scellerati accordi siglati anche dal centrosinistra con la Libia in materia di lotta all’immigrazione), come in Italia.

Il lutto nazionale è una scappatoia troppo facile. Se il Partito democratico vuole fare qualcosa di veramente utile si batta in Parlamento per abrogare la Bossi-Fini e riformare radicalmente l’intero sistema dell’accoglienza.

Basta con i pianti e gli auspici.

Migranti morti? I lettori del Corriere della Sera sono soddisfatti

“Almeno 13 migranti sono morti annegati questa mattina nel ragusano mentre cercavano di scappare da un barcone che si è spiaggiato a Scicli. Secondo le prime ricostruzioni, gli immigrati sono stati presi a colpi di cinghia dagli scafisti e costretti a lanciarsi in mare”.

Il 49% dei lettori del Corriere della Sera è soddisfatto.

Senza parole.

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Bukari d’Italia

Un postino contro un picconatore. Una lotta improba nel mondo dell’informazione alla continua ricerca di mostri da esporre in prima pagina e in tutte le edizioni dei telegiornali. Ahabu Bukari, un giovane postino d’origine sudanese, alcuni giorni fa ha salvato un’anziana genovese che rischiava di morire carbonizzata nel suo appartamento. Ahabu non ha ricevuto molta attenzione dai mass-media, se non quella di chi voleva idealmente contrapporlo all’assassino di origine ghanese Adam Kabobo. Tuttavia, per quanto sia forte la tentazione di utilizzare l’eroico gesto di Ahabu come “antidoto” al razzismo generato dagli efferati crimini di Kakobo, dovremmo fare un passo in avanti e tentare di uscire da questi schemi pavloviani. Quanto ai mezzi di informazione, evitando di ricorrere a inutili pistolotti tacciabili di “buonismo” (termine odioso e scorretto, visto che nella gestione dell’immigrazione di “buono” c’è davvero ben poco), la soluzione appare assai semplice: basterebbe che gli operatori del settore rispolverassero la Carta di Roma del 2008. Un’informazione corretta e meno incline al facile sensazionalismo, oltre a rendere un migliore servizio all’opinione pubblica, spunterebbe le armi retoriche di quei politici le cui fortune sono legate a doppio filo alla xenofobia che attraversa, come un fiume carsico, l’intera società italiana. La verifica delle fonti – il cosiddetto “fact checking”, per gli esterofili – è alla base del lavoro giornalistico. Chi si limita a raccogliere dichiarazioni palesemente infondate senza verificarle in modo appropriato, più che il giornalista fa l’addetto stampa per conto terzi.