Cancel culture e politicamente corretto – Matteo Pascoletti

La lettera della rivista Harper’s contro la “cancel culture”, il sistematico stravolgimento da parte degli ambienti più conservatori di termini quali “politicamente corretto” e “woke”, il caso Montanelli… Conversazione con il giornalista Matteo Pascoletti.

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Regno Unito tra Coronavirus e Brexit – Angelo Boccato

Le lavoratrici e i lavoratori essenziali in trincea, le minoranze travolte dal contagio, teorie del complotto e proteste contro il lockdown, Brexit, una nuova legge sull’immigrazione e il ruolo dei media…. Il Regno Unito ai tempi della pandemia.

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Sorry

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“Si sta scusando”. “No, è semplicemente dispiaciuto”. La foto del piccolo migrante che regge il cartello “Sorry for Brussels” vicino a Idomeni, al confine tra Grecia e Macedonia, si presta a diverse interpretazioni. Qualsiasi riflessione sull’immagine non può però trascurare il contesto in cui è stata scattata. A Idomeni migliaia di migranti sono ammassati in condizioni disumane da settimane. A queste persone disperate la Fortezza Europa, un continente di 500 milioni di abitanti, non offre accoglienza bensì accordi (al ribasso) con la Turchia del despota Erdogan, il secondino cui abbiamo demandato lo sporco compito di “contenere” le centinaia di migliaia di rifugiati siriani in fuga. Senza questa doverosa premessa è difficile spendere parole sensate sulla foto di Idomeni. I detrattori xenofobi vedranno nell’immagine una smaccata e ruffiana “captatio benevolentiae”, altri il genuino dispiacere di chi le bombe le ha sentite deflagrare giorno e notte per mesi se non addirittura anni. È vero invece che dovremmo essere noi europei a scusarci e mostrarci dispiaciuti per avere in questi mesi apertamente dichiarato guerra ai migranti. Prima con l’oziosa distinzione tra rifugiati e migranti economici, e in questi giorni con l’ipocrita accordo siglato tra Ue e Turchia. Se non fossimo un continente impaurito e meschino le scuse dovremmo farle proprio oggi che siamo stati colpiti dallo stesso odioso fanatismo che perseguita da anni le persone tenute fuori dai nostri confini, come il bambino che ci esprime solidarietà. La solidarietà che noi continuiamo imperterriti a negargli.

Migranti o rifugiati? L’importanza delle parole

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Il tweet di Carlotta Sami, portavoce per il Sud Europa dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (Unhcr), è linguisticamente insidioso. I siriani al confine macedone non sono, vocabolario alla mano, migranti bensì rifugiati o a voler esser pignoli profughi e potenziali richiedenti asilo. È tuttavia comprensibile che agli occhi di molti questa sua distinzione abbia una forte matrice escludente, il cui principale effetto è quello di dividere le persone che premono alle porte della Fortezza Europa in meritevoli e meno meritevoli. I rifugiati possono restare – sorvoliamo, per motivi di spazio, sul percorso accidentato che li attenderà una volta “accolti” –, ma i migranti devono andarsene. In quest’ultimo caso i governi europei, supportati da un’assordante grancassa mediatica, ricorrono spesso all’etichetta assolutoria (per chi l’attribuisce) del “migrante economico”. Definizione ambigua assai cara alla classe politica di un intero continente perennemente restio a fare i conti sia col proprio passato, sia col presente. Mentre l’Europa utilizza il termine migrante per rispedire a casa chi fugge da fame e povertà l’emittente del Qatar al Jazeera ha recentemente deciso di non utilizzarlo più in quanto “disumanizzante”. Il dibattito è dunque vivo e sarebbe da ingenui negare le implicazioni a volte contraddittorie che può generare. Chi utilizza il termine “rifugiati” per i siriani che fuggono dalle violenze di Assad e dell’Isis è complice della Fortezza Europa che ne accoglie alcuni “buoni” a scapito degli altri “meno buoni”? È altrettanto evidente che l’etichetta prescelta esclude de facto chi va alla ricerca di un futuro migliore e ha la “sfortuna” di non lasciarsi dietro uno scenario di guerra. Un dibattito sulle parole giuste, o almeno più accurate, quando si parla di migranti e rifugiati è necessario e non più rinviabile. Soprattutto in un paese come il nostro dove il pressapochismo di alcuni giornalisti può alimentare o, peggio ancora, incoraggiare i peggiori istinti xenofobi.

Ponte Mammolo un mese dopo

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Le ruspe non sono un’invenzione di Matteo Salvini. Mentre il leader leghista raccoglie voti lanciando appelli a reti unificate per spazzare via i campi rom le amministrazioni locali di mezza Italia, in una gara bipartisan che di nobile ha ben poco, ricorrono sempre più spesso e senza troppo clamore alle ruspe per sgomberare in nome del decoro e della legalità interi nuclei familiari.

Un mese fa le ruspe sono entrate in azione nel quartiere romano di Ponte Mammolo per radere al suolo un insediamento che, nel corso degli anni, aveva dato riparo a circa duecento stranieri: rifugiati, richiedenti asilo, migranti in transito e lavoratori regolari ma privi del denaro necessario per permettersi un appartamento. L’assessora per le politiche sociali del Comune di Roma Francesca Danese, dismesso il prudente basso profilo adottato inizialmente, ha finito col rivendicare lo sgombero affermando che gli abitanti della baraccopoli vivevano in pessime condizioni igieniche. Un’indigenza innegabile e sotto gli occhi di tutti, compresi quelli del Comune, da molti anni. Una situazione che lo sgombero senza reali alternative dello scorso 11 maggio non poteva che peggiorare.

Oggi della “Comunità della Pace” di Ponte Mammolo restano solo le macerie e un accampamento di tende nel piazzale antistante dove vivono e dormono in condizioni precarie un centinaio di eritrei (in maggioranza “stanziali”, cioè gli abitanti storici dell’insediamento di via delle Messi d’Oro). Gli altri sono ospitati in centri ormai al collasso. Basti pensare che uno di questi, situato nei pressi della stazione Tiburtina, un paio di settimane fa ha accolto circa 700 persone, superando di gran lunga la capienza massima della struttura.

Agli eritrei che da un mese resistono nel parcheggio di Ponte Mammolo il Comune di Roma ha opposto l’arma più formidabile a sua disposizione: il silenzio. Ci sono stati negli scorsi giorni incontri con rappresentanti dell’amministrazione capitolina, ma con esiti poco incoraggianti. E per quanto riguarda i “transitanti” – migranti in viaggio verso altre nazioni, spesso del Nord Europa – la soluzione di un luogo a Roma dove poter sostare senza il rischio che vengano prese loro le impronte digitali resta ancora una chimera.

In questo scenario desolante va comunque ricordata la rete di solidarietà che ha abbracciato e continua a sostenere gli sgomberati di Ponte Mammolo. Centri sociali, associazioni, parrocchie e abitanti del quartiere suppliscono ogni giorno all’ostentato disinteresse dell’amministrazione comunale fornendo ai migranti cibo e beni di prima necessità. Spetta tuttavia agli eritrei di Ponte Mammolo scegliere le forme di lotta più adatte per vedere riconosciuti i propri diritti; a noi il compito di continuare a sostenerli come possiamo, manifestando al loro fianco o anche soltanto attraverso piccole donazioni.

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