Kobane dentro

kobane fighter

Torino, Reggio Emilia, Bolzano, Padova, Firenze, Napoli… All’inizio di quest’anno Ivan Grozny Compasso ha girato l’Italia per raccontare Kobane, la città siriana al confine con la Turchia divenuta simbolo della resistenza curda all’avanzata dei tagliagole del cosiddetto “Stato Islamico”. In questi incontri svoltisi ovunque, dai centri sociali ai licei, Ivan ha mostrato foto e alcuni filmati realizzati durante la sua permanenza nella città assediata.

Kobane dentro, pubblicato di recente da Agenzia X, non è soltanto la testimonianza preziosa di chi ha vissuto per una settimana con le donne e gli uomini che continuano tuttora ad affrontare i terroristi dell’Isis. Grazie all’agile ed esauriente postfazione di Nicola Romanò, il libro è anche un’utilissima guida per comprendere meglio la portata storica di quanto sta accadendo nei tre cantoni della regione autonoma del Rojava. Un laboratorio politico che attraverso il confederalismo democratico teorizzato dal leader del PKK (Partito dei Lavoratori del Kurdistan) Abdullah Öcalan e un innovativo contratto sociale sta aiutando l’intero Rojava a svilupparsi oltre l’angusta nozione di stato-nazione.

Quella che potrebbe apparire come una digressione dal cuore del libro – le giornate trascorse da Ivan a Kobane – ci fa capire fino in fondo quale sia la reale posta in gioco per gli uomini e le donne che tengono testa agli uomini del Califfato. I media occidentali, alla continua ricerca di titoli ad effetto, l’hanno quasi subito ribattezzata la “Stalingrado curda”, ma la Kobane fotografata e raccontata da Ivan non è un santino da appendere alla parete e da contemplare.

Le sue foto, e nel libro ce ne sono di molto belle, ci restituiscono la quotidianità di una città dove si combatte e muore, ma in cui i bambini continuano tuttavia a giocare e a studiare. Con tutte le precauzioni del caso, ovviamente. Sebbene l’altra parte non rappresenti il Male assoluto, è comunque innegabile una morbosa fascinazione subita dai fanatici dell’Isis per la morte intesa come strumento di controllo delle popolazioni sottomesse. Gli uomini di Daesh (acronimo arabo di Isis) compiono brutalità inenarrabili, le filmano e caricano su una chiavetta USB affinché un sopravvissuto le mostri agli abitanti dei villaggi vicini. Le differenze con i curdi non potrebbero essere più evidenti, dal momento che le combattenti e i combattenti di Kobane garantiscono, non solo per motivi igienici e sanitari, una sepoltura ai nemici del Califfato caduti in battaglia.

In queste ore Kobane, dopo avere respinto l’Isis a fine gennaio, è nuovamente sotto attacco. Il libro di Ivan non descrive eventi ormai consegnati alla storia, ma ci offre un utile sguardo sull’attualità. Tra i molti modi per sostenere il Rojava e la resistenza curda, il primo è certamente quello di informarsi su quanto accade in quella terra lontana, da cui abbiamo molto da apprendere. Partire dal libro di Ivan potrebbe essere un ottimo primo passo.

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La storia di Oussama, il “potenziale” terrorista espulso da Alfano

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Oussama ha 30 anni. È nato in Marocco ma da più di venti viveva in Italia, fino a quando non è stato espulso dal ministro dell’Interno Angelino Alfano. Il comunicato della Questura di Varese ha del surreale. Oussama, saldatore professionale alla Petrella di Castronno, riceve un “provvedimento di espulsione basato sulla pericolosità dello stesso in ragione di una sua potenziale strumentalizzazione” da parte di organizzazioni terroristiche presenti sul web che, secondo l’accusa, “avrebbero potuto convincerlo ad effettuare azioni giustificate dal credo religioso fondamentalista”. Utente molto attivo su Twitter, Oussama ha opinioni forti e a volte discutibili. Prevedibile che a causa dell’isteria islamofoba che va prendendo piede in tutto l’Occidente il nostro Paese si sarebbe distinto per le reazioni più avventate. È da pensare che il ministro Alfano sia intervenuto più per farsi bello agli occhi dell’opinione pubblica che per sventare una reale minaccia (la stessa Questura usa il termine “potenziale”). Chi voglia onestamente farsi un’idea della “pericolosità” di Oussama può leggere i suoi tweet. Resta comunque il fatto che un giovane perfettamente “integrato” (come amano dire gli amanti del politicamente corretto), un italiano di fatto (nonostante l’assenza di una legge sulla cittadinanza per chi è nato o cresciuto qui), è stato espulso per le sue idee. A Varese Oussama aveva la sua famiglia che dipendeva economicamente anche da lui. La testimonianza della sorella ci restituisce un quadro familiare che non rinvia in alcun modo al profilo di un giovane emarginato facile preda delle sirene del fanatismo religioso. “Dicono che guardo i siti jihadisti: Twitter e Youtube! Sono rimasti al ’99. Mi hanno consegnato alle autorità marocchine pur sapendo che c’è la tortura. Io ho criticato anche il Marocco”. Le parole di Oussama tradiscono amarezza e delusione. Nonostante le rassicurazioni della politica è ormai evidente che in nome della lotta al terrore stiamo cedendo (altri) pezzi di libertà; oggi viene minacciata quella di espressione di un “potenziale” terrorista, domani potrebbe toccare a ciascuno di noi.

Sbatti lo scafista in prima pagina

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Del somalo arrestato a Lampedusa con l’accusa di essere uno degli organizzatori della traversata del barcone naufragato il 3 ottobre scorso sappiamo età, nome e cognome. Oggi Il Resto del Carlino, Il Giorno e La Nazione sbattono in prima pagina il suo volto con un titolo eloquente: “faccia da schiavista”. Come capita spesso in situazioni del genere, le vere notizie sono però altrove. Infatti due giorni fa, proprio mentre il primo ministro Enrico Letta si vantava del “cambio di passo sul tema dell’immigrazione” riferendosi alle “1.800 persone salvate” grazie all’operazione Mare Nostrum, il settimanale l’Espresso anticipava online un’inchiesta sul soccorso negato dalle autorità italiane ad un barcone naufragato lo scorso 11 ottobre al largo di Lampedusa. L’operazione “umanitaria” voluta dal premier non ha dunque nulla a che vedere con questa vicenda essendo partita tre giorni dopo, ma l’iniziativa precedente getta più di un’ombra sulla (passata?) gestione dei soccorsi ai barconi in difficoltà. In queste ore i principali mass-media hanno tuttavia fatto una scelta editoriale netta: dare massimo risalto allo scafista somalo arrestato a Lampedusa, ignorando la notizia delle richieste d’aiuto dei migranti siriani lasciati alla deriva per ben due ore dalla centrale di soccorso italiana. Nulla di sorprendente: la retorica degli “italiani brava gente” non contempla l’idea di soccorritori che si voltano dall’altra parte o temporeggiano mentre decine di donne, uomini e bambini annegano nel Mediterraneo. Altro cortocircuito mediatico degno di nota è l’arresto stesso dello scafista: telegiornali e quotidiani danno al riguardo ampio spazio alle testimonianze delle migranti violentate dal somalo nei “centri di raccolta” libici, occultando l’aspetto più rilevante della notizia. Stupri e torture sono avvenuti – e avvengono tuttora – in Libia, uno dei nostri principali partner nella lotta all’immigrazione. Un paese dove, nella più benevola delle ipotesi, le autorità locali non garantiscono ai migranti il rispetto dei più basilari diritti. Circostanza evidenziata anche da Amnesty International nell’accorato appello rivolto lo scorso luglio al premier italiano.